Biancospino rosa alla Garbatella

Crataegus laevigata Paul Scarlet

Crataegus laevigata Paul Scarlet
Biancospino rosa
Garbatella, Roma

A spasso per la Garbatella, mi imbatto in questi graziosi alberelli carichi di fiori rosa. Sono molto diffusi nelle zone urbane, e avrò occasione di notarli ancora in altri quartieri di Roma in questa stagione, che è quando sono più appariscenti.
Questa varietà di  biancospino, Crataegus laevigata Paul Scarlet, è quasi tutto il contrario del suo nome. E’ poco spinoso e porta fiori rosa carico, doppi e corposi. Ma sono fiori sterili e raramente producono bacche. Quindi l’alberello è destinato a trasformarsi in un qualsiasi arbusto verde scuro quando la fioritura è terminata.
Molto resistente all’inquinamento, di dimensioni modeste e poco esigente in fatto di terreno, è un’essenza ideale per i degradati bordi delle vie cittadine.

Biancospino rosa

Crataegus laevigata Paul Scarlet
Biancospino rosa
Garbatella, Roma


La Garbatella è uno storico quartiere popolare nella parte Sud di Roma, qualche tempo fa quasi una borgata, oggi divenuto una zona residenziale di tutto rispetto. Il nome, che venne dato al quartiere negli anni ’30, è di origine controversa. La storia più graziosa è quella che si riferisse a una ragazza bella e gentile che gestiva una locanda nella zona. Questa garbata ostessa sarebbe raffigurata in un rilievo sopra un edificio ad angolo nella piazza Bonomelli.
Nella contigua via Brollo si trova una famosa scritta murale, che risale alle elezioni politiche del 1948, e incita a votare Garbaldi, il simbolo del Fronte Popolare PSI-PCI. Poco più di un mese fa, nonostante fosse protetta da una copertura che ne testimoniava la cura con cui si voleva preservarla dal degrado, era stata cancellata perchè scambiata per un qualsiasi sfregio sul muro; ma gli abitanti hanno preteso che fosse ripristinata come memoria storica del quartiere.

La GarbatellaLa Garbatella

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Soltanto la robinia ..

Robinia pseudoacacia

Robinia pseudoacacia
Sampierdarena Novotel

Il cantiere, dove solo pochi mesi fa avevo scovato fiori ed erbe tenaci, è sempre più vorace e soffoca nel cemento e nella polvere tutto il verde possibile. Ma sul ripido pendio che scende dal fianco vitreo del Novotel di Sampierdarena, mi sorprende indomabile una fioritura bianca. Non può essere che lei, soltanto la robinia (Robinia pseudoacacia), imprudente pioniera di scarpate e rovinose pendenze. Ovunque l’opera umana crea un dirupo, prima o poi spuntano le robinie.
Piante estranee, che Alessandro Manzoni, dopo averle piantate con entusiasmo nel proprio giardino, disprezzò per l’invadenza del fogliame (24 aprile 2009), piante temerarie, di cui ho già celebrato il coraggio, anche se effimero (la giovane pianta che cresceva fra muro e finestra è stata presto estirpata), a metà aprile le robinie fanno il loro ingresso trionfale con esuberanti fioriture, che nei boschi nutriranno vasti stuoli di magiche api.

Robinia pseudoacacia

Robinia pseudoacacia
via Rosa Raimondi Garibaldi, Roma

L’albero non è bello, il suo tronco è contorto e fessurato, la chioma disordinata e rozza, la polpa delle foglie troppo sottile e il loro verde nitido, ma insipido. Eppure la fioritura è straordinaria, dappertutto grappoli di fiori sbucano in mezzo ai viali, negli spazi incolti, oltre i cancelli e le recinzioni e dietro i muri, in campagna e in città, pacifica esplosione bianca dal profumo intenso e inebriante.
Naturalmente si incontrano anche esemplari un po’ più aggraziati ed eleganti, le ragazzacce sanno fare di tutto, come questo bel campione a ombrello che campeggia di fronte al palazzo della Regione Lazio, via Rosa Raimondi Garibaldi (la madre di Giuseppe), fra la Garbatella e la via Cristoforo Colombo. Anche lui, tuttavia, un po’ storto.

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Nel greto del Bisagno

Greto del Bisagno

Silybum marianum
nel greto del Bisagno

Nel greto del Bisagno crescono piante, qualcuno li chiamerà fiori selvatici, qualcuno erbacce.
Occasionalmente ripulito, si ripopola velocemente e le specie cambiano. Capita a volte di non ritrovare i fiori che ricordavi negli anni precedenti, e vederne prosperare altri, che non si sa da dove siano venuti. Ma il ritmo della nostra giornata mal si addice ad osservazioni intense. Chi ha il tempo di starsene sulla riva del fosso a guardare le piante per ore, giorni, settimane? Certamente le specie cambiano e si avvicendano in modo incontrollato, ma è soprattutto la la nostra attenzione ad essere carente e molto sempre ci sfugge.

