Malva muschiata

Malva moschat

Malva moschata – Malva muschiata

Tutte le malve hanno fiori stupendi. Tutte le malve sono specie officinali. Tutte le malve sono piante semplici, senza pretese, più o meno resistenti alle avversità atmosferiche e urbane. Tutte le malve sono piante straordinarie. Per questo scoprirne un’altra, differente da quelle che sono abituata a vedere, mi commuove e delizia.

La malva muschiata deve il suo nome all’odore del muschio, l’intenso e piacevole  profumo che emana. Le sue doti ne fanno una pianta ornamentale, coltivata nei vivai, sia come cultivar bianca (M. moschata ‘Alba’) che rosa (M. moschata ‘Rosea’). E rosa l’ho incontrata, selvatica, sul ciglio della strada provinciale 56 che da Barbagelata (il paese più alto della città metropolitana di Genova) scende verso il passo della Scoglina. Le foglie sono finemente laciniate, come merletti, e questa caratteristica la distingue dalle altre malve che hanno foglie a lamina più compatta.

Malva muschiata

Malva moschata

Malva moschata contiene molti dei principi nutritivi e salutari della malva comune, Malva sylvestris,  da sempre utilizzata come pianta medicinale per affezioni dell’apparato respiratorio, come antinfiammatorio e blando lassativo. Tuttavia mentre Malva sylvestris cresce ormai soprattutto in aree urbanizzate, su suoli fortemente azotati, che sono frequentemente inquinati da metalli pesanti, pesticidi e altri residui,  Malva moschata si trova sui terreni puliti dei prati montani, e questo è il tipo di erba più adatto per gli usi medicinali.

Ginestra dei tintori

Genista tinctoria - Ginestra dei tintori

Genista tinctoria – Ginestra dei tintori

Protagonista dei prati di prima estate (vedi 1 giugno 2008), la ginestra dei tintori è, come tutte le sue omonime (Spartium, Cytisus, Genista, Ulex e via dicendo) il trionfo del colore, del giallo solare di questa stagione. Come le altre ginestre (la parola deriverebbe dal celtico ‘gen’ piccolo cespuglio) è un’erba officinale tossica. Vivamente sconsigliata la ricetta che circolava, non saprei perchè, qualche tempo fa nel web, di ‘risotto ai fiori di ginestra’. Il colore potrebbe essere allettante, ma le conseguenze imprevedibili. Il colore si può più opportunamente catturare, come indica il nome specifico, e usare per tingere tessuti.

Incontro la ginestra dei tintori, una specie piuttosto comune, nel praticello davanti una piccola casa di montagna che per me ha un sapore di magico. Si trova al passo del Fregarolo, valico che separa l’alta Val Trebbia, comune di Fontanigorda, con la val d’Aveto, comune di Rezzoaglio (siamo sull’Appennino in provincia di Genova), a 1200 metri di altitudine, nel mezzo di un’incantata foresta di faggi. Sul valico si trovano un’ottima trattoria, una lapide di ricordo delle lotte partigiane del 1944, e questa piccola casa. L’avevo conosciuta nel 2009, quando si fregiava di un vistoso cartello ‘vendesi’, e ci avevo anche fantasticato un po’ su. Poi l’avevo mostrata in questo post dedicato all’epilobio.

Passo del fregarolo - Ginestra dei tintori

Casa al passo del Fregarolo

Oggi, a distanza di nove anni, l’epilobio è scomparso, non c’è più traccia nè di fiori nè di frutti, rimpiazzato da altre specie, semplici, coraggiose, colorate. Mi chiedo se qualcuno lo abbia estirpato nel tentativo di addomesticare la radura di fronte alla casa, che oggi appare più accudita, con un accenno di sentiero verso la porta; oppure se ci abbia semplicemente pensato la natura, per ragioni sue proprie e imperscrutabili, a cambiare vestito al prato.
Mi rimane quel segreto, irrefrenabile, desiderio di rimanere qui, in questa piccola casa lontana da tutto, così vicina al cielo.

Falsa ortica maggiore

Lamium orvala - Falsa ortica maggiore

Lamium orvala – Falsa ortica maggiore

 

Falsa ortica maggiore o ortica morta (‘dead nettle’ in inglese), cioè priva dell’aggressività cutanea dell’ortica, ecco un’altra versione della pianta che da il nome alla famiglia delle lamiacee, già labiate. Ho già mostrato in precedenza la falsa ortica purpurea, e di quella maculata (14 marzo 2009).

