Acero da cortile

Acero palmatoAcero palmato
L’acero palmato, come tutti i suoi simili aceri giapponesi, è una pianta ornamentale decidua. Al centro di una piccola aiuola nel cortile di ingresso di un palazzo, siamo nella centrale via San Gaudenzio a Novara, in questa tersa e silenziosa giornata di gennaio, così spoglio e solo, sembra un animale sperduto, capitato per caso in un luogo inospitale.

San Gaudenzio

La cupola antonelliana di San Gaudenzio a Novara

Lo vedi e pensi, che ci fa questo cespuglietto nudo, su questo improbabile fazzoletto di terriccio, fra pietre, cemento e auto, che si intrufolano con prepotenza fino alla soglia di casa? Sarà stato, in un’altra stagione, verde di teneri germogli, con quelle foglie ritagliate come merletti, via via sempre più sfumate di colori inverosimili, quando l’estate brucia, ma l’autunno incombe, e  finalmente prepotentemente rosse, vittoriose sul grigiore dell’inverno (vedi 9 dicembre 2008). Poi via, con una folata, l’albero è solo, ridotto a un mazzetto di rami sottili e trasparenti. Ma la sua anima è salda.

Così sono gli alberi della città, tenaci e sparuti, fieri e vulnerabili, nobili nella loro unicità.

Le stagioni in città

Stagioni - Rosa d'inverno

Rosa d’inverno

Un recente articolo sul blog di Scientific American invita il lettore a “trovare sollievo dall’ansia climatica ristabilendo il contatto col ritmo delle stagioni” (To Ease Climate Anxiety, Reconnect with the Rhythms of the Seasons). Come attività terapeutica, l’autrice suggerisce di annotare giorno per giorno quanto succede alle piante, e animali, che ci circondano nel corso dell’anno. In fondo è proprio quello che cerco di fare io con i miei blog, descrivere l’ambiente in accordo con le stagioni. Da più di dieci anni, conservo così una memoria metereologica dei periodi di pioggia, gelo, neve, siccità e calura. Per esempio mi ricordo che il 2009 fu un anno molto freddo, cominciato con un’abbondante nevicata il 6 gennaio e terminato con il gelicidio del 21 dicembre, che uccise le mie piante di arancio e gli agapanti. E l’inverno del 2012, caldo e primaverile fino ai primi giorni di febbraio, sferrò poi un micidiale colpo di coda con gelate profonde durate più di tre settimane.

Stagioni - gelicidio

Citrus × aurantium
(gelicidio)

Nocciolo

Amenti di nocciolo
Corylus avellana

Non possiamo ancora sapere che cosa ci riservi quest’anno l’inverno, che per ora si sta presentando davvero troppo mite, costringendoci a cambiare qualcuna delle nostre abitudini. Anche l’autrice dell’articolo a un certo punto si premura di precisare che naturalmente ‘osservare le piante del nostro giardinetto non servirà a scongiurare i cambiamenti climatici’.
Però le stagioni ancora mutano e anche se il fisico a suo modo lo avverte, non è facile averne una piena consapevolezza.  Sono sempre sorpresa di come molta gente di città ostenti tanta preoccupazione per le ‘stagioni stravolte’ e il clima impazzito, con la stessa spavalderia con cui pretende di trovare in vendita melanzane fresche a gennaio e con cui spegne il riscaldamento e accende il condizionatore, così che la temperatura della sua vita non vari mai neppure di una frazione di grado.

In questa pagina mostravo le stagioni di un albero, un carpino bianco (Carpinus betulus) nei giardini di via Bernabò Brea. Quando proposi questa pagina a un’amica di penna che vive in Suriname, Guyana olandese, piccolo paese del Sud America situato poco a Nord dell’equatore, lei mi disse che non ci credeva, che era un trucco, perchè solo l’albero al centro dell’immagine mutava aspetto, mentre gli alberi vicini rimanevano sempre uguali. Compresi così che lei ignorava che esistono alberi che si spogliano e alberi sempreverdi, ma viceversa era genuinamente convinta che alle nostre latitudini tutti gli alberi perdessero le foglie. Un simile, benchè opposto, pregiudizio mi sono trovata a contestare a un amico russo che un giorno mi scrisse: “l’Italia è bellissima, ma io e i miei bambini preferiamo le stagioni che mutano e non saremmo veramente felici nella vostra perenne estate.” Naturalmente gli spiegai che anche in Italia le stagioni si alternano e il clima cambia, almeno un po’, ma non so quanto l’abbia persuaso.

