Olivo, l'albero immortale

Olivo

Olivo Olea europea

Olivo di Paestum

Olivo Olea europea
Paestum – 29 settembre 2016

 

La pianta dell’olivo non cessa mai di stupirmi. Longeva, ai limiti dell’immortalità, sembra incarnare tutti i simboli della civiltà mediterranea.  Forse, in questi nostri giorni, anche i suoi limiti. Una tenacia atavica e tanti nuovi nemici.

Contro il cielo terso delle colline liguri, si stagliano argentee le chiome dei piccoli olivi di Borzone, così esili e fragili a confronto dei loro fratelli millenari incontrati presso le rovine di Paestum.

Siamo nell’entrotrera di Chiavari, comune di Borzonasca, presso l’abbazia di Borzone, una chiesa monastica antichissima, le cui origini si perdono veramente nella notte dei tempi.  Oggi, soprattutto d’inverno, questo luogo appare romito e strano, e  per raggiungerlo bisogna seguire una piccola strada tortuosa verso il niente. Ma nei tempi passati, quando la vita si svolgeva in altitudine e gli inutili e scoscesi fondovalle non interessavano nessuno, questa chiesa era probabilmente un punto di riferimento sicuro per viandanti e pellegrini.

L’inverno non è certo la stagione delle foglie, ma sono tanti sono gli alberi che non se ne liberano e invece le conservano tenacemente anche nelle temperature rigide e nella bufera.  Certo, le temperature non devono essere troppo rigide, nè il vento troppo cattivo, poichè nessun essere vivente è veramente invincibile contro la forza degli elementi. Oltre le mosche e i crudeli parassiti stranieri, l’atavico nemico dell’olivo è il gelo. Come racconta Gavino Ledda,  nel suo splendido libro “Padre padrone”,  l’olivo rischia soprattutto alla fine dell’inverno, a causa delle gelate tardive. Il padre di Gavino aveva appena messo a dimora giovani olivi di radiose speranze, quando verso la metà di marzo il gelo improvviso glieli uccise tutti. E piena di pathos e poesia è la descrizione dell’agricoltore disperato che si aggira fra i suoi alberi spezzandone i rametti ormai disseccati. Così, nel mio piccolo, è capitato anche a me, quando l’olivo del mio giardino (17 giugno 2009), colpito dal gelo di un febbraio rabbioso, si era fatto nero e secco, prosciugato. Ridotto quasi a un moncone, cominciò a riprendersi lentamente durante l’estate, buttando fuori foglie un po’ dappertutto, dal tronco, dai rami, come un animale peloso. Ma i frutti hanno tardato a tornare, quattro o cinque anni almeno perchè le prime olive tonde e sode rifacessero capolino fra le foglie. Ora è risorto, un alberello più forte e sereno di prima. Fino alla prossima gelata,  sempre che non arrivi prima qualche infida malattia esotica.

Glicine monumentale

Glicine
Quando si pensa ad alberi monumentali, centenari,  dal tronco massiccio, non viene in mente il glicine, pianta per lo più conosciuta per la romantica fioritura. Eppure anche il glicine può diventare un rampicante monumentale, come la Wisteria fluribunda del parco di villa Taranto a Verbania, uno dei giardini più belli d’Italia.

Anch’io, nel mio piccolo ho incontrato un glicine ‘monumentale’. E’ vicino a casa mia, in via Fontanegli, una stradina quasi di campagna, stretta e ripidina che scende da Bavari verso la chiesa di Fontanegli.  Il glicine di queste foto è con ogni probabilità Wisteria sinensis, il più comune e domestico, e cresce di fronte a una grande casa gialla, che ho sempre visto chiusa, come altre grandi case magiche di quella zona. A sinistra in una fotografia di inizio aprile 2009, ancora spoglio, pieno di germogli pronti a esplodere, mostra tutta la gettata del  tronco. In quei giorni avevo anche pubblicato una foto dei fiori con breve descrizione (7 aprile 2009)
Ed eccolo nelle foto qui sotto, in questo pomeriggio di ottobre, il fogliame è ancora rigoglioso e i fiori si sono ormai trasformati in frutti. Ma il tronco, muschioso e contorto, in questi quasi 10 anni si è fatto ancora più massiccio.
 

