Imperatoria cervaria

Imperatoria cervaria

Imperatoria cervaria
Cervaria rivini

Un’altra ombrellifera (più correttamente apiacea) abbastanza comune, ma sfuggente, come tutte le ombrellifere a fiori bianchi,  per la fatica che si fa  a riconoscerle.  Inserita fino a poco tempo nel genere Peucedanum  (si chiamava Peucedanum cervaria), ora si è conquistata un genere tutto suo, dall’etimologia un po’ inquietante.  Cervaria infatti deriva  dal latino “cervarium venenum”, erba velenosa citata da Plinio utilizzata per ungere le frecce.  Si tratta di un’erba velenosa? Non sembrerebbe davvero, o per lo meno non di più della maggior parte delle altre.  Le sue ex-parenti del genere Peucedanum sono piante di antica tradizione nella medicina popolare, usate nel trattamento del mal di gola, ma anche dell’epilessia (ho ancora da trovare una pianta non usata nel trattamento dell’epilessia), dei dolori alle articolazioni, e nei disturbi respiratori e gastrointestinali.  In breve, per quasi tutto.
Ma la Cervaria di Rivinus (nome latinizzato di August Bachmann, botanico tedesco del XVII secolo) ormai è un genere a sè, e sembra davvero un’erba un po’ particolare, ricca di ‘acidi grassi molto interessanti’ e ‘rari derivati di cumarine’.  Imperatoria cervaria Le cumarine sono composti aromatici di struttura benzopiranica e dall’odore caratteristico.  L’odore è quello dell’erba tagliata, del fieno, e questo la dice lunga sulla diffusione di queste sostanze, ovunque nei prati.  E’ possibile tuttavia che Cervaria contenga della cumarine tutte sue che ancora ci devono rivelare le loro caratteristiche.  Come tutti i preparati fitoterapici sarà inevitabile che i benefici si mescolino a potenziali pericoli, e che sostanze vitalmente attive debbano essere smascherate nella loro forma più efficace.  Un lungo lavoro, insomma, che la medicina tradizionale  poteva pemettersi di evitare, utilizzando ogni pianta con parsimonia, saggezza, e in combinazione con altre.

Diffusa quasi ovunque in campagna, per ora mi preoccupo di individuare qualche trucco per distinguere l’imperatoria cervaria dalle altre apiaceae. Osservo bene le foglie, pennatosette, ovali con margine seghettato, i piccoli fiori con cinque petali bianchi, e soprattutto i semi, schiacciati, con strette ali, di colore verde che vira leggermente al rossiccio.  La saprò riconoscere?

Riso

Riso Oryza sativa

Oryza sativa
Riso

Riso…devo confessare che vedere questa pianta da vicino, alla mostra mercato di Lucca Murabilia, dove ho scattato questa fotografia, un po’ mi ha commosso.  Non che non la conoscessi, anche se non è proprio un’erbaccia comune, nè particolarmente rappresentata.  La specie coltivata Oryza sativa non cresce allo stato spontaneo, anche se ai bordi delle risaie, nei vasti campi perennemente inondati,  prospera una varietà selvatica, (Oryza sativa var. sylvatica) detta riso crodo, che è una temuta infestante (archeofita invasiva) in tutta la pianura padana.
Il riso merita davvero tutto il nostro rispetto, e riconoscenza,  perchè è una pianta a cui il genere umano deve molto. Non solo è  il cibo principale per circa la metà della popolazione mondiale e viene coltivato in quasi tutti i paesi, ma costituisce uno degli alimenti più versatili e completi, ricco di nutrienti essenziali, salutare e benefico per tutti gli individui e tutte le età. In un certo senso, seppure con qualche piccola integrazione, si può vivere di solo riso ed è anche dimostrato che i suoi costituenti non provocano nessun fenomeno di allergia alimentare (il riso non contiene glutine), rendendolo uno dei cibi più compatibili con il nostro organismo.

