Giglio marino di Sardegna

Pancratium illyricum

Pancratium illyricum

Tutti i cedri del mondo

Cedri - Cedrus libani

Cedrus libani – Orto botanico di Lucca
settembre 2010

Esistono quattro specie di cedri, genere Cedrus, della famiglia delle Pinacee. Tutti e quattro sono originari di una regione montuosa molto circoscritta e particolare. Il più famoso è il cedro del Libano, che appare in sagoma stilizzata sulla bandiera del suo paese; poi c’è il cedro dell’Himalaya o deodara, dalla forma conica e compatta, diversa dalla chioma larga ed espansa di quello del Libano e dal fogliame grigio argenteo. Le altre due specie sono il cedro di Cipro e il cedro dell’Atlante, la regione montuosa nell’Africa nord occidentale. Tutti sono splendide conifere ornamentali e formano rade foreste, a volte da soli, a volte insieme a pini, abeti, tassi, o anche aceri.
Cedri - Abies cedrus
Il cedro del Libano nella foto a sinistra si trova nell’orto botanico di Lucca. La targa (fare click sull’immagine per vederla ingrandita) ricorda la sua età e la provenienza. L’albero viene chiamato Abies cedrus e si dice provenire dalla Siria. Quest’esemplare ha quasi 200 anni ed è molto imponente. Ha qualche acciacco, tanto che l’ultima volta che l’ho visto era puntellato per evitare il crollo di qualche ramo. Ma osservandolo si riconosce la forma inconfondibile dei cedri del Libano: chioma verde scuro, ampia e maestosa, a palchi sovrapposti, grossi rami che partendo dalla base del tronco si incurvano in alto per poi espandersi orizzontalmente.

Cedri - Cedro deodara

Cedrus deodara – Badia di Tiglieto
febbraio 2002

Gli esemplari più giovani sono in genere meno riconoscibili e per distinguere fra di loro le varie specie di cedro bisognerebbe osservare coni (pigne) e foglie e a volte, naturalmente, si può sbagliare.

La pianta della foto a destra dovrebbe essere un cedro deodara e si trova nella piana che circonda la Badia di Tiglieto (Savona), un antichissimo complesso monastico, ampiamente rimaneggiato nel corso di molti secoli, ma che ancora conserva la maestosità e il fascino delle abbazie di montagna. Il cedro dell’Himalaya è un albero sacro. Il nome deodara deriva dal sanscrito “devadara” che significa albero degli dei. Grande e meraviglioso deve davvero apparire questo albero quando forma boschi puri, lassù nei pressi del tetto del mondo.

Avevo già pubblicato questa foto nel vecchio blog, il 1 febbraio 2009

Ancora saponaria rossa

Saponaria ocymoides

Saponaria ocymoides

Il nostro inverno non è mai così cupo da negarci il piacere di qualche dolce fioritura. Del calicanto ho già detto qualche giorno fa (e oggi un fiore è sbocciato, finalmente) e della stupenda Camelia hiemalis ho già pubblicato per tutti i gusti, al sole e sotto la neve. Anche quest’anno è tornata a coprirsi di gioielli, seppure un po’ in ritardo per l’autunno insolitamente mite.
Ma la fioritura della saponaria rossa, che avevo già mostrato in primavera qualche anno fa, mi ha sorpreso davvero. Vero è che oggi era una giornata speciale, tiepida e leggera, con il cielo calmo e sgombro dopo le bufere e le piogge dei giorni scorsi. Una giornata speciale, anche se è il primo dei giorni della merla, che godono della triste fama di essere i più freddi dell’anno. Vero è che sono solo due timidi fiorellini sparuti e non il cuscinetto di fiori che normalmente regala la pianta. Ma sono eretti e sgargianti, fra foglie lucide e sane, un piacere vederli.
Ho seminato questa pianta due anni fa. Come tutte le speci perenni, comincia in sordina. Per il primo anno dopo la semina, i fiori sono scarsi e tardivi, tanto che talvolta si può rimanere un po’ delusi. Le perenni sono così, ma raramente tradiscono. Già l’anno scorso mi aveva regalato una fioritura abbondante e duratura. Quest’anno anticipa ogni previsione. Pianta rustica e da brughiere, non teme il gelo e il vento. Spero solo che non sia stata troppo frettolosa, gli esperti di actaplantarum la danno in antesi da maggio ad agosto e per la fioritura principale di certo ci vorranno ancora diversi mesi.