GlicineGlicine, tronco

 

 

Il glicine è anche una grande protagonista della primavera in città.  Generoso e frugale, cresce anche abbandonato a se stesso, si arrampica su cancelli e muri, come nella villa abbandonata di via Posalunga, che avevo mostrato in questo post.  Ho sperimentato di persona la perseveranza e attaccamento alla vita della Wisteria, perchè nel mio giardino, o meglio su una fascia del mio orto dove in genere coltivo i pomodori, cresceva un virgulto di glicine che, ingenuamente, avevo progettato di estirpare. Ma non ne ha voluto sapere, e più in profondità provavo a reciderlo con la mia zappa, con maggiore vigoria è sempre ritornato a spuntare e ad arrampicarsi al cielo.  Alla fine ha vinto lui, ed è rimasto dov’era, un po’ negletto, vendicandosi con una fioritura assai scarsa. Forse, un giorno, mi perdonerà.

Un albero monumentale: il rovere di Tiglieto

Rovere monumentale

Il rovere monumentale  di Tiglieto

Incontro questo rovere centenario oltre lo splendido ponte di pietra sul torrente Orba nel paese di Tiglieto, sull’Appennino genovese. Ma che cosa si intende per albero monumentale? Anche se leggende ed anedotti giocano spesso un ruolo importante nel costruire la fama di un albero, quello che conta in realtà sono le dimensioni. La misura principale riguarda la circonferenza del tronco ‘a petto d’uomo’ cioè più o meno a 130 cm di altezza. Le dimensioni del tronco sono una misura dell’età di un albero, naturalmente in modo dipendente dalla specie. Un larice di 5.50 m può avere mille anni, mentre un castagno della stessa dimensione soltanto due secoli(1).

Il ponte del rovere

Ponte seicentesco sull’Orba a Tiglieto (500 m slm)

Il rovere di Tiglieto cresce sul dirupo del torrente e io non riesco a cingere con la corda il suo vasto tronco. Mi abbraccio all’umida corteccia muschiosa e mi accontento di una stima del diametro, metri 1.4,  da cui ricavo una circonferenza  oltre i 4 metri.  In questa pagina, trovo che il rovere di Tiglieto ha una circonferenza di 460 cm e la sua età è stimata in 300 anni. Su quest’albero esistono variee leggende. Lo si narra piantato dalle truppe napoleoniche che da queste parti scorrazzarono assai negli ultimi anni del 18° secolo e si racconta di  una N in metallo conficcata nel legno, che tuttavia nessuno in tempi recenti ha mai visto.
L’albero è imponente, ma la chioma, alquanto rovinata, è stata sottoposta a una potatura nel 2015 che ne ha eliminato le parti disseccate, lasciandolo un po’ spellacchiato.
Il ponte invece resiste, assai più di quelli moderni, dall’anno ‘partu virginis’ 1667.

(1)Tiziano Fratus “Manuale del perfetto cercatore d’alberi” UEFeltrinelli 2017 pg. 66

Zamia furfuracea

Zamia

Zamia furfuracea

La Zamia non è una palma, anche se alle palme assomiglia. Appartiene alla famiglia delle Zamiaceae, il che non aggiunge molto a quello che sappiamo di lei. Con la Cycas, un’altra pianta che assomiglia a una palma, ma con le palme non ha niente a che fare, appartiene all’ordine delle Cicadali, piante antichissime, veri fossili viventi.

La incontro nel giardino di villa Durazzo a Santa Margherita ligure, un piacevolissimo parco a poca distanza dal mare, per fortuna aperto al pubblico e in cui si svolgono spesso delle belle manifestazioni, come l’appuntamento di Pasqua della fiera ‘Erba persa‘.
Lunghe foglie lucide si dipartono da un fusto sotterraneo, sorreggendo al centro una grande pigna, che potrebbe essere il frutto (anche se in questi vegetali non si dovrebbe parlare di frutti) femminile che contiene i rossi, velenosissimi semi.
Ho fatto fatica a riconoscerla, mi ricordava la Cycas, ma alquanto differente. E’ una pianta piuttosto rara e non menzionata neppure nei comuni manuali di piante da appartamento. Eppure come pianta da appartamento è molto decorativa, seppure le sue notevoli dimensioni la rendano di difficile collocazione, mentre crescerla all’esterno è più problematico perchè soffre il freddo invernale.