Salvia glutinosa

Salvia glutinosa

 

Questa specia, Lamium orvala, mi è meno familiare. Ma lungo l’alto corso del fiume Trebbia, in una delle valli più selvagge e attraenti del nostro Appennino, la scopro ancora fiorita, con le boccucce dei fiori spalancate e screziate come orchidee. E ancora, sulla strada per Rondanina (siamo sempre nell’alta Val Trebbia), le fioriture sono ancora abbondanti in questo inizio di luglio, ricche, ma più monotone dell’esplosione della primavera. E mentre la falsa ortica maggiore i fiori li ha quasi tutti finiti, la salvia gialla, Salvia glutinosa (già descritta il 28 luglio 2009) è ancora in boccio.

Il lamio è un genere di piante officinali e commestibili (una volta si mangiavano molte erbe che oggi troveremmo troppo rustiche e coriacee per i nostri palati), utilizzato dalla medicina popolare come emostatico, antinfiammatorio, antispasmodico, immunoprotettivo, e persino nel trattamento dei traumi. Queste proprietà sono dovute all’immancabile presenza di flavonoidi, saponine, acidi fenolici, terpeni, mucillaggini, polisaccaridi e tannini. A causa dell’uso tradizionale per la cura delle irritazioni della pelle e degli occhi, è stata recentemente proposto l’impiego di piante della famiglia delle lamiaceae, e in particolare del Lamium album, per ridurre la pressione introculare.
A differenza della sorelle però, la falsa ortica maggiore è utilizzata prevalentemente come ornamentale, per il portamento, le foglie di colore verde brillante e la graziosa fantasia dei fiori. Anche se si fa un po’ di fatica a crederlo, vedendola così, al margine del bosco, quasi sfiorita, semi coperta dalla polvere della strada, all’ombra di fronde sempre più imponenti.

Catalpa in fiore

Catalpa bignonioides

Catalpa bignonioides

Sembra quasi una competizione, quella fra la Catalpa (Bignoniaceae) e la Paulownia (Paulowniaceae), oppure una rincorsa. Quando si incontra uno di questi bellissimi alberi con foglie esagerate, la domanda è d’obbligo: sarà una catalpa o una paulonia? Eppure le differenze sono tante e molto vistose, perchè ogni cosa è grande in queste piante, dal portamento alla fioritura.
Per distinguerle è importante notare quando fioriscono, perchè anche se non ci sono limiti tassativi, e quelche pianta può sempre decidere di fiorire un po’ fuori stagione, il periodo dell’antesi (fioritura) è molto significativo per identificare una pianta. La paulonia fiorisce, brevemente, verso la fine della primavera, talvolta decisamente prima nei luoghi più soleggiati e caldi; ha fiori tubulari tendenti al violetto lilla, più raramente biancorosa. Invece la catalpa ha una fioritura prolungata, che si protrae nel cuore dell’estate. I fiori sono bianchi, di forma più allargata, ma altrettanto attraenti. Ma la differenza più notevole è la forma del frutto, fagiolini per la catalpa, per questo anche detta “albero dei sigari”, e capsule ovoidali quelli della paulonia.
La calura estiva sta lentamente fiaccando ogni fioritura, ma nell’ombrosa alta val Trebbia, nel bel borgo di Montebruno, la fioritura della catalpa resiste ancora e regala un colpo d’occhio davvero affascinante. Un albero importato da lontano, viene dal Nord America, è ormai piuttosto comune e localmente spontaneizzate nel nostro paese; ma come tutte le esotiche avventizie è spesso oggetto di un’osservazione attenta e non troppo benevola da parte dei naturalisti preoccupati della conservazione ambientale.

Patata, forse non tutti sanno che ...

Solanum tuberosum - patata a fiori rosa

Solanum tuberosum – patata a fiori rosa

… patata potato pomme de terre Kartoffel batata ecc ecc …

Solanum tuberosum - patata a fiori bianchi

Solanum tuberosum – patata a fiori bianchi

Non avevo mai pensato che avrei pubblicato un post sulla patata (Solanum tuberosum), finchè in quel di Montebruno, ridente paese della alta val Trebbia, ho visto questo bellissimo campo di patate dai fiori rosa. Ignoro di che varietà si tratti, ma certo è differente da quelle più comuni, con fiori bianchissimi, e che nello stesso campo sembrano essere leggermente più indietro nella crescita. Il colore che conta, nel caso della patata, è quello del tubero, della buccia e della polpa, mentre il fiore del S.tuberosum non suscita il ben che minimo interesse. Invece io, incuriosita da questa inusuale fioritura, ne prendo spunto per approfondire.