Il riso è originario del’Asia, il sud est della Cina, o forse l’India.  Utilizzato in oriente da millenni come cibo,  in Occidente invece,  dai Greci ai Romani, poi per tutto il Medioevo e fino all’epoca rinascimentale, il riso era conosciuto come spezia,  medicamento adatto ad  ogni tipo di patologia o per cosmesi, prima di diventare anche qui, lentamente, ma inesorabilmente, uno degli alimenti più comuni.

Pianta singolare, versatile, ma comunque di origine tropicale,  è molto esigente in fatto di acqua e temperatura, e qui,  dalle parti del 45° parallelo, cresce completamente a bagno,  in un ambiente che simula l’intensa umidità delle sue terre di origine,  al riparo dagli sbalzi termici e idrici. Così, mentre il suo frutto ha tante virtù salutistiche, per i lavoratori, o meglio le lavoratrici, le mitiche mondine, immerse per intere giornate nelle pozze di acqua ferma, infestate da ogni genere di insetti, la semina, il trapianto e la monda del riso rappresentavano una fatica e un disagio immenso. Oggi, mi informa seccamente wikipedia, il lavoro delle mondine viene svolto dai diserbanti.

Conosciuto in numerose varietà, forme e colori, pare che le varietà più salutari siano quelle a chicco scuro, particolarmente ricche di antocianine e polifenoli.

Panace comune

Si fa chiamare panace perchè dovrebbe essere la panacea di tutti i mali, ed effettivamente nei tempi passati quest’erba veniva utilizzata per curare le più svariate affezioni, e anche come pianta alimentare.

Panace comune

Heracleum sphondylium

Ma, come chi conosce le erbe fa spesso osservare, è molto difficile identificare in modo corretto le Apiaceae (ombrellifere) a fiori bianchi, molte delle quali sono assai velenose, come la cicuta maggiore e minore, e quindi la cautela è obbligatorio. Ad eccezione di alcune specie che conosco dall’infanzia, io sono sempre dubbiosa sul nome da dare a tutte queste piante, così simili e così leggermente diverse.  Sarà lei?  Non sarà lei? Come sempre, ci provo.
Il nome scientifico, Heracleum, si riferisce a Ercole, il greco Eracle,  forse per le dimensioni possenti che la pianta può assumere. In inglese si chiama hogweed, che significa letteralmente erba dei porci; non è un gran nome per una pianta alimentare, perchè i porci, si sa, mangiano di tutto.  Le foglie sono ampie, palmate e di forma molto variabile e hanno un glorioso passato nelle zuppe fermentate polacche.

Panace

Foglie di panace comune
(Heracleum sphondylium)
la foglia oblunga sotto i fiori è quella di un’ortica (Urtica dioica) che si è intrufolata nella foto

La lattofermentazione è  molto usata per la conservazione delle verdure nell’Europa dell’Est e se cavoli e cetrioli, ma anche carote e barbabietole, conservate con questo metodo non sorprendono più di tanto, in passato anche molte piante spontanee erano sottoposte a questo processo per consumarle.  Oggi, come ci informa questo interessante articolo, la lattofermentazione delle piante selvatiche, una volta molto diffusa fra le popolazioni slave, è completamente sparita dalle campagne.  Ma la panace, Heracleum sphondylium, menzionata per la prima volta come alimento e come medicina nel 1595,  è stata  anche l’ultima erba selvatica ad essere utilizzata in questo modo in Polonia e Lituania fino al XIX secolo in una zuppa detta barszcz. Lo stesso articolo riferisce di aver trovato almeno due esempi dell’utilizzo della panace in una zuppa affine al barszcz nei Carpazi fino al XX secolo.  Il sistema è semplice:  si mettono fusti e foglie in un’arbanella, coperti di acqua e si lasciano stare per qualche giorno prima di cuocerli nella zuppa. Il metodo però non è standardizzato e certamente richiede, anche per le verdure più usuali, pratica e consapevolezza.