Alla fine l’ho scovata, anche in vari siti web, perchè ultimamente è diventata di moda. L’unica nota negativa è la tossicità delle sue bacche che possono, come nel caso delle Cycas, uccidere un incauto animale.

Ginestrella o osiride

Ginestrella

Ginestrella – Osyris alba

Leggo ‘ginestrella’ e penso che non può essere. Che cos’ha della ginestra questa pianticella che non sfoggia nè sgargianti fiori gialli a forma di farfalla nè bacelli verdi o neri? Infatti con la ginestra non c’entra affatto secondo i botanici, che la classificano nella famiglia delle Santalaceae, insieme a nobili esotici come il sandalo (Santalum album). Eppure ricordano le ginestre i suoi steli coriacei, le sue foglioline sottili e spesse, costruite per resistere alla siccità delle garighe mediterranee. Pianta sempreverde, xerofita come tutta la famiglia, non teme la sete e non perde le foglie durante il mite inverno della costa.
Il suo nome vero è Osyris alba, osiride si potrebbe chiamare, se non fosse che si rischia di confonderla con una eccellentissima divinità egiziana. Neppure è bianca, alba, perchè anche i suoi fiorellini, che sbocciano nel mese di giugno come per le altre ginestre, sono pallidamente giallini. Le bacche, rosso arancio, tonde, lucide e separate, ricordano persino un Solanum (S.capsicastrum 1 novembre 2009), con il quale però la piccola osiride non andrebbe per niente d’accordo. Non ho mai pensato, neppure per un momento, che potessero essere commestibili, e se per un frutto c’è un dubbio sulla digeribilità, è assai prudente astenersi dall’assaggiarlo. Però i miei riferimenti etnobotanici riferiscono di un utilizzo, in val d’Orcia, per le odontalgie(1), mentre una recente pubblicazione dell’Università della Giordania riporta di aver identificato nella pianta un alcaloide, l’osirisina, ed altri composti con significative proprietà antibatteriche (2).
Come certe ginestre, anche la ginestrella osiride viene utilizzata per scope e legacci, per la sua fibra robusta e tenace, ma flessibile.

(1) De Bellis A. Erbe di Val Norcia (1988) Ed. Del Grifo Montepulciano – citato in Guarrera PM – Usi e tradizioni della flora italiana Aracne Ed.(2006)
(2)Al-Jaber HI et al Chemical constituents of Osyris alba and their antiparasitic activities (2010) J Asian Nat Prod Res. 12(9):814-20

Clerodendro cinese, arbusto della buona sorte

Clerodendro cinese

Clerodendro cinese  – Clerodendrum bungei

 

Tempo fa mi chiedevo perchè il clerodendro ha questo nome, albero o pianta del destino o della buona sorte. Si tratta, è facile intuirlo, di una pianta sacra, usata in oriente, di dove è originaria, nelle cerimonie religiose. Mi convince assai meno l’interpretazione che farebbe risalire il nome all’azzardo che c’era nell’utilizzare questa pianta, dato che alcune specie sono tossiche ed altre officinali. Questa circostanza peraltro è vera per molti generi di piante, commestibili e nutrienti, o indigeste e tossiche a seconda della dose di certi componenti (vedi per esempio la patata).
Il genere Clerodendrum comprende alberi d’alto fusto, ma anche arbusti più modesti, come questa specie ornamentale,  che è assai esuberante e robusta, anche se sensibile alle gelate. Tutte le specie hanno fiori a forma di piccole stelle, prepotentemente profumati e riuniti in infiorescenze a ombrello rotondeggianti. Fiori che attirano le farfalle e anche, dove ci sono, i colibrì.  Clerodendrum bungei, ovvero clerodendro di Bunge (insigne botanico russo-germanico), ma volgarmente detto clerodendro cinese, non fa eccezione, anche se, a differenza dei fiori, le foglie sprigionano al contatto un odore pungente e sgradevole e la pianta è conosciuta anche come C. foetidus.
Clerodendrum appartiene alla famiglia delle Lamiaceae, ma talvolta viene assegnato alle Verbenaceae, tanto che nel dubbio io le ho indicate entrambe.

Fotografato nell’agosto di qualche anno fa, vicino a San Desiderio, Genova.