Fiori di calicanto

Chimonanthus fragrans

Fiori di calicanto
Chimonanthus fragrans

Il calicanto fiorisce d’inverno. Il suo nome scientifico, come ho già scritto qualche mese fa, è Chimonanthus fragrans, o C. praecox che è sinonimo, e significa esattamente “fiore d’inverno”. E’ stato emozionante vederlo crescere, le prime foglie quasi irriconoscibili, poi sempre più simile alle aspettative, ovali, ruvide, disordinate. A tre anni dalla semina, è diventato un alberello, e l’anno scorso sono spuntati i primi tenui boccioli, pochi e tardivi. Quest’anno sono molti di più, bianco crema, sparsi sul ramo perfettamente spoglio, timidi e un po’ impacciati. Il loro cuore rosso scuro è nascosto perchè di sbocciare, con questo freddo, non osano davvero.

Corylus avellana

Amento di nocciolo
foto di Luca – dicembre 2008

Austero e profumatissimo lo definisce Paolo Pejrone, artista di giardini, mentre l’osserva nell’inverno spoglio accanto al nocciolo, ornato anche lui di penduli gioielli. Sarà che è cresciuto sotto i miei occhi fin dal primo germoglio, sarà che i suoi fiorellini sembrano così piccoli e scarni,  mi fa tenerezza, e austero non mi sembra proprio. E se potrebbe apparire un po’ bruttino, confrontato con le lussureggianti fioriture di certi suoi fratelli, la sua impresa mi pare coraggiosa nel lucido gelo di questi giorni, e lui bellissimo.

Suo cugino estivo, il calicanto propriamente detto (Calycanthus floridus), fiorisce fra giugno ed agosto ed ha fiori rosso porpora molto scuro. Entrambe fanno parte della famiglia della Calycanthaceae, un nome che deriva dalla caratteristica forma dei fiori, dal greco κάλυξ, υκοϛ cályx, -ykos calice e άνϑοϛ ánthos fiore: un fiore fatto a calice, perché i sepali, le foglie modificate che normalmente formano il calice, e i petali, che nei fiori di solito costituiscono la corolla, sono indifferenziati. L’invernale Chimonanthus è originario dell’Est asiatico, mentre l’estivo Calycanthus dell’America settentrionale, ma sono i due soli generi della stessa famiglia, preziosi e nobili, coraggiosi e  anticonformisti, fiori ridondanti di petali/sepali, pupille scure.

Fiore di calicanto

Fiore di calicanto
sbocciato il 29 gennaio, primo giorno della merla

Il prato in attesa

Germogli di iris sul prato spoglio

Germogli di iris sul prato spoglio

Assopito dall’inverno, da questa fiera tramontana che attraversa inesorabile il cielo gelido e terso, inaridito da un freddo che non è gelo e non è neve, ma ammutolisce il respiro, il prato aspetta. Non c’è traccia degli animaletti che lo popolano, solo qualche chiocciola sigillata, non saprei se viva, sotto pietre o foglie, rigide e mute. Forse qualche insetto ha bucato le foglie delle fave. I gatti escono veloci e chiedono in fretta di rientrare. Ma talvolta si attardano, nell’assolata aria frizzante, e il loro pelo è sempre più folto e brillante.

I bulbi non si attardano, fra pochi giorni, neve o non neve, saranno pronti a fiorire, crochi di fine inverno e minuti giaggioli.

Albero dei tulipani

Liriodendro Liriodendron tulipifera

Liriodendron tulipifera
Liriodendro o Albero dei tulipani

Il liriodendro, o albero dei tulipani, nome che gli deriva dalla forma dei fiori, è una pianta originaria del Nord america. Gli indigeni (indiani d’America) lo chiamavano l’albero canoa perchè i tronchi massicci venivano utilizzati tutti interi per costruire le canoe. E’ un albero di una bellezza esagerata, e questa volta parlo sul serio, non soltanto in ragione del mio amore per il mondo vegetale. Si tratta di bellezza reale, quella stessa che si trova sul volto di una donna, e a volte anche di un uomo, che non possiede espressione che non sia attraente. Il liriodendro ha un portamento regale, con un tronco diritto e una chioma folta e regolare, foglie dalla forma aggraziata, morbidamente quadrangolari, verde tenero nella bella stagione e di affascinanti colori dal giallo all’arancione in autunno. I fiori sono assai appariscenti, come quasi sempre accade nella famiglia delle magnolie, a sei petali giallo verdi solcati da nervature viola e arancio (già mostrati in un post del 2011). E d’inverno, quando ormai si è spogliato di quasi tutte le sue attrattive, restano sui rami i calici dei fiori, rigidi ed essiccati, teatrali, spiccano come stelle o gioielli.
La bellezza è una qualità ambivalente. Mentre i nostri occhi rimangono estasiati, le nostre emozioni e la nostra razionalità elaborano pensieri discordanti, invidia, gelosia, una sorta di attonito sgomento. Forse per questo mi sorprendo ora a domandarmi se un simile albero possa suscitare simpatia, e affetto. O soltanto un’intensa, ma gelida, ammirazione.

