Il leccio di Montesignano

Quercus ilex

Quercus ilex


Il leccio (Quercus ilex), albero ampio e robusto, semplice, ma di nobile animo, è raramente fotogenico. Di questo non mi capacito bene e ne ho discusso anche nelle foto pubblicate in passato, il 10 novembre 2008, con foglie e ghiande, e il 28 aprile 2010, con gli straordinari fiori. Il leccio è uno dei miei alberi custodi, così vicino alla natura della mia vita, in questa assolata, umida e ariosa striscia di terra di fronte al mare. Per questo quando mi sono trovata davanti questo bell’esemplare sul sagrato della chiesa di Montesignano, poche decine di metri sopra il greto del Bisagno, non mi sono lasciata sfuggire la voglia di fotografarlo. Mi piaceva la luce, mi piaceva l’ambiente, mi piaceva soprattutto lui e il suo portamento massiccio, anche se vagamente scapigliato (raramente il leccio si fa spettinare dal vento). La chiesa di Montesignano richiama ricordi di gioventù, quando studentessa del primo anno di superiore (allora si chiamava quarta ginnasio) facevo un semplice doposcuola a ragazzini delle elementari in quella parrocchia di un quartiere che si definirebbe ‘difficile’. Era un po’ fuori mano quella chiesa, ma piacevole la trasferta, un piccolo viaggio di libertà. Non mi ricordo molto in verità, soltanto il profilo slanciato della chiesa, oggi simile ad allora, anche grazie a una recente ristrutturazione, quel piazzale ordinato, appena sopraelevato sulla strada, il campanile eretto e nitido fra casermoni di case popolari.
Poco prima della chiesa, c’è una breve aiuola con qualche cespuglio di pittosporo, dietro a uno spesso recinto di legno. Tre cartelli invitano a non gettare immondizie, specificando che si tratta di un’aiuola, non di un immondezzaio. Non si riesce neppure a vedere se l’invito sia stato rispettato.
Non so se la mia foto rende giustizia alla bellezza del leccio, continuo a pensare che sia poco fotogenico. Ma sono contenta che ci sia, alto e folto, compatto e pulito.

Erba dei cantori

Sisymbrium officinale

Erba dei cantori
(Sisymbrium officinale)

Erbaccia da strada, come tutte le sue simili passa inosservata e negletta per la maggior parte dell’anno; ma nella bella stagione si impreziosisce, umile e sfacciata, di gialli fiorellini a crocetta, stretti in un’infiorescenza alla sommità di aerei steli sottili, che ne rivelano inequivocabilmente l’appartenenza alla famiglia della crucifere, ovvero brassicaceae, ovvero cavoli. Il suo nome scientifico, quello vero, è Sisymbrium officinale e gode anche di ottima fama, essendo erba riconosciuta benefica da molti secoli, buona per la voce e per questo indicata per risolvere qualche inconveniente alla gola dei giovani cantori. Il suo nome comune più frequente ne svela l’origine umile, erba cornacchia, un uccello dalla voce non proprio dolce. Oppure erisimo, generando una di quelle confusioni tanto frequenti in botanica, essendo Erysimum un altro genere delle brassicaceae diverso da Sisymbrium. Quest’erba cornacchia in città si trova proprio bene e si infila dappertutto, dalle aiuole ai bordi dei marciapiedi, a suo agio nei posteggi e davanti ai portoni, ma anche negli anfratti più rovinati delle costruzioni umane. Stento a credere che da questi esemplari, saturi di polvere e piombi, si possano ottenere medicamenti per il cavo faringeo; ma mi inchino al coraggio delle praterie di erba cornacchia e dell’esplosione delle loro timide pupille gialle, a frotte, come fuochi d’artificio.

Sisymbrium officinale

Erba dei cantori
(Sisymbrium officinale)

Sisymbrium officinale

Erba dei cantori
(Sisymbrium officinale)

Dell’erba cornacchia, più nobilmente detta erba dei cantanti, avevo già parlato qui

Bagolaro potato

Celtis australis

Bagolaro (Celtis australis) potato, anzi capitozzato

Ti abbiamo tagliato,
albero!
Come sei spoglio e bizzarro.
Cento volte hai patito,
finché tutto in te fu solo tenacia
e volontà!
Io sono come te. Non ho
rotto con la vita
incisa, tormentata
e ogni giorno mi sollevo dalle
sofferenze e alzo la fronte alla luce.
Ciò che in me era tenero e delicato,
il mondo lo ha deriso a morte,
ma indistruttibile è il mio essere,
sono pago, conciliato.
Paziente genero nuove foglie

Da rami cento volte sfrondati
e a dispetto di ogni pena
rimango innamorato
del mondo folle.

