Spinacio selvatico Buon Enrico

chenopodium bonus-henricus
Se ho avuto buoni maestri per imparare a conoscere la piante divertenti, non ho avuto una formazione molto approfondita per quanto riguarda le piante alimentari. Conosco soltanto le più comuni, ovvie, come il tarassaco e la borragine; tutte le altre le ho imparate dai libri e, tutt’al più negli orti botanici. Così sono stata ben contenta di aver finalmente potuto fare la conoscenza, ravvicinata, con il famoso farinello buon enrico, o farinello tutta buona, lo spinacio selvatico di cui tanto avevo letto. L’ho trovato nel giardino botanico di Pratorondanino con tanto di doverosa etichetta. Tutto ciò si conviene a una pianta importante. Primo Boni (“Nutrirsi al naturale con le piante selvatiche” – Ed. Paoline 1977) dice che è pianta non sempre facile da reperire, perché da ambiente di mezza montagna (non cresce al di sotto dei 300 m slm) e che si tratta di un vero spinacio, che va trattato in tutto e per tutto e cucinato come lo spinacio coltivato. Come quest’ultimo è ricco di ferro e quindi curativo per le carenze di questo metallo, come le anemie. Paolo M. Guarrera (“Usi e tradizioni della flora italiana” – Aracne ed. 2006) cita molte fonti che lo celebrano come molto apprezzato per l’alimentazione umana, lesso, nelle minestre o semplicemente sul pane. Le ragioni di un nome così singolare nessuno le spiega. L’ipotesi più probabile è Linneo chiamasse questa pianta Buon Enrico in onore di Enrico IV di Navarra, protettore dei botanici. Però esiste una tradizione le cui origini si perdono nella notte dei tempi di chiamare col nome di Enrico le piante che crescevano vicino alle abitazioni e quindi all’uomo. Chi fosse Enrico in questo caso non è pienamente accertato. Comunque il nome buon enrico si ritrova in tutte le lingue europee, in inglese il buon re Enrico. Il soprannome di farinello, comune alle altre piante del genere chenopodium (vedi 24 settembre 2009 nel vecchio blog), non si riferisce invece alle sue applicazioni alimentari. Ma è dovuto al fatto che le sue foglie, spesse e carnose, nella pagina inferiore, sono ricoperte da una patina di cera vegetale, simile a farina, che le rende viscide al tatto. La famiglia è quella delle Chenopodiaceae, ma secondo la nomenclatura più recente sarebbero le Amaranthaceae.

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