Forse non tutti sanno che la patata

…  è il quarto vegetale più consumato al mondo (i primi tre sono il riso, il frumento e il mais), coltivata in oltre cento paesi distribuiti su tutte le latitudini, con le condizioni climatiche più diverse, dalle zone prossime al circolo polare artico fino all’estremità meridionale del continente sudamericano

… è un tubero, ovvero una porzione di caule o fusto (no, non è una radice) di forma allungata e globosa in cui si accumulano sostanze di riserva, i tuberi si trovano sottoterra (no, le patate non crescono appese fra le foglie …) e se ne possono raccogliere numerosi dalla stessa pianta

Roccatagliata

Targa sulla piazza della chiesa di Roccatagliata (Neirone, Genova)

… fu introdotta in Europa, ovviamente, dagli spagnoli che avevano conquistato il Perù, e arrivò in Italia nel 1584, portata dai frati carmelitani scalzi, proprio a Genova. Da lì passò in Toscana, nelle valli piemontesi, e poi, ad opera dei valdesi, in Svizzera, Austria e Germania. La Liguria fu la prima regione italiana ad impiegare la patata per preparare purè e gnocchi, nel periodo pre e postnapoleonico, ma non fu facile farla accettare ai contadini. Nel 1792, Michele Dondero, parroco di Roccatagliata, un paese dell’alta val Fontanabuona, dovette mangiare un piatto di patate di fronte a tutti suoi compaesani per convincerli a cibarsene. A lui, come pioniere della coltivazione delle patate, è dedicata la piazza del paese e certamente meritevole fu il suo impegno dato che, come lui stesso racconta, le sue patate salvarono molte famiglie dalla fame e dalla dispersione.

…come altre solanacee, contiene diverse sostanze tossiche (glicoalcaloidi), soprattutto nelle parti verdi, nei fiori, nei germogli, nei frutti e nei tuberi che esposti alla luce si rinverdiscono, come difesa all’essere scoperti. La principale di queste tossine è la solanina, che è presente in minima parte nel tubero (meno di 10 mgr per 100 gr) e concentrata soprattutto nella buccia. Mio padre raccontava che nel campo in Pomerania, dove era prigioniero come IMI nel 1944, la fame li aveva spinti a provare ad assaggiare anche le bucce delle rade patate che avevano a disposizione, ma il risultato fu abbastanza disastroso. La solanina provoca gastroenterite, vertigini, tachicardia e crampi.

… nel XV secolo, gli indios che vivevano sugli altopiani andini coltivavano più di 3000 varietà di patate, un tipo di patata diversa per ogni ambiente. La biodiversità assicurava il successo, se una varietà andava male, ce n’era sempre un’altra che poteva salvarsi. Oggi si tendono a usare poche varietà, con il rischio della monocultura, come quella che provocò la grande carestia irlandese del 1845, causata da un’epidemia di peronospora che distrusse tutti i raccolti.

… mentre esistono migliaia di varietà di patate della specie Solanum tuberosum, distinguibili per la dimensione, la forma e il colore dei tuberi (pelle bianca, gialla, bruna, rosa, rossa, viola, nerastra) il colore e la qualità della ‘pasta’ (bianca, rossa, gialla viola) e la tenuta nella cottura, ci sono anche centinaia di specie di patate selvatiche differenti da S.tuberosum, non impiegate per la produzione,  ma assai importanti come tesoro di diversità genetica. Infatti esse possono presentare geni di resistenza alle malattie e di adattamento a condizioni ambientali difficili, utili al miglioramento della patate coltivate.