(Hermann Hesse, Quercia potata – traduzione di Adriana Apa)

Wie haben sie dich, Baum, verschnitten
Wie stehst du fremd und sonderbar!
Wie hast du hundertmal gelitten,
Bis nichts in dir als Trotz und Wille war!
Ich bin wie du, mit dem verschnittnen,
Gequälten Leben brach ich nicht
Und tauche täglich aus durchlittnen
Roheiten neu die Stirn ins Licht.
Was in mir weich und zart gewesen,
Hat mir die Welt zu Tod gehöhnt,
Doch unzerstörbar ist mein Wesen,
Ich bin zufrieden, bin versöhnt,
Geduldig neue Blätter treib ich
Aus Ästen hundertmal zerspellt,
Und allem Weh zu Trotze bleib ich
Verliebt in die verrückte Welt.
(Hermann Hesse, Gestutzte Eiche – 1919 1919)

Gladiolo spartitraffico

Gladiolus italicus

Gladiolus italicus

La strada a scorrimento veloce che corre parallela al Bisagno è intitolata ai primi cittadini ‘storici’ della città di Genova, prima Gelasio Adamoli, e poi, in questo ultimo tratto, Augusto Pedullà. Il ponte vicino ricorda invece Nicholas Green, un bambino americano che correva verso le vacanze ed è stato ucciso per sbaglio,  in Calabria, da un piccolo criminale in odore di ‘ndrangheta, ma sopravvive ancora nelle numerose persone che hanno ricevuto tutti, ma proprio tutti i pezzi di lui che ancora potevano funzionare. E non molto lontano da quel ponte, così defilato e scarno, sull’aiuola spartitaffico di via Augusto Pedullà sono nati dei gladioli. Non i gladioli da fioraio che i contadini liguri coltivavano ai bordi dell’orto o nel giardinetto sottocasa per farne grandi mazzi da offrire alle feste estive della Madonna.

Gladiolus italicus

Gladiolus italicus

Questi sono gladioli selvatici, e davvero non mi pare concepibile che qualcuno ce li abbia piantati apposta, sono arrivati proprio da soli, nel bel mezzo di questa aiuola quasi inaccessibile, accanto a silene bianca e sanguisorba, e tanta tanta valeriana rossa. Che commozione incontrare un fiore così delicato e selvaggio in mezzo ai rumori e ai fumi della città. Un’altro gladiolo era nato sulle sponde ripide della collina alle spalle di piazza Rotonda a Borgoratti, sponde squarciate da un progetto di garage interrati che da mesi avanza lentamente, fra smottamenti e voragini impreviste. Quel gladiolo non sono riuscita a fotografarlo, troppo breve la sua stagione e troppo affannato il mio tempo.Invece avevo fotografato su quel dirupo le distese bianche degli agli (Allium neapolitanum), più rampanti e tenaci. Per non farmeli scappare, a questi gladioli ho dedicato una deviazione nell’assolata domenica e un intero servizio fotografico. Meno male perchè oggi, ormai giovedì, sono già scomparsi.

Sanguisorba minor

Poterium sanguisorba

Allium neapolitanum

Allium neapolitanum

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(cliccate sulle fotografie per vederle più grandi, in un’altra scheda)

