L’Amelanchier, quest’anno

Amelanchier

Amelanchier canadensis
28 marzo 2020

 

Ma la primavera quest’anno è davvero in anticipo? Sembrava proprio di sì, dopo un inverno quasi inesistente, e un caldo febbraio. Marzo, poi, quasi non l’abbiamo vissuto e chissà che ne è stato della primavera…

Non è ancora pronto il piccolo Amelanchierpero corvino che un anno fa era già riccamente fiorito e oggi mostra solo grappolini di boccioli, seminascosti ancora fra le foglie.

Amelanchier canadensis
30 marzo 2019

 

No, la primavera non è in anticipo. Così pensavamo certo fino a qualche giorno fa, ma poi si è alzato un vento gelido e teso che ha portato la neve sulle colline. Così per qualche giorno starcene tutti chiusi in casa come marmotte in letargo non sembrava neppure una cattiva idea.

Oggi la primavera è tornata, ma niente da fare, quest’anno si sta a casa. Niente gitarelle per borghi, per scoprire le prime fioriture fra campagna e città. E occhieggiare nei giardini piccoli e grandi per rubare colori e idee. Niente scampagnate nei prati e fiere di stagione per incontrare e conoscere nuove piante. Quest’anno si sta a casa, anche se è primavera e il giardino lo sa. Il giardino è pieno di fiori, e anche l’Amelanchier non si farà attendere. Sono stupita però che quest’anno sia così in ritardo …

Primavera in gabbia

Cotogno da fiore

Chaenomeles speciosa

Guardo il magnifico cotogno da fiore in un giardino sul bordo della strada. Sì, sono per strada, anche se per poco ovviamente, in questa surreale primavera in gabbia. E no, non ho con me la macchina fotografica. Così per un istante il cellulare esce dalla tasca e fa un piccolo scatto veloce, oltre la ringhiera, quasi vergognandosi (il cellulare è anziano e poco attento, la fotografia è scadente).

Me le ricordo nelle primavere passate, le generose fioriture dei Chaenomeles per le fasce o negli orti, o dietro le inferriate di qualche semplice giardinetto, quei groppi di fiori perfetti, rosa acceso o rossi, una macchia di colore sgargiante che sfonda il grigio medio di fine inverno.

Quest’anno come sempre la natura fiorisce e nulla la ferma, neppure il vento teso che questa mattina ha raggelato il sole. Difficile trovare parole non scontate per descrivere il nostro isolamento. Preferisco non cercarle, e guardare i fiori.

Vedi anche :
Cotogno da fiore
Primavera in gabbia

A proposito di erbacce commestibili …

Brassica napus

Brassica napus
crêuza a Molassana

A proposito di erbacce commestibili, ecco un altro incontro interessante del genere Brassica, una delle piante più importanti per l’alimentazione umana. Di cavoli da strada ho già parlato in questo post e spesso in questa stagione accade che inciampi di nuovo in una inconfondibile fioritura gialla. Nel piccolo libro del botanico Fabrizio Zara, Botanica urbana – Riconoscere le piante medicinali in città (Ed. Aboca, 2014) stranamente il cavolo non viene menzionato, anche se sono ovviamente descritte varie brassicacee, come Diplotaxis e Sisymbrium. Forse questo cespuglio ribelle, al bordo di un viottolo di periferia, è nato da qualche seme sfuggito alle coltivazioni. Dovrebbe trattarsi di cavolo navone (Brassica napus), un ibrido di Brassica rapa e Brassica oleracea, presente in Liguria come alloctona casuale.  Se ne può mangiare il tubero, che è effettivamente una rapa, e dai semi si ricava il noto olio di colza.
Naturalmente non c’è nulla di commestibile nelle piante da marciapiede e non sarebbe una buona idea pensare di farne un utilizzo diverso da quello … fotografico.

Cavolo broccolo

I fiori gialli del cavolo broccolo
(Brassica olearacea var.italica)

Cavolo gallego

I fiori bianchi del cavolo gallego
(Brassica oleracea var. acephala)

Le più famose delle innumerevoli varietà coltivate di cavolo appartengono tutte alla specie Brassica olearacea e, a meno che non siano state già raccolte  nei primi mesi dell’anno, ora sono quasi tutte in fiore. Come i broccoli dell’orto (Brassica olearacea var.italica) e i cavoli brasiliani (Brassica oleracea var. acephala) che si distinguono per i loro sgargianti fiorellini bianchi.