Anche per la panace, toccasana per tutti i mali, c’è il rovescio della medaglia.  A causa della presenza di una sostanza della classe delle furanocumarine, questa pianta può causare reazioni di fototossicità, ovvero provocare irritazioni della pelle, anche severe,  su soggetti sensibili,  specie in caso di esposizione al sole.  Questa caratteristica è comune anche ad altre ombrellifere ed è particolamente significativa in un’altra panace, oggi oggetto di attenzione e preoccupazione, la panace di Mantegazzi, Heracleum mantegazzianum, considerata una specie tossica pericolosamente invasiva.

Imperatoria di Tommasini

Tommasinia altissima

Imperatoria di Tommasini
Tommasinia altissima

Imperatoria di Tommasini
Assomiglia, e molto, all’Angelica (8 agosto 2008), tanto che può confondere anche osservatori più esperti di me, ma è ancora più imponente, spavalda, e il suo portamento suggerisce la statura imperiale del suo nome comune, imperatoria. Il nome scientifico viene da Muzio de Tommasini (1794-1879), uno statista triestino appassionato studioso della flora.

Tommasinia ha ombrelle ampie, frutti pesanti e un robusto fusto rossastro,  cilindrico, può raggiungere i 3 metri di altezza. Con angelica, che però è più piccola di statura, condivide una certa prestanza, le foglie cauline provviste di guaine rigonfie che avviluppano i rametti laterali e l’aspetto delle infiorescenze ancora in boccio.  Diversi i fiori, di colore giallo deciso nella tommasinia e bianco rosata, formata di corolle piccolissime nell’angelica.  Non è una painta acquatica, ma spesso si incontra  negli alvei dei fiumi e non si fa intimidire dalla corrente.  L’ho scoperta spesso sulle sponde del fiume Trebbia,  nelle vicinanze di Rovegno in questi giorni, come nel luglio 2011.  Ripropongo qui sotto anche le foto  pubblicate allora, quando l’avevo identificata con il sinonimo Tommasinia verticillaris.

Nonostante la somiglianza, non ha le virtù alimurgico medicinali dell’Angelica e, forse, neppure la sua fototossicità; anzi risulta una buona a nulla, assente da tutti i database e priva di utilizzo noto. Non ci credo… mi aggiorno.

Imperatoria di Tommasini
Imperatoria di Tommasini
Imperatoria di Tommasini
Imperatoria di Tommasini

 

  

 
 

 

Agastache

Agastache mexicana

Agastache mexicana – luglio 2015

L’agastache è una pianta aromatica, commestibile, officinale.  Il suo nome significa qualche cosa come ‘dalle molte spighe’ dal greco ἄγᾰν molto, e στάχυϛ spiga.  Tutte le specie sono originarie del Nord America,  tranne A.rugosa che viene dall’estremo oriente asiatico(1), e quindi non si incontrano nei nostri prati.

Ho conosciuto  Agastache mexicana qualche anno fa ad una fiera di piante ed è stato amore a prima vista.  Ha il portamento snello e dimesso del nostro issopo (vedi 15 giugno 2009), con il quale nei luoghi di origine viene talvolta confusa, e piccoli fiori rosati.  Foglie e petali emanano un profumo squisito, dalla delicata fragranza citrina, e lo conservano, intatto, anche diseccati.  Purtroppo la pianta che avevo messo a dimora quattro anni fa mi pareva scomparsa e ne ho cercato a lungo e inutilmente un altro esemplare. Persino la coltivatrice che me l’aveva venduta non ne aveva più a disposizione.  Mi rimanevano le dolcissimo foglie secche, in un cartoccio, e un po’ di malinconia.

