Fitolacca

Phytolacca americana

Phytolacca americana

 

Autunno fango e colori. Autunno fulmini e fuoco. Autunno tripudio di bacche, fulgide nel diluvio. Ci svegliamo in mezzo alla nebbia, di fronte un muro d’acqua compatto, umidi fin dentro l’anima, sulla terra madida e molle. Talvolta le nuvole si aprono sul bosco, che è già scuro. Ma a tratti rosso. Per questo cerco i colori e li trovo soltanto nei frutti.

Dopo l’evonimo, ecco la fitolacca, una neofita invasiva, dal nome si capisce da dove viene, ormai naturalizzata, che infesta cortili e fossati, ruderi, rivi e scarpate con affascinante aggressività. Una volta ho scambiato i suoi vigorosi germogli per piante di peperone, dato che peperoni avevo seminato. Li ho trapiantati con cura nell’orto prima di accorgermi dell’errore. Ora la strappo senza pietà non appena la immagino. Ma non le serbo rancore. In fondo mi è simpatica e la trovo anche bella. Con le sue pannocchiette (tecnicamente racemi) di fiori bianchi e verdi (ma non sono petali, piuttosto elementi sepaloidi) che si fanno bacche lucide verdi poi porpora poi nere. Dalle bacche si ricava tintura e la pianta, pur certamente tossica, è officinale, era usata dagli indiani d’America per vari usi medicamentosi e a tutt’oggi è studiata per possibili proprietà antivirali e antitumorali.

Altre immagini della fitolacca:
in campagna, 17 agosto 2008, e in città
e due immagini di una sua una cugina da parco, la fitolacca dioica, foglie e frutti.

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