Osmanto, fiore d’autunno

<em>Osmanthus fragrans</em>

Osmanthus fragrans

Nella piccola aiuola di via di Francia, quella dove cresce il ginkgo, i brevi arbusti di osmanto sono fioriti.

Osmanthus

Osmanthus fragrans

In novembre? Sì, proprio in novembre. Avevo già mostrato il dimorfismo fogliare dell’osmanto incontrato ai parchi di Nervi nel dicembre 2010. Ma non c’erano fiori e mi ero rammaricata che non fosse primavera. Non sapevo che l’osmanto profumato fiorisce spesso due volte, in primavera e in autunno, per la felicità delle spose di questa stagione. Infatti in Cina, sua terra di origine, l’osmanto è il simbolo dell’amore e del romanticismo, donato dalla sposa alla nuova famiglia per esservi accolta e per garantire la nascita di molti figli.

Una bella sorpresa davvero questa fioritura profumata, circondata dal grigio del cemento, nutrita dall’immondizia dell’aiuola. Ammiro come questo spazio verde prospera e si mantiene bello, anche se l’intervento umano è sporadico. Ma di più non si può, e forse non si deve. Senza nulla togliere ai pur occasionalmente solerti spazzini, il merito è tutto delle piante, della loro grazia, della loro resilienza, del loro coraggio. Ginkgo, osmanto, rovi, nobili e verdi, semplici e indomabili.

Alberi da autostrade

Lo scotano (Cotinus coggygria), o albero della nebbia, smoke tree in inglese, è un’essenza comune.

Scotano

Cotinus coggygria
autostrada A10

D’estate sbriciola i suoi fiori in nuvole eteree e d’autunno macchia di rosso intenso le pendici delle colline.
Sono stupita, ma non troppo, di incontrarlo qui oggi, proprio sul bordo  di una grande autostrada, in un luogo che, a ben vedere, non è molto più salutare delle città, seppure più aperto e arioso. Qui dove le merci si fermano per far riposare gli uomini,  e gli uomini si alzano dal sedile, talvolta perfino camminanano, ma difficilmente si guardano intorno, qui ci accolgono senza fretta, sonnolente, garbate, dimesse, le piante da autostrada.

Scotano

Cotinus coggygria
autostrada A10

Uomini e merci difficilmente si occupano degli alberi che li circondano, e se lo fanno è probabilmente per lamentarsi dei pollini, delle polveri, o delle foglie morte. Ingombrante appare lo scotano, con quelle macchie polverose e giallognole, che tanto attraenti apparirebbero in un giardino elegante come disordinate e sciatte sembrano qui, in questo posteggio di autotreni.

Che sappiamo di lui? E’ un antico alberello mediterraneo e il suo nome assomiglia a quello che già gli diede Plinio di Vecchio, nel suo Naturalis Historia. Tutta la pianta è ricca di olii essenziali che venivano usati per conciare le pelli, ma anche per medicamento.

Olivagno

Elaeagnus angustifolia
lungo SS1 (29 aprile 2019)

Ma forse meriterebbe più attenzione se mettesse in mostra dei fiori? Come faceva l’olivagno (Elaeagnus angustifolia), nello scorso aprile, appena fuori un’area di sosta della superstrada Aurelia SS1.

Rosa in Lungobisagno

Rosa“La strada si chiama Lungobisagno Dalmazia. Come se il Bisagno fosse un corso d’acqua di tutto rispetto e non un torrentaccio arido e sbrindellato, capace solo di qualche momento di rabbiosa follia distruttrice, “acqua che porta via, che porta via la via” come dice Fabrizio De Andrè in Dolcenera. Dalmazia, forse per ricordare, nel bene e nel male, il tempo in cui tutte le isolette della costa orientale dell’Adriatico facevano parte dell’Italia.
Piccole case popolari più vecchie di me, davanti ad altri palazzoni popolari, che circondano una piazza non a caso chiamata piazzale Adriatico. Una snella pianta di rosa fiorisce da maggio ad ottobre. Fiorisce come le rose nei più lussuosi giardini. Fiorisce come fosse nel roseto dei parchi di Nervi. Fiorisce spavalda e incurante del traffico, dei fumi, del rumore. Sfacciatamente a suo agio, fra tubi di scappamento e cassonnetti della spazzatura.”