Nocciolo

Amenti di nocciolo
Corylus avellana

In un certo senso, il clima è una specie di abitudine, una convenzione di comportamento. Ed è doloroso quando le abitudini vengono stravolte, non per nostra scelta, ma per una forza maggiore, fuori di noi e nostra nemica. Questo rappresentano nella nostra minuta esistenza i cambiamenti climatici, piogge più torrenziali (ma c’erano anche prima), calura più opprimente (ma quanti l’hanno tollerata per secoli) e molti più parassiti (e occorrerebbe imparare a conviverci senza avvelenarci a vicenda).
Per ora contemplo quest’inverno luminoso, dai colori brillanti e l’aria tersa, le forme pulite e qualche fiore, sperduto, ma temerario.

L’ascensore di Castelletto

Ascensore

L’ascensore liberty di spianata Castelletto (edificato 1909)

“Quando mi sarò deciso
d’andarci in paradiso
ci andrò con l’ascensore
di Castelletto…”

E’ diventato famoso anche per questi versi di Giorgio Caproni l’ascensore liberty che collega la centrale piazza Portello con la spianata di Castelletto e ha festeggiato i cento anni nell’autunno 2009. L’impianto originale, una colonna interamente di vetro, l’ha perduto sotto i bombardamenti della  guerra, ma l’aspetto della stazione di arrivo, anche grazie alla recente ristrutturazione, è ancora quello dei suoi anni migliori.

Ogni volta che lo rivedo è come incontrare un vecchio amico. Da ragazzina, era il mio principale mezzo di trasporto, che mi collegava velocemente al centro della città, e mai gli avrei attribuito doti estetiche nè di attrazione turistica. D’altra parte, in quegli anni Genova di turistico aveva ben poco.

Fino alla metà del 19° secolo, su questo piccolo sperone che sovrasta il centro storico si trovava una fortezza, da cui il nome Castelletto, che fu distrutta nel 1849, spianata appunto, guadagnando alla città uno spettacolare punto panoramico. La vista spazia dall’arco delle montagne di ponente, alla Lanterna, fino all’estremo levante, il monte Fasce. Ma poi si ferma sulla città antica, con i sui tetti grigi, le linee eleganti e contorte, più avanti, verso un groviglio di costruzioni vecchie e nuove, accatastate in una breve striscia di terra. Appena poco oltre finisce tutto, in una mobile distesa di acqua azzurra.

Cipresso nano

Cipresso nano

vite americana

Parthenocissus tricuspidata

Il belvedere è dominato da solidi alberi mediterranei che temono il freddo, ma hanno imparato a tollerare il vento. Pini domestici soprattutto, come quelli incontrati recentemente in un altro punto della circonvallazione.  Poco sotto il muretto vicino all’ascensore, dietro gli storici palazzi dei Rolli di via Garibaldi, gli uffici del comune di Genova sono alloggiati in edifici più recenti sovrastati da giardini pensili. Qui piccoli cipressi nani crescono storti, come volessero prendere il volo.
L’autunno regala i suoi colori al vecchio intonaco, decorato di arancio e rubino dalle foglie della vite americana, Parthenocissus tricuspidata, che già avevo mostrato il 27 novembre 2009.

 

Osmanto, fiore d’autunno

<em>Osmanthus fragrans</em>

Osmanthus fragrans

Nella piccola aiuola di via di Francia, quella dove cresce il ginkgo, i brevi arbusti di osmanto sono fioriti.

Osmanthus

Osmanthus fragrans

In novembre? Sì, proprio in novembre. Avevo già mostrato il dimorfismo fogliare dell’osmanto incontrato ai parchi di Nervi nel dicembre 2010. Ma non c’erano fiori e mi ero rammaricata che non fosse primavera. Non sapevo che l’osmanto profumato fiorisce spesso due volte, in primavera e in autunno, per la felicità delle spose di questa stagione. Infatti in Cina, sua terra di origine, l’osmanto è il simbolo dell’amore e del romanticismo, donato dalla sposa alla nuova famiglia per esservi accolta e per garantire la nascita di molti figli.

