Rovo

Rubus ulmifolius
Quella del rovo, cioè del genere Rubus è una questione davvero complicata. Il più antico inquadramento del genere, dovuto manco a dirlo a Linneo, riuniva i rovi della nostra flora in sole quattro specie, di cui i più famosi erano Rubus ideus (1 agosto 2008), il lampone, e Rubus fruticosus (18 maggio 2008), la mora . Mi pareva chiaro e semplice, e anch’io sono caduta nell’errore, perchè le cose hanno cominciato ben presto a complicarsi. Per fortuna Rubus ideaus si è salvato dalla catastrofe e rimane un punto fermo. Invece Rubus fruticosus è ora “binomio fondato sulla mescolanza di due specie e va abbandonato”. Infatti i botanici dell’Europa centrale si sono dedicati con vigore allo studio della variabilità del gruppo, elaborando una scienza particolare, la batologia, ovvero la scienza che studia il genere rubus, e descrivendo oltre 2000 specie di cui almeno un decimo (si parla cioè di 200 specie) raggiunge l’Italia, territorio che si trova alla periferia dell’area di più intensa diffusione del genere. Viene fuori che il vecchio Rubus fruticosus di Linneo è ora rappresentato dalla bellezza di almeno 38 specie diverse, non certo distinguibili da caratteri elementari. Il rovo più comune, quello che cresce ispido e lacerante sui ruderi e nelle radure incolte, è allora classificato come Rubus ulmifolius.
Però il rovo della fotografia mostrava incantevoli fiori bianchi, fusti eretti, ampie foglie verde lucente. Siamo nel parco fluviale del Magra, comune di Arcola. Che Rubus sarà? Forse una bacca, fra qualche tempo, potrebbe aiutare. Per ora sono davvero molto incerta, ma mi butto e ho deciso,  me lo ricorderò come Rubus ulmifolius.

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