Così, senza aggiungere nulla, quasi un remake, riprendo qui un post del vecchio blog Fiori e Foglie del 16 luglio 2008. Non ho più visto quella rosa da diversi anni. Le case popolari di Lungobisagno Dalmazia hanno mantenuto lo stesso aspetto anche se quasi tutte sono state ripulite e ritinteggiate. La rosa resta sempre nel mio cuore, un fiore impavido e indipendente che quando decide di vivere non guarda in faccia nessuno.

Dice Eliana Bouchard nel suo bellissimo romanzo ‘Louise – Canzone senza pause‘ che la rosa è “il fiore della maturità, perché soltanto la pazienza e l’esperienza sono in grado di badare alle pretese di questa pianta difficile.” Ed io continuo ad avere un rapporto difficile con le rose, con loro non ho molta fortuna. Forse è perchè le amo moltissimo, ma non le ho ancora capite fino in fondo. Così quando ne scopro una così, splendida ed essenziale, nel posto più improbabile per trovarci una rosa, non ho difficoltà a capire come mai il senso comune l’ha incoronata regina di tutti i fiori.

Come nel luglio 2008, ricordo anche
una pagina dedicata al Bisagno
una pagina per gli alberi in città

Fiori sulle rovine in via di Francia

via di Francia
La stazione ferroviaria di via di Francia è una stazione a metà. Esiste solo per i treni diretti a levante, mentre quelli che vanno verso ponente transitano senza fermarsi. E’ una stazione metropolitana, utilizzata soprattutto per il trasporto locale e abbastanza frequentata. Naturalmente solamente su uno dei due binari. L’altro esiste, ma non serve a nulla perchè i treni in transito passano altrove, su diverse rotaie che si trovano in posizione rialzata rispetto alla stazione.

La stazione di via di Francia sta da anni nel bel mezzo di un grande cantiere, che avanza come i ghiacciai, un passo avanti e due indietro. Dietro la stazione, dietro il cantiere, ci sono edifici abbandonati e irraggiungibili che raccontano storie sconosciute.  Imponenti nel loro disfacimento, certe costruzioni conservano intatta l’impronta della loro originaria, rispettabile e quasi gloriosa, destinazione d’uso. Così anche se rovine propriamente non sono, mi affascinano non tanto per il loro abbandono, quanto perchè resti di una vita precedente. via di FranciaDi indistruttibili ruderi, protagonisti loro malgrado di importanti angoli della città, avevo già scritto.

Stupefacenti, è ovvio, le piante che li popolano, li hanno colonizzati e non li abbandonano. Come questa bignonia,  Campsis radicans  (vedi anche 14 luglio 2008), incontenibile arrampicatrice, con le sue fronde sgargianti e con le inconfondibili trombe rosso arancio.  Mi avventuro nei pressi del cantiere per fotografarla, nella canicola del torrido pomeriggio. La costruzione gialla scrostrata su cui si abbarbica sembra davvero un’antica stazione, ma purtroppo io non ne so nulla. Forse occorrerebbe intervistare qualche vecchio sampierdarenese attento alle modificazioni urbanistiche e architettoniche del suo quartiere. Esisteva anche in passato una stazione da queste parti? Non siamo lontani dalla villa Grimaldi, La Fortezza, e neppure dalla cinquecentesca villa Scassi. Le rovine a metà si mescolano con nuovi colossi, già a loro modo fatiscenti, come il grattacielo di 24 piani denominato Torre Cantore, di un improbabile cemento rosa, costruito nel 1968.

La bignonia è una pianta americana che d’inverno perde le foglie e quasi scompare, sorprendendoci con il suo ritorno, anche molto lontano da dove l’avevamo lasciata all’inizio dell’inverno, sempre più esuberante, sempre più temeraria.