Il buon Enrico, spinacio selvatico

buon Enrico

Blitum bonus-henricus – Buon Enrico

Chi sia il buon Enrico non è certo. Forse un re, tanti di loro hanno avuto questo nome, e in particolare il celebre Enrico IV di Francia, già Enrico di Navarra, considerato protettore dei botanici e dell’agricoltura. Oppure qualche Enrico sconosciuto e dimenticato che l’immaginazione popolare ha associato a questa benefica pianta. Quello che è certo è che si tratta di una pianta alimentare, da Linneo classificata come Chenopodium bonus-enricus, ma in tempi recenti ridenominata Blitum bonus-henricus. La famiglia è quella delle Chenopodiaceae ovviamente, la famiglia degli spinaci e delle bietole coltivate, ma anche di erbe selvatiche alimentari, genericamente conosciute come farinello (vedi per esempio 24 settembre 2009). I farinelli, e il buon Enrico in particolare, sono piante alimurgiche di ottima qualità, benchè anche ricche di acido ossalico e quindi sconsigliate nelle diete di chi soffre di calcoli renali. Ma questa controindicazione, che si riferisce comunque al consumo eccessivo, vale anche per le verdure più pregiate come bietole e spinaci coltivati.
L’aspetto del buon Enrico è allettante, anche se tutt’altro che attraente, ha l’aria di un’erba buona, con foglie croccanti e fiori insignificanti, ma vistosi. Incontrarlo è un piacere, sul limitare di una stradina nella frazione di Villacella, comune di Rezzoaglio (Genova). Questo villaggio ha tradizioni interessanti, una chiesa parrocchiale imponente e i resti di un antico mulino; una lapide ricorda un maestro scalpellino e un’altra un disperso in Russia. Il semplice passato di un borgo di montagna che ancora cresce fra le sue pietre un orgoglioso spinacio selvatico dal nome regale.

Okra ortaggio creolo

Abelmoschus esculentus

Abelmoschus esculentus

L’okra è una pianta della famiglia della Malvaceae.  Come le malve e gli ibischi, e come gli Abutilon, cencio molle e acero da fiore, tutti parenti, la pianta dell’okra ha fiori vistosi e aggraziati, che però durano poche ore ed è difficile sorprendere aperti.  I frutti sono bacelli verdi, di forma allungata, un incrocio fra un peperoncino e uno zucchino, non rotondeggiante, ma spigolosa.  Cava all’interno e ricca di semi, la sua sezione trasversale ha forma di stella. Originaria dell’Africa, è utilizzata un po’ in tutte le zone tropicali del mondo, a cominciare dall’America, dove è protagonista di molti piatti tipici dalla Louisiana al Brasile.

Abelmoschus esculentus

Abelmoschus esculentus – fiore

Ho conosciuta questo curioso ortaggio in Texas, e poi appunto in Louisiana. Si chiama anche gombo; e gumbo, nome alquanto simile, è la ricca zuppa della cucina cajun, piccante e odorosa, a base di gamberi e salsicce, addensata proprio dalla consistenza dell’okra che ne è ingrediente essenziale. In Texas ho provato a cucinarla e ho imparato a mie spese che la sua preziosa mucillagine richiede un cottura rapida e intensa, se non si vuol rischiare di ritrovarsi una pappa viscida e stoppacciosa. Cucinata a dovere invece è ottima, appetitosa direi.
Pianta da climi caldi, d’estate può crescere anche da noi. In Brasile ho comprato una bustina di semi e ora ho quattro piante rigogliose, che fioriscono e fruttificano generosamente. Ho assaggiato le mie okra, dopo un ammollo di un quarto d’ora nell’aceto, soffritte leggermente con scalogno e pomodorini e tutti le abbiamo apprezzate.

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Il miracolo dell'Hoya carnosa, il fiore di cera

Hoya carnosa

Hoya carnosa
fiori immaturi


Hoya carnosa è entrata in casa mia in sordina, quasi per caso. Un’amica me ne ha regalato una piccola fronda, promettendomi fiori strabilianti. E’ successo sei anni fa, sei lunghi anni di attesa. La piccola fronda attecchisce subito, sviluppa nuove foglie, cresce, si allunga, i suoi fusti volubili cercano ovunque appigli verso il cielo. Le foglie, scure e coriacee, si colorano di verde, marrone, nero. Macchie bianche. Cresce, ma non sta bene. E soprattutto non fiorisce. Io sposto, rinvaso, bagno, spruzzo, concimo, divido. Ora sono tre piante,  sempre più folte, sempre più protese. Ma niente fiori. Quasi quasi ho rinunciato a vederli, persino ad immaginarli, anche se  ormai li conosco bene da tutte le illustrazioni scovate in giro, fra libri e web. Staranno meglio fuori o nella serra? Avranno abbastanza umidità? O troppa? Meglio sostenerli con decisione o lasciarli liberi di vagare alla ricerca dell’appiglio che più li aggrada? Una quarta pianta viene sacrificata a un esperimento di permanenza all’esterno in condizioni non proprio ottimali. Alla fine le altre tre se ne stanno tranquille tranquille, al riparo dei vetri, in luce costante, ma non diretta, annaffiature regolari, ma non eccessive, vasi medi. Rigogliose, ma sterili.
Hoya carnosa