I liriodendri sono molto comuni come specie ornamentale nei viali e parchi cittadini, come si vede in questa pagina.

L’albero della fotografia si trova nel parco storico di Villa Serra a Comago, in val Polcevera, nelle vicinanze di Genova. Questo post è stato pubblicato per la prima volta il 4 gennaio 2009

Lamponi

Lampone - Rubus idaeus

Lampone – Rubus idaeus

Il lampone è una pianta del sottobosco di montagna. Inutile cercare di farli crescere in pianura, o troppo vicino al mare. Nel mio giardino, i lamponi prosperano. Da una singola piantina, ne abbiamo già una spalliera e continuano a riprodursi indisturbati ovunque trovano terra di loro gusto.
Fioriscono numerose volte all’anno, ma i frutti più buoni sono quelli della primavera che maturano a giugno. Dato che si raccolgono nello stesso periodo della grande abbondanza di zucchini, ho fantasticato di ricette che abbinino due prodotti della terra così differenti: dalla torta di zucchini guarnita di lamponi alla mousse al lampone con zucchini fritti. Perchè no? Basta allontanare i pregiudizi, il gusto della natura merita sempre.
Quest’anno l’autunno è stato molto mite, e le piante hanno prodotto nuovi frutti all’inizio dell’inverno. Stagione mite, ma arida, i frutti sono secchi e insapori, anche se l’aspetto è impeccabile. Fra pochi giorni taglieremo i rami secchi e con loro le ultime bacche legnose. se ne andrà l’ultimo, proprio l’ultimo colore dell’estate. Ma come diceva il poeta …

if winter comes, can spring be far behind?

Il lampone è una rosacea ed appartiene allo stesso genere della mora, il frutto del rovo (vedi anche 18 maggio 2008). Lo avevo già mostrato nel vecchio blog il 1 agosto 2008

Nerine per sempre

Nerine sarniensis

Nerine sarniensis o bowdenii

L’autunno scompiglia il giardino, è più tiepido del previsto, quasi malato. Il giardino è sempre bello, anche se quest’anno l’ho un po’ trascurato, la stanchezza, talvolta, sconfigge anche l’amore. Abbandonato a se stesso, senza più regole, appassisce sotto i suoi frutti e nutre lan terra delle sue scorie; è diventato il giardino in movemento, il giardino planetario di Gilles Clement. Accanto a piante che non esito a definire orribili, euforbie neglette (vedi 14 marzo 2010, ma anche questa)e giganteschi crespini, crescono broccoli siciliani da semi dimenticati, cespugli di prezzemolo e basse distese di veroniche. Queste ultime fioriranno a primavera, garantito. A ottobre sono fioriti i crochi da zafferano e l’infida piracanta si è coperta di perle scarlatte.

Nerine sarniensis

Nerine sarniensis

Sull’angolo dell’aiuola più grande, dorme sempre il grosso bulbo di amarillide belladonna, che si è anche moltiplicato e produce abbondanti foglie, ma in sei anni non si è mai degnato di fiorire.
Invece non tradiscono mai le nerine, cui ho già detto in passato, da San Diego, e poi ancora qualche anno fa. Ero indecisa sulla specie, ma nel frattempo ho ricevuto una cartolina dall’isola di Guernsey, un’isola della Manica che è dipendenza della corona britannica, con governo autonomo, ma si trova non lontana dalle coste della Bretagan francese, nel golfo di Saint-Malo. La Nerine sarniensis è il giglio nazionale dell’isola e la stessa viene indicata come Nerina bowdenii, che deve quindi essere semplicemente sinonimo. Originaria dell’Africa australe, questa amarillide deve essersi ben adattata al vento dell’Atlantico, fresca e gentile com’è, forse si adatta all’aria buona un po’ dappertutto.