Gallinetta delle aiuole

Gallinetta Misopates orontium

Gallinetta comune
Misopates orontium

Non solo i grandi alberi trovano, in modi a volte inaspettati, la strada per la città. Le piccole erbe fiorite riempiono la primavera delle aiuole. Io, sempre alla ricerca, mi lascio sorprendere da questi delicati fiorellini rosa, ritti su lunghi steli dalle lunghe foglie. Crescono sul bordo di un’aiuola in via Bruno Buozzi, non troppo lontano dalla Paulownia di cui dicevo qualche giorno fa, ai piedi degli oleandri(1) che riempiono la strada di colore all’inizio dell’estate.
Qualche anno fa scovai la draba primaverile (Erophila verna) nelle aiuole di un centro commerciale nel bresciano e ho cominciato a fantasticare di un atlante floristico delle aiuole urbanizzate.
Gallinetta Misopates orontium

Oggi questa gallinetta (Misopates orontium) si merita un bel posto in quell’atlante. Sorella minore della bocca di leone, con cui fino a poco tempo fa condivideva il genere (si chiamava Antirrhinum orontium), è un’infestante diffusa in tutto il continente sui bordi stradali e coltivi abbandonati. Tuttavia nella scheda di Actaplantarum, si legge che è specie minacciata dall’uso dei pesticidi in agricoltura. Può darsi che nella sua fuga dai campi appestati, troverà rifugio in queste aiuole incolte e vagamente malsane, fra parietaria e mercorella e qualche trascurato cespuglio ornamentale di alloro e piracanta.

E’ lontana parente della digitale, entrambe inserite da qualche tempo nella famiglia delle Plantaginaceae, e forse qualche principio attivo lo contiene anche lei, sebbene nessun utilizzo farmacologico sia effettivamente documentato. Ma diffusa com’è non poteva sfuggire alla fantasia popolare e se ne tramanda l’uso in decotti contro il malocchio insieme ad altri ingredienti vegetali in diverse regioni italiane(2). Chissà se la gallinetta delle aiuole è altrettanto efficace.

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(1)A proposito degli oleandri di via Buozzi, ho notato che sono stati vigorosamente potati e temo che la loro fioritura quest’anno sarà meno copiosa.
(2)Paolo Maria Guarrera – Usi e tradizioni della flora italiana – Aracne Ed. 2006

Paulonia fiorita in via di Fassolo

Paulonia in via di Fassolo

Fiori e foglie di Paulownia tomentosa

La Paulonia, Paulownia tomentosa, è un albero di origine giapponese dalle grandi foglie a forma di cuore. Fu importato in Europa all’inizio dell’ottocento dal botanico Carl Peter Thunberg e battezzato in onore di Anna Paulownia, figlia dello zar di Russia Paolo I. Ha avuto molto successo come albero ornamentale per il fogliame generoso e la fioritura abbondante e appariscente. Bella, ma effimera, volubile come il sole di questa primavera. A causa della breve durata, è abbastanza difficile vedere una paulonia fiorita. In pochi giorni spuntano sui rami i frutti, caspule ovate prima verdi e poi nere, in grappoli pesanti, ma non molto attraenti. Così l’avevo fotografata in altre occasioni in città, vicino al parcheggio della stazione Brignole (21 agosto 2009) e  in un giardino della circonvallazione a monte, ormai sfiorita dall’inverno