Hoya carnosa
fiori maturi


Finchè un giorno di questo giugno, così tiepido ed umido, quasi leggero, in cui il giardino e la serra esplodono di vitalità, sorprendo questi mazzetti rosa appoggiati con noncuranza alle lunghe fronde sinuose e ricadenti. Non uno, ma tanti, lungo le propaggini, alle ascelle, sotto le solide foglie. Piccoli mazzetti crescono e si aprono in stelle bianche, con nel centro un punto rosso, veramente come modellati con la cera o creati con la porcellana.
E’ proprio una pianta esotica, essendo originaria di una zona del mondo fra Asia meridionale e Oceania. In passato inserita nelle Asclepiadaceae, è oggi classificata nella famiglia delle Apocinaceae, insieme ad altri fiori affascinanti, come la plumeria, l’oleandro, la carissa e la più domestica pervinca (13 marzo 2009).  Adesso che la fioritura è cominciata, dovrebbe continuare sicura e generosa per tutta l’estate.

Iperico dei miracoli

Hypericum perforatum - Iperico

Hypericum perforatum – Iperico

Sono passati più di 10 anni da quando esiste questo blog e da quando ho mostrato la prima foto di questo fiore straordinario, l’iperico comune, o Hypericum perforatum (21 giugno 2008).

Il  nome tradizionale è erba di San Giovanni.  Davvero tanti potrebbero essere i fiori che si fregiano di questo nome perchè la festa di San Giovanni Battista, 24 giugno, è uno dei momenti dell’anno in cui la fioritura dei prati e dei campi tocca l’apice.  Anche se il giorno di San Giovanni è in realtà l’inizio del declino, quando il sole torna a muoversi, cioè il tramonto si riavvicina all’ovest e le giornate si accorciano, in questi giorni davvero nei prati impazza l’estate. In inglese l’iperico si chiama St John’s wort, ‘wort’ e  non ‘herb’, un termine che è spesso affiancato a louse, pidocchio, parassita, lousewort è  un’erba da poco, un’infestante selvaggia. In questa stagione, i fiori gialli dell’iperico brillano dappertutto, invadente sì, ma con dentro un tesoro.