Il profumo dell’orniello

Fraxinus ornus

Orniello Fraxinus ornus

Che bello questo orniello, tutto coperto di fiori bianchi, mentre si eleva spavaldo sul muraglione di corso Europa, dal lato opposto della strada rispetto al platano di qualche giorno fa (cliccate sulla fotografia per vederla in formato intero in un’altra scheda). L’orniello è un albero coraggioso e quando disperde i semi, grazie alle piccole samare alate rosso brune, non guarda in faccia nessuno e germoglia dappertutto, anche sui muri di città. La sua stagione è naturalmente la primavera, quando si copre di fiori bianchi e teneramente profumati grazie ai quali ha meritato l’appellativo di frassino fiorito. Ma anche d’autunno riesce a inventare colori interessanti (vedi 29 dicembre 2008 e 23 novembre 2009)
Tuttavia è un albero assai misconosciuto. Mi capita di nominarlo, di parlare della sua fioritura, e ricevere in risposta occhiate perplesse, come se avessi nominato qualche pianta esotica, oppure sentirmi rispondere che non ne hanno mai sentito parlare. Come scrivevo già il 5 maggio 2008, mentre dire che i ciliegi o i peschi sono fioriti colpisce la sensibilità di molta gente, dire che sono fioriti gli ornielli lascia indifferenti quasi tutti. Ed è un peccato perchè di questa meravigliosa fioritura si può godere non soltanto nei boschi, ma anche, incredibilmente, nel bel mezzo della città, persino lungo le strade più polverose e trafficate. L’orniello è un piccolo frassino, raramente arriva a 20 metri di altezza, mentre i suoi fratelli maggiori sono molto più alti, come il frassino comune, Fraxinus excelsior, che può raggiungere i 40 metri. Anche le foglie dell’orniello sono più piccole, composte al massimo di 9 foglioline, più corte e ovali di quelle del frassino comune, che arrivano fino a 15. Ci sono altre differenze botaniche per riconoscerlo, ma quello che importa a noi è che l’orniello è di gran lunga il frassino più diffuso dalle nostre parti. Si propaga con voluttà, germoglia avido, cresce velocemente, si accontenta di terreni poveri (e che c’è di più povero per un albero del muraglione di un’arteria cittadina?), non lo trovo però classificato come specie invasiva, al pari di ailanto (25 agosto 2008) e robinia (24 aprile 2009) per intenderci, probabilmente perchè naturalizzato da molto più tempo. Specie autoctona, non immigrante, tanto da passare, quasi, inosservato.

L’acero del rabbino

Acer pseudoplatanus

Acer pseudoplatanus

L’acero di monte della foto si trova proprio davanti al tempio israelitico o sinagoga di Genova, in via Bertora, una traversa di via Assarotti. L’acero è un albero imponente e aggraziato. Se ha foglie palmate e fiori penduli è quasi certamente Acer pseudoplatanus, detto acero di monte, acero fico o sicomoro (per la descrizione vedi anche 1 maggio 2009). Questa è senza dubbio la stagione in cui da il meglio di sè, con le nuove foglie tenere e brillanti e i grappoli di fiori luminosi; in autunno, le larghe foglie palmate assumeranno colori piacevoli, anche se non così emozionanti come quelli degli aceri americani. La città è ricca di grandi alberi di bosco, alcuni felici, altri un po’ meno, tutti rinvigoriti dalla bella stagione; e in mezzo al verde cupo di pini e lecci, è piacevole scoprire questo fresco colore di primavera. La sinagoga di Genova è un edificio maestoso e severo, abbastanza blindato per comprensibili motivi; ma la pittura sulla facciata e le iscrizioni in alfabeto ebraico la arricchiscono di un vago fascino esotico, addomesticato dall’albero, così domestico, europeo, nostrano.
Salendo oltre la sinagoga, attraverso un breve intrico di scale, si raggiunge velocemente corso Solferino, circonvallazione a monte.

L’ippocastano di piazza Manin – capitolo secondo

Aesculus x carnea

Ippocastano rosa
Aesculus x carnea

In piazza Manin è cominciato il rimboschimento. Al posto del vecchio ippocastano abbattuto (vedi post precedente del 7 febbraio 2015), e anche di altri che evidentemente hanno avuto lo stesso destino, sono stati messi a dimora piccoli ippocastani rosa, varietà assai piacevole alla vista, per lo meno per il tempo che durano i suoi fiori lucenti. Credo si tratti dell’Aesculus x carnea, ibrido fra l’appocastano comune A.hippocastanum e la specie a fiori rossi A.pavia (anche chiamata Pavia rubra). Questi alberelli hanno l’aspetto minuto, il fusto esile, quasi affaticato dal peso del lussureggiante fogliame e dei vistosi coni fiorali. Alla loro ombra acerba, contrasta quella terza età umana che si gode il meritato riposo sulle panchine della piazza.

Aesculus x carnea

Aesculus x carnea