Fiori di luppolo

Luppolo

Fiori maschili di luppolo Humulus lupulus

Il luppolo è una pianta dioica, cioè ha fiori sessuati su esemplari diversi. Questi sono i fiori maschili, che producono il polline, mentre quelli femminili sono le ben note pannocchiette (vedi 5 settembre 2008), utilizzate per aromatizzare la birra dai tempi del leggendario Gambrino.
Le foglie piccole e ovali, i fiori verde gialli, quasi quasi non riconoscevo il mio luppolo, pianta con cui ho giocato per tutta l’infanzia. Della stessa famiglia della canapa, condivide con lei proprietà sedative e calmanti, addirittura soporifere. Grande è l’interesse per questa pianta anche dal punto di vista medicinale, tanto che un veloce ricerca sul database americano PubMed mi restituisce 838 pubblicazioni che in qualche modo riguardano Humulus lupulus.

Ma non solo. E’ una pianta alimurgica, e ben si accompagna all’orzo, con cui evidentemente si trova bene non solo nella birra, nelle minestre e con il cereale tostato. I giovani germogli possono essere consumati come verdura lessa e condita o  come ingrediente di frittate. Anche il pane può essere insaporito impastando la farina con acqua in cui vengano immersi i fiori femminili.

Una pianta di tali risorse non poteva essere priva di virtù magiche e frequenti sono i riferimenti al luppolo per esorcizzare il malocchio.

Noto che alcuni testi, forse non troppo recenti, classificano il luppolo nella famiglia della moraceae, con fico e gelso per intenderci. Anche la canapa (Cannabis sativa) faceva parte di questa famiglia, forse perchè la famiglia della cannabaceae non era stata ancora inventata. Alle cannabaceae appartiene anche il bagolaro comune (Celtis australis, 17 dicembre 2008 o meglio 7 settembre 2009 ) e i suoi parenti più esotici come Celtis glabrata, lasciando l’olmo quasi da solo nella famiglia della Ulmaceae.

Assenzio, un'artemisia come tante

Assenzio

Artemisia absinthium

L’assenzio selvatico (Artemisia absinthium) è una pianta dalle innumerevoli virtù officinali. Anche se il nome richiama soprattutto quello del liquore, stupefacente bevanda, la fata verde dei poeti maledetti, l’assenzio è prima di tutto una pianta medicamentosa. Il nome dialettale in genovese è mêgo, che significa medico, oppure magiô, cioè mago, guaritore. Non c’è nulla che l’assenzio non curi, dai calcoli biliari alle contusioni, dai vermi ai reumatismi, l’inappetenza e la stitichezza, l’ipertensione e la febbre. Naturalmente occorre sapere come e quanto utilizzarne. Per l’ipertensione un infuso di foglie molto diluito o decotto di foglie e fiori, per contrastare il senso di vomito decotto per 5 minuti nella dose di un bicchiere al mattino e uno la sera, contro le febbri malariche, occorre un decotto nel vino, da assumere filtrato. Perchè l’assenzio contiene tujone, sostanza tossica, ad azione epilettogenica, che per uso prolungato provoca degenerazione irreversibile delle cellule cerebrali. Dottor Jeckill e mister Hyde, il medico guaritore si trasforma in avvelenatore. Ma questo, che piaccia o no, è principio basilare di tutta la fitoterapia, e anche della farmacologia intera.

Artemisia verlotiorum

Artemisia verlotiorum

L’assenzio non è che una delle tante artemisie che popolano i prati. La più comune è Artemisia vulgaris, usata per alleviare i dolori del parto, ma anche come abortivo. L’artemisia comune è simile come una goccia d’acqua a un’altra artemisia, esotica invasiva, Artemisia verlotiorum, nome che gli assegnò il botanico Lamotte per ricordare i due fratelli Verlot, botanici di Grenoble, che l’avevano studiata. Questo tipo di artemisia si è prepotentemente insediata nei campi e ai margini delle strade dove prima cresceva la A.vulgaris,ma nel mese di agosto si può facilmente distinguere perchè non porta ancora i fiori, che sono già abbondanti sulla A.vulgaris. Le foglie delle due specie sono leggermente diverse e la neofita e meno aromatica. Essendo una delle ultime arrivate, non se ne conoscono utilizzi curativi, ma soltanto come arotimatizzante di liquori.