Una bella sorpresa davvero questa fioritura profumata, circondata dal grigio del cemento, nutrita dall’immondizia dell’aiuola. Ammiro come questo spazio verde prospera e si mantiene bello, anche se l’intervento umano è sporadico. Ma di più non si può, e forse non si deve. Senza nulla togliere ai pur occasionalmente solerti spazzini, il merito è tutto delle piante, della loro grazia, della loro resilienza, del loro coraggio. Ginkgo, osmanto, rovi, nobili e verdi, semplici e indomabili.

Bauhinia della pace

Piazza del Fico

Piazza del Fico

Bauhinia

Bauhinia

 

Il quartiere si chiama Parione ed è il sesto rione di Roma. A due passi da piazza Navona, le strade sono strette, a misura d’uomo e di carretto, più che di autovetture. Non ci sono molti alberi, così che i pochi diventano famosi. Come il fico che dà il nome alla piazza del Fico, che dà il nome al bar del Fico, che se ne sta proprio sotto l’albero.

Bauhinia

Bauhinia

Ma il fico non è solo. Si gira l’angolo in via della Pace e si incontra un grande albero allampanato e un po’ pendente, legato come un salame da un filo di lampadine, che però per ora sono spente. Sorprendentemente si tratta di una bauhinia, specie assai meno familiare del fico.  Originaria dell’Asia, ma ampiamente diffusa in Sud America e nelle zone più calde, quest’albero si riconosce per la forma bilobata delle sue foglie, che ricordano l’impronta di uno zoccolo bovino, da cui il nome “pata de vaca” cioè zampa di vacca, con cui è anche conosciuta. Ma anche il nome scientifico, Bauhinia, discenderebbe dal singolare aspetto delle foglie perchè, si racconta, Linneo l’aveva così battezzata in onore dei due fratelli John e Caspar Bauhin, botanici svizzeri del XVI secolo, associandola a una coppia di persone inanalogia con la duplice rotondità.

Dopo averla conosciuta negli orti botanici di Lucca (9 novembre 2009) e nei giardini Hanbury di Ventimiglia, dopo averla incontrata in India (1 marzo 2010) e in Brasile , eccola in una veste decisamente più domestica, mentre staglia le sue foglie contro le persiane di un palazzo d’epoca.
Chissà se questa bauhinia cittadina riesce, o vuole, fiorire, e come lo fa, se i suoi straordinari fiori sono bianchi o rosa, e quanti dei tanti passanti sollevano lo sguardo a guardarla, e riescono a stupirsi di tanta bellezza esotica nel centro di Roma.

Erbacce, malerbe ed erbe cattive

Je suis de la mauvaise herbe, braves gens, braves gens
C’est pas moi qu’on rumine et c’est pas moi qu’on met en gerbe
La mort faucha les autres, braves gens, braves gens
Et me fit grâce à moi, c’est immoral et c’est c’est comme ça(1)

Erbacce - Amaranthus deflexus

Amaranthus deflexus

Le piante che prosperano nelle città sono sorprendentemente numerose, se è vero che nella città di Genova, e nell’ambiente propriamente urbano, siano state censite quasi 500 specie diverse di piante, corrispondenti a un sedicesimo di tutte le specie presenti in Italia(2) . Certamente le piante si sono adattate agli ambienti urbani anche più velocemente degli animali, che, randagi e semiselvatici, da qualche decennio compaiono sempre più frequentemente nelle strade cittadine. Nonostante la varietà, e pur riconoscendo la ricchezza della flora urbana, alcune specie sono nettamente preponderanti e si incontrano con frequenza quasi inquietante.

Solanum nigrum

Morella – Solanum nigrum

Sono le malerbe, erbacce che imbrattano i marciapiedi, erbe cattive che con il loro carattere sfacciato e malsano  si sono guadagnate una brutta fama, tanto da diventare sinonimo di comportamento nocivo. Ma sono loro le erbe vincenti, quelle che sopravvivono nonostante tutto e non temono le minacce di estinzione.