Giaggiolo puzzolente

Giaggiolo puzzolente

Iris foetidissima
i fiori di maggio

Anche nel mio piccolo giardino scopro sovente qualcosa di nuovo: come un giaggiolo, nato sotto il ciliegio, con strani fiori fra il giallo e il marrone. Un grosso cespo, cresce da qualche anno, e non mi sono neppure chiesta da dove sia venuto. Il suo nome è Iris foetidissima, cioè giaggiolo puzzolente, per la proprietà delle sue foglie di emanare, se strofinate, un odore sgradevole. Un nome impietoso per un fiore raffinato, come spesso sono i nomi della tradizione, fermi al tempo in cui odori e sapori erano le caratteristiche più importanti di qualsiasi verdura. Gusto e odorato sono i sensi vitali, perchè quelli che valutano il cibo, la bontà e sicurezza di ciò che si mangia. La bellezza, il colore sono accessori, gradevoli, ma inessenziali.
Da dove viene questo giaggiolo? Potrebbe anche essere specie spontanea, un seme capitato per caso. Ho interrato molti bulbi in giardino, qua e là, ma non sotto il ciliegio. Ma se non viene da acquisti o regali, deve essere un vagabondo. Specie spontanea in tutta la penisola, apprendo dal solito actaplantarum.

Giaggiolo puzzolente

Iris foetidissima
le bacche autunnali

Nel giardino fradicio e sbrindellato di novembre, spicca il colore acceso delle sue bacche, rosse arancio, a grappoli fitti. Da lontano pensavo fosse solo il cotoneaster (Cotoneaster dammeri, vedi 31 dicembre 2008, anche detto cotognastro di Dammer), che allunga rami striscianti punteggiati di bacche rosse, singole e minute come perle. Le bacche di questo giaggiolo ricordano quelle del gigaro (Arum italicum), che tuttavia mi accorgo di non avere mai pubblicato (vedi 2 maggio 2010 per i fiori di questa pianta). Come quelle del gigaro appunto anche queste bacche sono tossiche. Ma il loro colore rosso acceso parrebbe attirare gli uccelli che, pur non cibandosene, le trasportano, favorendone la diffusione.

Nonostante l’odore, anche questo giaggiolo è una specie da giardino, perchè ha fiori moderatamente appariscenti e fogliame lucido. Una delle sue attrattive più ricercate sono proprio le bacche dal colore brillante, il colore dell’autunno.

Salvia minore

Salvia minore

Salvia minore o verbenaca
Forte dei Ratti (Genova)

La Salvia verbenaca viene chiamata salvia minore perchè è una specie di sorella minore delle grandi salvie, la Salvia officinalis prima di tutto, ma anche le comuni Salvia pratensis e Salvia sclarea. In Italia sono presenti più o meno 25 specie diverse di salvie, delle quasi 1000 descritte sul pianeta. Tutte le salvie, dal latino “salus” o salute, sono piante officinali e commestibili, con aroma più o meno accentuato e gradevole. La salvia comune (S. officinalis), per esempio, è una famosissima erba aromatica, ma l’odore delle sue foglie fresche stropicciate può non piacere, anche se questo ha poco a che fare con il sapore che conferisce agli intingoli e alle minestre. Tutte le salvie inoltre contengono modeste tracce di una sostanza, un chetone detto tujone, che è presente anche nelle artemisie e in particolare nell’assenzio (27 luglio 2008), e oltre ad avere proprietà digestive e antimicrobiche, è un modesto stimolante. Per questo la salvia è tradizionale ingrediente degli elisir di lunga vita per tenere attive le funzioni della memoria, ma anche potenziale veleno neurotossico se ingerita in quantità eccessive.

La salvia minore è una delle specie più comuni, presente in collina, in campagna, ma talvolta persino nei parchi e gli incolti di città. E’ uno di quelle piante cocciute, che non smettono mai di fiorire durante tutti e quanti i mesi dell’anno. Nonostante qualche inevitabile differenza nell’aspetto, le sue foglie ruvide fortemente incise sono facilmente riconoscibili.
Così l’ho incontrata alla fine di aprile sulla costa battuta dal vento delle colline alle spalle di Genova (forte dei Ratti), e adesso, a fine ottobre, in mezzo all’erba selvatica del cortile di una scuola nella periferia romana del Tufello. In questo cortile scopro fiori autunnali ancora freschi e floridi e erba rinverdita dalla recente pioggia. Specie comuni, modeste, ma a modo loro ricercate. Qui le foglie della salvia hanno l’aspetto più verdeggiante e tenero di quelle della sua gemella della costa, gli steli sono più slanciati, quasi a volersi staccare dalla sporcizia del suolo, il cespo più rado e le inconfondibili rosette basali invisibili in mezzo al folto dell’erba. I fiori sono ancora in boccio sulle spighette, ed io esito nell’attribuzione, ma non trovo una soluzione diversa che salvia minore. Mi conforta un sito, dedicato alla flora del parco di villa Torlonia che dichiara che questa pianta a Roma “è praticamente ubiquitaria, dal centro all’estrema periferia”.

Salvia minore

Salvia verbenaca
Roma, Tufello

Salvia minore

Salvia verbenaca
Roma, Tufello