Delle varie artemisie ho già parlato in precedenza, 27 luglio 2008
Artemisia campestris
Artemisia canforata

Semplice come un giunco

Giunco comune

Giunco comune – Juncus effusus

Il giunco non è solo una pianta, erbacea palustre della famiglia delle Juncaceae, con stelo elastico e foglie cilindriche, il giunco è un materiale, un attrezzo, una corda, un simbolo. Sottile come un giunco, elastico come un giunco, giovane come un giunco. Semplice come un giunco. Il giunco comune, Juncus effussus cioè giunco diffuso, cresce nelle zone umide, con i suoi fasci di cannelle verdi interrotte da ciuffi di strani fiori paglierini. Le monocotiledoni sono così, o hanno fiori elegantissimi e nobili, come le orchidee e i gigli, oppure fiori non ne hanno quasi per niente, come le graminacee e le ciperacee.
Eccolo il giunco, snello e robusto sul margine della strada, fra l’asfalto e il rigagnolo che lo abbevera. Da bambina giocavo con quegli strani fusti che hanno all’interno un midollo spugnoso che sembra un’imbottitura, ma al tatto si sfalda, perchè è fatta d’acqua.
Fibra insostituibile per legare viti, pomodori, e altri ortaggi che necessitano di tutore, e poi per intrecciare stuoie e canestri, e contenitori per formaggio, questa specie di giunco potrebbe anche servire cibo fresco ai cavalli, se non fosse che è troppo simile ad altre specie che sono tossiche, come J.inflexus (che però presenta un midollo interrotto, cioè l’imbottitura dentro gli steli non è compatta, ma tratteggiata) e brucarlo potrebbe comportare qualche rischio.
Tutti i giunchi però hanno doti magiche. In molte campagne, in Liguria nella val di Vara, ma anche in Toscana, nella Garfagnana, Toscana, e in Trentino e nel Biellese, i fusti si usavano per ‘segnare’ le verruche e i porri, o per liberare dal mughetto (Candidans albicans) la bocca dei bambini. Naturalmente a farlo era un guaritore che recitava particolari preghiere. Quello che i trattati di etnobotanica non ci dicono è perchè proprio il giunco, una pianta utile, ma negletta, che cresce nel fango. Nè ci tramandano le parole magiche dell’antica saggezza, che andrà ormai inesorabilmente perduta.

Ho già parlato in un post precedente di un giunco urbano non meglio identificato.

Bocca di leone, pioniera dei muri

Bocca di leone

Bocca di leone –  Antirrhinum majus

 

Ecco la bocca di leone, con i suoi fiori vistosi e colorati che spalancano vogliosi le fauci per accogliere gli insetti.

Antirrhinum majus, questo il suo nome ufficiale, in passato era classificata nelle Scrophulariaceae, mentre oggi è inserita nella famiglia delle Plantaginaceae, insieme a varie cuginette a corolla concresciuta, come la linaria (vedi 13 giugno 2008)  che in piccolo le assomiglia. Pianta assai comune, sembrerebbe quasi una pianta dai gusti qualsiasi, cresce in vaso,  in terriccio ricco, sciolto, ben drenato, sole e acqua quanto basta.  Eppure non è proprio così, c’è qualche cosa di più. Provare per credere, o meglio guardarsi in giro per credere. Se può scegliere, non cresce nell’aiuola ordinata, in mezzo alla terra grassa; se di concime organico ha bisogno, deve riuscire a succhiarselo dalle macerie, perchè è quello il suolo che preferisce. In mezzo alle pietre, sugli intonaci sbrecciati, nelle crepe del cemento,  la bellissima bocca di leone nel mese di agosto sboccia irruenta in mezzo ai muri, come sulle famose mura della Malapaga che ricordavo in questo post.  Non teme  l’altezza e allarga il suo cespuglio in mezzo alle pareti, come in questa vecchia casa di Tenda, in val Roya, una affascinante città alpina incastonata anche lei sui versanti rocciosi della Alpi marittime.

Bocca di leone

Bocca di leone –  Antirrhinum majus

L’ho seminata più volte in giardino, un po’ qui e un po’ là, con risultati alterni.  Finchè ho capito e mi sono arresa.  Perchè il posto dove era più a suo agio erano le fessure del cemento e le pietre sconnesse. E ci doveva capitare per caso.

Ripropongo qui destra l’immagine dal mio giardino che già avevo pubblicato (vedi 26 settempre 2009), che mostra da vicino i fiori screziati, perchè le scalatrici di muri a volte sono un po’ troppo lontane per farsi ammirare a dovere.