Il mese di agosto 2019, seppure non torrido, è stato orribile sotto molti punti di vista, con l’orto e il giardino letteralmente devastato dalle cimici e parassiti di ogni genere. Con l’aria fresca dell’autunno, molte piante sono risorte, ma non tutte le ferite sono rimarginate. La biodiversità mi pare  sempre più in pericolo e con essa la fertilità del suolo, che anche in città è una garanzia per la salute e la sopravvivenza stessa. Sempre più spesso mi pare di imbattermi in quelle stesse erbe, le irriducibili, lerce di catrame ed immondizia, e ancora incredibilmente vitali.

L’amaranto verde (30 agosto 2009) o rosso , le varie specie di saeppola (17 agosto 2009), la morella (15 ottobre 2008), l’invincibile parietaria, ma anche le artemisie e i chenopodi (24 settembre 2009), l’ailanto che germoglia in ogni crepa, beffandosi della lotta viscerale che contro di lui hanno intentato gli agronomi urbani, stracci più o meno verdi limitano ogni strada, salita, crosa, scala.

Erbacce - Erigeron sp

Saeppola – Erigeron sp

Superato un certo malessere che la loro rampante sfacciataggine necessariamente suscita, subentra una sorta di ammirazione. Il  vanto delle erbacce è esserci sempre, non farsi fermare da nulla e da nessuno. Bisognerebbe imparare qualcosa dalla loro caparbietà, incoscienza, voracità. Lasciarsi andare, talvolta, anche alla solidarietà per queste coraggiosissime ultime. Perchè, io credo, anche loro soffrono, quando, unte e bisunte e divorate dai pidocchi, aprono fiori insignificanti, ma efficaci, disperdono pollini e semi impalpabili, ma vittoriosi, e scoprono dentro le ferite dei muri di cemento un improbabile nutrimento per le loro radici.

(1) George Brassens
(2) Riporto un dato presentato dal botanico Mario Calbi, durante la conferenza ‘Piante di strada a Genova’, 10 ottobre 2019 presoo Museo di Storia Naturale Giacomo Doria. Si tratta di un lavoro dei primi anni 1990 della prof. Simonetta Peccenini con una collaboratrice dell’Università di Genova, che purtroppo non è mai stato pubblicato e che meriterebbe di essere aggiornato e diffuso.

Enagra, c’è un nuovo giallo in città

Bu

Oenothera biennis

Oenothera biennis

La prima enagra cittadina l’ho incontrata a Münster, splendida cittadina tedesca non lontana dalla  frontiera olandese. Cresceva rigogliosa vicino alla strada che percorrevo ogni giorno dall’albergo verso il centro città. Siccome riesco sempre a sorprendermi, mi sono emozionata di vedere una pianta nuova. Ma nuova non è, anzi comunissima anche dalle nostre parti, a cominciare dai greti del torrenti (qui sul Polcevera).

Ora la incontro dappertutto, e mi sbilancio perfino a classificarla come Oenothera biennis, una specie alloctona naturalizzata (ma comuni sono ugualmente Oenothera glazioviana e Oenothera stucchii). Petali delicati e fragili, portamento dinoccolato, tanto semplice e ordinaria quanto smagliante, con quei fiori color del sole che vorresti imprigionare per illuminare il giardino, se ne sta ai lati delle straducole, ovunque scorra un po’ di umidità, qui insieme ad altre prime donne della flora urbana, in primo piano parietaria, e dietro amaranto verde ed inula.

Buddleja, albero delle discariche

Buddleja davidii

Buddleja davidii

L’avevo conosciuta come albero delle farfalle, con il suo dolce profumo e i fiori delicati, e così l’avevo presentata tempo fa in questo post.