Agastache rugosa

Agastache rugosa

A settembre dell’anno scorso, alla fiera di Murabilia, presso lo stand dell’Associazione Adipa, trovo finalmente dei semi di Agastache rugosa, una specie simile, che mi riaccende la speranza.  Tutte e due le agastache sono piante perenni, piacevoli nell’aspetto e generose. Sono sempre stata abbastanza fortunata con i semi forniti da questa associazione e infatti Agastache rugosa è germogliata e cresciuta senza sforzo e ora ne ho un bel fazzoletto fiorito in un’aiuola. Viene chiamata menta, o issopo coreano (infatti è dall’Oriente che proviene) e il suo profumo è intenso, leggermente aspro,  ma non ha la squisitezza della A. mexicana.
Mi piace pensare che la vicinanza della cugina abbia risvegliato da un letargo durato anni la pianta di Agastache mexicana che credevo perduta.  Docile e snella è sbucata di nuovo, piccole foglie e microscopici fiori, pronta a formare un nuovo cespuglietto.

Agastache mexicana

Agastache mexicana
il nuovo germoglio – agosto 2019

Le qualità officinali di Agastache mexicana  sono ben note nell’etnomedicina del suo paese.  Con le parti aeree della pianta o l’infiorescenza isolata vengono preparati infusi e decotti o macerati alcoolici per trattare gli stati di ansia, insonnia e ipertensione, ma anche reumatismi e dolori causati da affezioni gastrointestinali. Uno degli utilizzi più diffusi è per alleviare i dolori addominali, e sembra proprio che una sottospecie, A. mexicana ssp. xolocotziana, chiamata “toronjil blanco” o issopo bianco, contenga un efficace principio spamolitico.(2)  Leggo che questa sottospecie si riconosce anche dal caratteristico aroma di limone.  Devo approfondire, ma forse è proprio la mia.

(1)Fuentes-Granados R.G. et al. (1998) An overview of Agastache research – J.Herbs Spices Med. Plants, 6:69-97
(2)Ventura-Martínez R et al. (2017) Spasmogenic and spasmolytic activities of Agastache mexicana ssp. mexicana and A. mexicana ssp. xolocotziana methanolic extracts on the guinea pig ileum. J Ethnopharmacol. 196:58-65 doi: 10.1016/j.jep.2016.12.023.

Iperico arbustivo

Iperico arbustivo

Iperico arbustivo
Hypericum androsaemum

E’ finita ormai la stagione verde, quella dell’erba fresca e dei colori delicati, dell’esplosione di germogli e corolle, delle fronde morbide e leggere. Il terreno asciutto è allagato a giorni alterni da acquazzoni repentini ed effimeri. L’erba cresce già gialla, contorta, increspata. Quasi tutte le piante hanno già dato, cresciute, fiorite, pesanti di frutti. E nel frattempo hanno anche dato da mangiare a un bel po’ di specie del regno animale, che più o meno gentilmente le hanno attraversate, percorse, scavate, divorate. Adesso sì che la pianta è forte, adesso sì può prepararsi al riposo. Bacche e frutti si disfano per lasciar cadere nella terra la promessa del seme, le foglie ingialliscono, si contorcono, cambiano forma.  In quest’estate avanzata, le  piante si caricano del caldo colore della maturità.

Questa varietà di iperico, o erba di San Giovanni arbustiva, è un suffrutice perenne (qui nella forma primaverile)  e ha  l’aspetto solare di tutte le erbe del suo genere (vedi anche 10 luglio 2009). Inoltre contiene praticamente tutti gli stessi principi attivi del suo celebre parente, Hypericum perforatum (vedi anche 21 giugno 2008).  Un tempo incluso nella famiglia delle Guttifere (oggi rinominate Clusiacee) per la presenza di minute vescicole ricche di fluido su varie parti, soprattutto le foglie,  oggi nelle Hypericaceae, l’iperico è una delle piante officinali più conosciute e investigate.  Viene utilizzato come antivirale, ma soprattutto come ansiolitico, grazie alla presenza nelle foglie, germogli e fiori del composto ipericina, ma anche l’iperforina, a cui sono state riconosciute anche significative proprietà antidepressive.