Paulonia

Paulownia tomentosa in via di Fassolo

Qualche tempo fa c’erano molto paulonie nella zona fra la stazione marittima e il terminal traghetti. Nuvole del colore della lavanda comparivano in primavera, fra le Mura degli Zingari e la piazza Di Negro, repentine e inconfondibili. Negli ultimi anni quasi tutti gli alberi sono scomparsi, forse costretti a soccombere dalle ristrutturazioni dell’area portuale. Una paulonia tuttavia è rimasta, nella defilata via di Fassolo, uno stretto vicolo che corre sotto la ferrovia, parallelo alla via Bruno Buozzi. L’avevo osservata in marzo, mentre passeggiavo per la zona in cerca di qualche germoglio (e avevo infatti scoperto un boschetto di carpini in accrescimento), riproponendomi di coglierne la vistosa fioritura. PauloniaPerò sono arrivata un po’ tardi, troppo confidando sulla stagione lenta, che, nonostante pioggia e temperature rigide, tanto lenta non è. Ed eccola, stretta fra bastioni e muraglie, un po’ spellacchiata, ma audace, ancora sfoggia qualche trombetta violazzurra sulla sommità dei rami, già appesantiti dai frutti. Fa quello che può in questo angolino negletto dove veramente in pochi alzeranno il capo a guardarla e godranno dei suoi colori e della sua ombra. Eppure i fiori lambiscono le finestre del palazzo di fronte e le sue fronde verdi si specchiano su un vetro sul muro dirimpetto. Quanto durerà ancora quest’albero estraneo, ora che tutti i suoi compagni sono scomparsi? Certo in questo angolino buio non dà molto fastidio e posso augurarmi di ritrovarlo fiorito il prossimo anno, cercando di essere più tempestiva. Ricordo un altro esemplare di paulonia lungo una via popolare, via Camozzini, a Voltri. Piuttosto fuori mano per me, ma la fioritura di una paulonia urbana val bene un viaggetto.

Via delle Ginestre e il trenino di Casella

via delle Ginestre

Ginestra
(Spartium junceum)
presso la chiesa del SS. Sacramento, via delle Ginestre

Via delle Ginestre non si chiama così per caso. Come scrivevo qualche giorno fa, le ginestre quassù ci sono davvero.

La strada si inerpica dalla valletta di Staglieno verso la collina di piazza Manin. Superata salita della Crosetta, siamo già lungo il percorso del coraggioso autobus n.49 quando si raggiunge la chiesa nuova, dedicata al SS. Sacramento e edificata nel 1913, più o meno nello stesso periodo della casa della società Economica. Proprio a ridosso della chiesa cresce uno dei più bei cespugli di sparzio di tutto il percorso, oggi quasi in piena fioritura.

Lo sparzio, già, altro nome della ginestra maggiore, traduzione del suo nome scientifico, Spartium junceum, che significa qualche cosa come cordicella giunchiforme e suggerisce l’utilizzo dei sinuosi fusti come legacci (vedi anche 27 maggio 2008). Più conosciuto ormai come il giallo della primavera, perchè in questa stagione, nelle nostre terre, basta alzare gli occhi verso le colline e lo vedi brillare, luminoso come il sole.

Ginestre e valeriana

Spartium junceum
Centranthus ruber

La strada sale ancora e confluisce nella via Burlando, storica strada popolare che corre alta lungo la collina, aperta al vento e al mare. Poco prima di piazza Manin, a destra della carreggiata su un ripido incolto,  le ginestre ancora si sporgono, piegandosi verso l’asfalto. I fusti e i fiori sfiorano le macchine in sosta, con il giallo che si mescola al rosa carico della valeriana rossa (Centranthus ruber), che è protagonista assoluta di ogni angolo della città per tutta la bella stagione.

Più in alto, oltre il breve pendio, comincia il tracciato del trenino di Casella, storica  ferrovia a scartamento ridotto che dal 1929 collega Genova con la valle Scrivia. La stazione di partenza si trova proprio alle spalle di piazza Manin, già un po’ in quota rispetto al mare, inizio di un percorso tortuoso, con pendenze e crinali degni di una ferrovia di montagna. Ma, per chi lo sa apprezzare, il panorama è emozionante. Un po’ vecchiotto ormai per adempiere appieno alla sua originaria funzione di mezzo di collegamento fra città e entroterra, il trenino rappresenta oggi soprattutto un percorso turistico e ricreativo, con alterne  fortune e discordi apprezzamenti. Nel 2014, quando è stata scattata la foto qui sotto, la ferrovia viveva una delle sue lunghe chiusure per restauri e il piccolo vagone storico, coperto di disegni e grafiti più o meno gradevoli, sostava inattivo sugli angusti binari. Ancora più su, sopra la stazione, si staglia un piccolo capolavoro dell’architettura di fine ottocento, il castello Mackenzie, opera prima del giovane architetto Gino Coppedè.

Ginestre - Trenino di Casella

Ferrovia Genova-Casella e castello Mackenzie (maggio 2014)

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