Ma basta guardarsi intorno, sui bordi dimenticati delle strade, nelle periferie abbandonate, sui terrapieni di cemento, per rendersi conto di come questa pianta, delicata e fragrante, sia in realtà un fiore da rovine, da rudere, da discarica. Una di quelle piante, insomma, capace di trovarsi a suo agio dappertutto, anche nella polvere di catrame.
Eccone una piantina minima, ma già meravigliosamente in fiore, cresciuta nella piega di un marciapiede, poco distante dal folto gruppo delle sue compagne, che hanno colonizzato due metri quadri di incolto, fra una saracinesca abbandonata e un tombino. La incontro, e c’è poco da stupirsi, abbondante e rigogliosa, anche nel greto del vicino torrente Bisagno, di cui è un’abitante ormai abituale. Riconosciuta prepotente invasiva, deve essere già in parecchie liste nere, quelle delle piante indesiderabili.
Ma per chi come me le piante le osserva, le ammira, e riesce semplicemente a stupirsi della loro incredibile vitalità in questi ambienti ostili di città, la buddleja rimane un piccolo miracolo di grazia e resistenza, alleata dei nugoli di insetti voraci, non certo solo farfalle, che si cibano del suo nettare caramelloso.

Buddleja davidii

Buddleja davidii sul greto del Bisagno

Tiglio in largo Lanfranco

Tilia

Tiglio – agosto 2017
Tilia x europaea

Da molti anni conosco questo tiglio, gigante isolato che cresce in una microscopica aiuola in mezzo al selciato, al centro della città. Si trova poco innanzi al palazzo del governo, o meglio della Prefettura e città metropolitana di Genova, il cinquecentesco palazzo Doria Spinola che fa parte del complesso dei Rolli. Ai piedi del tiglio un’edicola, fra le poche sopravvissute alla lenta agonia dei giornali stampati, accanto una banca, e, dalla parte opposta, l’ingresso della Galleria Mazzini, costruita nel 1880, in ferro battuto,  per emulare le gallerie di Parigi e Milano.
Di fronte, lungo la via Roma, transitano automobili e i lunghi e goffi autobus snodati, uno dietro l’altro, in una processione che non conosce soste. Non troppo lontano, nella piazza Corvetto, molti altri alberi si stringono in filari e boschetti e accanto si trovano due fra i più larghi spazi verdi del centro città, la villetta Di Negro, vero parco storico, e la spianata dell’Acquasola.

Tiglio

Tiglio – ottobre 2019

Ma qui, in largo Lanfranco, che di piazza neppure ha meritato il nome, il tiglio è solo.
Da molto tempo lo conosco, due anni sono passati dalla foto di fine agosto in alto a sinistra, e quasi venti da quando lo avevo fotografato la prima volta in questa pagina. Vent’anni sono pochi per un albero, ma forse molti per un albero di città. Le stagioni lo attraversano e in questi giorni già sente l’autunno. Come i passanti frettolosi che lo sfiorano, senza curarsene granchè, oggi con la giacca sulle spalle, perchè l’aria che si sta facendo più fresca, per fortuna.
Il tiglio è un albero robusto, lussureggiante, che regala una magica e profumata fioritura. Indomito ed elegante contempla senza scomporsi le corse e i tumulti,  gli affari e le truffe, i canti e le urla, le risate e le lacrime, gli abbracci e gli addii, teste, braccia, gambe, piedi,  che scivolano fra il suo tronco e le sue radici.

Rudere di città

Rudere

Rudere a Molassana

Si incontrano, a volte, nelle zone più periferiche, ma non per questo meno urbane, sparsi muri di pietra con ancora l’aspetto di case. Strette fra palazzoni di cemento, antichi anche loro, a loro modo, o meglio vecchi, antiche case di aspetto rurale occhieggiano con le loro finestre cieche. Il tetto, sfondato, è di tegole rosse, segno di una ristrutturazione relativamente recente, perchè nel passato della valle i tetti erano tutti di ardesia grigia. Di fronte alla casa una fascia incolta ospita ancora un albero da frutto, uno di quei meli semplici e generosi, che solo per le fami antiche avevano qualche valore.

Sembra dimenticato per sbaglio, questo rudere, abbandonato e negletto. Ma non del tutto, se mentre lo fotografo un passante premuroso mi interroga: “Le interessa? Sa, questa casa è mia e se vuole, gliela vendo.” Per carità, io fotografo, immortalo ricordi. Come altre case del passato, forse passerò di qui fra dieci anni e questo rudere non ci sarà più.

Altre case del passato:
Un antico casolare che oggi è solo un mucchio di sassi –
La nonna alla finestra, nella casa della mia infanzia, demolita più di trent’anni fa –
L’antica casa cantoniere della statale 45.