La classificazione tradizionale (Cronquist) assegnava l’iperico alla famiglia delle Guttifere, oggi Clusiaceae, una famiglia di piante che contengono quasi ovunque minuscoli ricettacoli di lattice e resine. Anche se oggi la classificazione moderna APG ha creato la famiglia delle Hypericaceae, che contiene l’iperico appunto e un’altra decina di generi, i microricettali (cavità secretrici di origine schizogenica) sono sempre lì, come suggerisce proprio il nome specifico di questo iperico, H.perforatum, le cui foglie si presentano punteggiate (‘perforate’) per la presenza di zone trasparenti dove ci sono le ghiandole oleose. E’ il contenuto di queste goccioline che rende l’iperico una della piante da più tempo usata e fra le più studiate per le applicazioni medicinali e il suo estratto è una delle medicine erboristiche meglio caratterizzate e descritte.
Come farmaco i suoi impieghi sono molteplici e diversi, ma in primo luogo come antibatterico e antivirale, cicatrizzante e antidepressivo. Da erba curativa a erba magica, il passo è breve e la tradizione popolare si è sbizzarrita trovando molti usi particolari e curiosi di quest’erba, bruciata contro le streghe o usata per ‘sfasciare ‘ le fatture, o come semplice portafortuna se racconta nel giorno di san Giovani insieme ad altre erbe benefiche, seccata e confezionata in piccoli sacchetti a forma di cuore da tenere sempre con sè.
La scienza ha identificato i principali componenti attivi, fra cui spiccano ipericina, iperforina e vari flavonoidi fra cui rutina e quercitina. Tuttavia il meccanismo di azione delle singole sostanze non è ancora pienamente descritto e spiegato e nella maggior parte dei casi è l’estratto totale a fornire il massimo beneficio. La complessità dei preparati fitoterapici (un estratto vegetale contiene decine o centinaia di componenti) è insieme la potenza e il limite della medicina erborista. Infatti la presenza di componenti occulti, non descritti e non messi in conto, può causare effetti avversi imprevisti e complessi, ma nello stesso tempo la sinergia di componenti diversi può presentare un’efficacia inarrivabile con i singoli principi attivi. L’ipericina è un pigmento rosso che dona all’olio di iperico un colore sanguigno, come proprio il sangue del santo, decapitato da Salomè.  E’ una sostanza fotosensibile, cioè le sue proprietà sono attivate dalla luce, specialmente la componente ultravioletta, rendendolo un efficace funghicida, battericida e antivirale. Questa proprietà inoltre la rende utile per la fotodiagnosi e fototerapia dei tumori. Tuttavia, come tutte le sostanze di questo tipo, può dare fotosensibilizzazione della pelle. Ma è nella cura di disturbi nervosi, come la depressione, che l’iperico sta conquistando notorietà. Le cime fiorite dell’erba di San Giovanni sono state da sempre usate tradizionalmente e negli ultimi decenni sono diventate un trattamento specifico per le sindromi depressive in alcuni paesi europei, tanto che questa pianta è stata soprannominata il ‘prozac vegetale’. La cura farmacologica della depressione si basa su principi attivi che aumentano la concentrazione di serotonina alle sinapsi, inibendone l’idrolisi (inibitori delle monoamine ossidasi iMAO) e la ricaptazione (inibitori del trasporto come la fluoxetina, cioè il prozac). I componenti dell’estratto di iperico, in azione specifica di ipoericina e iperforina, ma sinergica con i vari altri componenti, eserciterebbero appunto un’azione di questo tipo, ma in modo nonselettivo, agendo su diversi neurotrasmettitori, serotonina, noradrenalina, dopamina, ma anche acido aminogammabutirrico e glutammato. Benchè non si sia pieno accordo sull’efficacia dell’erba di San Giovanni nei casi di depressione grave, e spesso venga prescritta soltanto nei casi di depressione lieve o moderata, non c’è alcun dubbio che essa sia almeno 10 volte più sana degli antidepressivi sintetici.

Geranium Rozanne

Geranium Rozanne

Geranium “Rozanne”

Il geranio “Rozanne” è un ibrido da giardino relativamente giovane, ma già carico di storia e successi. Il suo nome viene da quello di un’appassionata floricultrice inglese, Rozanne Warerer, che insieme con il marito Donald (entrambe pensionati, beati loro) coltivava gerani pregiati nel suo giardino. Gerani, si badi bene, non Pelargoni, che sono quelle generosissime piante della famiglia della geraniaceae che abbiamo tutti, ma proprio tutti, su terrazzi, balconi e davanzali (vedi 25 febbraio 2009). Gerani e pelargoni si assomigliano, ma non sono lo stesso genere, e soltanto i gerani sono spontanei nelle nostre campagne. La fortuna dei pelargoni, originari dell’Africa australe, è la loro lunghissima stagione di fioritura, mentre quasi tutti i fiori fioriscono per un periodo molto limitato nell’anno.

Geranium "Rozanne"

Geranium “Rozanne”

Or dunque i due fortunati vecchietti avevano nel loro giardino nel Somerset due splendide specie di Geranium, Geranium himalayense e Geranium wallichianum, dalla fioritura abbondante, ma temporalmente limitata. A un certo punto, e precisamente nel 1989, le due specie si incrociarono spontaneamente dando origine a un figlio ibrido, la cui straordinaria fioritura, ampia e prolungata, conquistò in pochi decenni il mercato vivaistico di tutto il mondo.
Quindi, se qualcuno volesse un vero geranio, da far invidia ai pelargoni più altezzosi, questa varietà è certamente un’opportunità da considerare.
Visto, ammirato e acquistato alla mostra mercato Fiorissima, vialla Schella, Ovada (AL). Messo a dimora in un angoletto del giardino, fra le rose rugose, impazienza, cosmea e la sopravissuta peonia.

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