 

Potentilla erecta

Potentilla erecta

Potentilla erecta

Pianticella dai molti nomi e dalle molte forme, ha portamento slanciato (eretto) per quanto possibile per un’erbetta minuta, con foglie palmate, frastagliate, tre segmenti e due stipole, foglie sfuggenti, che scappano quando sbocciano i fiori, sgargianti corolle gialle in cui  neppure il numero dei petali è definito (possono essere da 3 a 6).  Varie specie del genere Potentilla si chiamano volgarmente cinquefoglie e neppure questa fa eccezione, con il curioso aggettivo di tormentilla, che era il nome originariamente attribuitale da Linneo nel 1753.  Questo singolare nome di tormentilla deriverebbe da torméntum, per la capacità della pianta di alleviare il dolore,  mentre il nome attuale deriva semplicemente da potens, potente e si riferisce ancora una volta all’efficacia delle sue qualità curative.

Simile alla Potentilla reptans (cinquefoglie comune, vedi 26 marzo 2009), che ha un portamento strisciante e foglie palmate, composte di cinque foglioline seghettate, anche questa è una pianta ricca di importanti principi attivi, soprattutto tannini, utili per il trattamento della diarrea e le infiammazioni della cavità orale.

Circaea, l’erba della maga Circe

Circaea alpina

Circaea sp.  –  Erba maga

Saltellavo fra sasso e sasso, sulle sponde verdi e limpide del fiume Trebbia, dove l’acqua cristallina è così fredda che è quasi impossibile immergersi anche nell’inesorabile calura di agosto.  Pochi fiori, ormai è estate piena. Ma la montagna ha sempre risorse. E così inciampo in una pianticella da niente, che mi ammalia e stupisce.  Devo tornare indietro a guardarla.  E’ una pianta magica, anche se nessuno  ricorda perchè.  La fattucchiere lo sapevano, ma non l’hanno lasciato scritto.  Intitolata alla maga Circe, il suo nome è Circaea e volgarmente erba maga. In Italia se ne incontrano soprattutto due specie principali. Quella comune si chiama C.lutetiana,  nome che le deriva semplicemente dal fatto che il botanico che  per primo la classificò viveva a Parigi e,  non so se per vanto o per mancanza di fantasia, le dedicò il nome della sua città.  L’altra è  C.alpina, che spunta sopra i 300 metri di altezza, ed è più minuta ed esile. Le differenze sono subdole e irrilevanti;  ma siccome la differenza fondamentale sarebbe la dimensione, a me questa piaticella minuscola parrebbe  C.alpina, mentrea i database di riferimento mi riportano implacabili a C. lutetiana.
Circaea alpina
Così lasciamo andare,  erba maga è ed erba maga rimane,  gelosa di filtri e di incantesimi, cuoriformi le foglioline, cuoriformi i microscopici petali sulle minute corolle bianco rosate. Insieme ad epilobi ed enotere (vedi sotto), appartiene alla famiglia è quella delle Onagraceae, il cui nome deriva dal greco ὄναγρος asino selvatico, forse a causa della forma delle foglie, lunghe ed appuntite come le orecchie degli asini, oppure perchè, come un po’ tutte le erbe, erano considerate cibo da asini.

Le altre onagracaea:
Epilobium angustifolium21 agosto 20084 agosto 2011
Epilobium dodonaei 11 luglio 2011
Epilobium hirsutum4 ottobre 2010
Epilobium roseum8 luglio 2011

Oenothera erythrosepala14 luglio 2011
Oenothera sp1 novembre 2011

Erba medica in campagna e in città

Medicago - campagna

Medicago sativa

L’erba medica è un prezioso foraggio, ma non è, come ingenuamente si potrebbe pensare, un’erba medicinale. Il suo nome scientifico, Medicago, significa erba della Media, una regione della Persia da dove si riteneva appunto che quest’erba fosse originaria , e probabilmente da dove più o meno proveniva.  Oggi si considera archeofita naturalizzata, un termine che più o meno significa che non esatamente nata qui, ma c’è arrivata un bel po’ di tempo fa. Nota in tutto il mondo come alfalfa, dall’arabo al-fáṣfaṣa che significa foraggio, è una pianta dalle numerose proprietà curative, non tutte confermate scientificamente.

Medicago

Medicago sativa
aprile in città

La medicina tradizionale ne riporta l’uso per migliorare la memoria, curare disturbi del sistema nervoso, l’ipercolesterolemia, come antiossidante, antiulcera, antimicrobico, ipolididemico, nel trattamento dell’aterosclerosi, disturbi cardiaci, ictus, cancro e diabete. E poi? Sfogliando distrattamente PubMed, vengo per esempio a sapere che è ha anche proprietà estrogeniche utili per alleviare i sintomi della menopausa e  viene anche utilizzata dalle madri come galattoforo. Però quest’ultimo utilizzo non è veramente confermato ed esige cautela.  Meno male.

vedi anche post del vecchio blog 22 settembre 2009

Salpichroa, piccola solanacea

Salpichroa origanifolia è una pianta perenne della famiglia delle Solanaceae, originaria del Sud America

Salpichroa

Salpichroa origanifolia
foglie a fine giugno

Alloctona casuale, ma anche naturalizzata, in molte regioni d’Italia, non l’avevo mai incontrata in campagna o nel verde, e ho dovuto scoprirla in città, in un aiuola nei pressi del Pronto soccorso dell’ospedale San Martino, il più grande della città.  Il suo fogliame ha occupato gran parte dell’aiuola dove dimorano giallissime lantane camara, e forse è proprio arrivata insieme a loro, perché mi stupirebbe che sia stata collocata di proposito.   La foglia è carnosa e piacevolmente verde, e la forma ricorderebbe le foglie dell’origano, da cui il nome.

Ho fotografato distrattamente le foglie con il telefonino alla fine di giugno, chiedendomi che pianta mai fosse. Quando ho scoperto chi era e qualcosa in più di lei, sono tornata dopo un mese, per vedere la fioritura.

I microscopici fiorellini sono timidi e sfuggenti, assolutamente non vistosi, ma  a loro modo sorprendenti. Dalla loro forma, e colore, deriverebbe il nome del genere, dal graco σάλπιγξ, sálpinx che significa tromba e χρόα, croa,  pelle.  Di campanelle effettivamente si tratta, bianche, minute, appena appena bombate, così piccole e nascoste fra le foglie che bisogna fare una certa attenzione per vederle. Un fiore diverso da quello di quasi tutte le altre solanacee, che in genere presentano corolle aperte e piatte.  Persino Physalis (12 novembre 2009 ), l’alchechengi  coi frutti a forma di lanterna, ha fiori a stella.  Finalmente li scopro, oltre  la ringhiera; e scovo persino qualche traccia precoce del frutto che stanno preparando, questo sì abbastanza simile a quello di altre solanacee più famose, Solanum nigrum (erba morella, 15 ottobre 2008), Solanum dulcamara (dulcamara, 28 giugno 2009), o addirittura Solanum melangona (melanzana).

Salpichroa

Salpichroa origanifolia
fiore

Salpichroa

Salpichroa origanifolia
Fiore e inizio del frutto

La salpicroa è una specie tossica perchè contiene alcaloidi che hanno effetti allucinogeni.  In questo ricorda altre solanacee più famose di lei, come la datura , celebre pianta stupefacente per la presenza di atropina e  scopolamina,  e il tabacco, che ha grandi fiori tubulosi e contiene una potente droga, la nicotina.  Anche le nobili solanacee alimentari, come patate, pomodori e melanzane,  contengono alcaloidi tossici , primo fra tutti la solanina.

In queste piante sono anche presenti composti  denominati witanolidi, molecole della famiglia degli steroidi, che possono avere attività antiproliferativa sulle larve di insetti come le mosche, e forse proprietà antitumorali.