Nell’aprile di qualche anno fa, fra la spazzatura e una straccio di bandiera della pace, scopro il cardo mariano, pregiata specie officinale, neanche tanto comune negli incolti liguri, rosseggiante carciofo selvatico in mezzo ai broccoletti gialli.

Malva multiflora

Malva multiflora
nel greto del Bisagno

Poco più in là la malva, che potrebbe essere Malva sylvestris, la specie di gran lunga più comune, ma non sono convinta. Guardo e riguardo queste fotografie un po’ vaghe, poco nitide e poco a fuoco, certamente non adatte per apprezzare i particolari. Penso a  Malva nicaeensis, la malva scabra, specie mediterranea non molto diffusa. Ma non è neppure quella. Piuttosto credo che sia Malva multiflora, una lavatera diventata malva (si legga qui per capire perchè), pianta eretta e slanciata, fino a più di un metro, con fusti solidi, verde rossastri e pelosi, che abita gli incolti e i ruderi. Ancora non mi capacito tuttavia che ci faccia nel greto di un torrente, pur alquanto asciutto. Si dovrà andare a controllare i famosi segmenti dell’epicalice, se siano o no fusi. Un’occasione per scovare qualche cosa di nuovo nel torrente.

Il salicone va in città

Salicone Salix caprea

Salicone – Salix caprea

Le sorprese della Casa del soldato di via Sturla 3 (ex Casa del Fascio, anno 1938, vedi il post di ieri) non sono ancora finite. Nell’angolo fra l’impiantito e il muretto che limita il terrazzo d’ingresso è cresciuto un altro germoglio straordinario. Ha lunghi ramoscelli eretti e flessibili, che già mostrano mazzetti di foglie verdissime, tante gemme traslucide e argentate e un paio di  fiori maschili, amenti già maturi, con sfavillanti antere giallo-oro.

Salicone Salix caprea

Salix caprea

Foglie, gemme, amenti maschili sono quelli del salicone o salice delle capre, nome volgare di Salix caprea (22 marzo 2009), un audace alberello che vegeta dalla pianura fino alla montagna, anche nei pressi di zone antropizzate. La definizione di “specie pioniera molto rustica” lascia intendere come sia pianta capace di adattarsi su detriti e scarpate.  Come altre essenze selvatiche, non è usuale in città, ma forse ce n’è qualche esemplare nei giardini qui sotto, i giardini di Vernazzola, un’area verde proprio dietro all’edificio. Altrimenti non mi spiegherei da dove e perchè sia arrivato fino a qui.

Sopra il piccolo salice e le mattonelle divelte del terrazzo, campeggia un singolare edificio, il cui aspetto è insieme inquietante e affascinante. Inquietante perchè questo modello di fabbricato richiama fin troppo il pesante fardello politico sociale del periodo storico in cui fu edificato. Affascinante perché rappresenta egregiamente un pezzo di storia dell’architettura, e anche dell’arte, di cui fra non molto potremo celebrare il centenario. Disturba forse l’apparenza e la fragilità del cemento, l’intonaco giallino, gli angoli squadrati (e potevano essere altrimenti?). Ma la forma è originale, fantasiosa, con quella torretta da astronave, quell’abbaino da sommergibile, le sottili colonne cilindriche e la vetrata a quadratini della colonna centrale. Come altri edifici pubblici d’epoca (vedi per esempio la gloriosa villa Posalunga di cui ho parlato qui) è da anni al centro di polemiche e discussioni riguardo al suo possibile reimpiego per la collettività, utilizzo che sarebbe naturalmente auspicabile. Purtroppo la sua, anche sommaria, ristrutturazione sarà morte certa per il piccolo salicone.

Piazza Sturla 3

Piazza Sturla 3

Uno spazio privo di terzo paesaggio sarebbe come uno spirito privo di inconscio — Gilles Clement “Manifesto del Terzo paesaggio”

Paulownia testarda

Paulownia

Paulownia tomentosa
30 aprile 2016

Le erbe da crepe crescono fra le mattonelle del selciato,  in ogni microscopica falla delle coperture. Non solo le erbe, anche gli alberi.
Qui siamo in piazza Sturla 3, Genova ovviamente, non molto lontano dal mare. Nel cortile piastrellato di questo singolare edificio, la primavera popola le fenditure. E’ la vecchia  Casa del Fascio, edificio “Nicola Bonservizi” del 1938, poi divenuta proprietà dello stato e sede di varie associazioni, ma ormai da decenni in stato di abbandono. Lungo una larga fessura piena di svariate erbacce, proprio al centro del terrazzo davanti all’ingresso principale, un robusto virgulto di Paulownia tomentosa ha trovato la strada verso la luce, facendosi spazio fra le mattonelle. La prima fotografia (a sinistra) è stata scattata alla fine di aprile di 3 anni fa (2016). Mi aveva colpito la determinazione con cui quest’albero aveva occupato il cortile. Mi chiedevo quanto e come sarebbe sopravvissuta e così oggi sono tornata a vedere

Paulownia

Paulownia tomentosa
15 aprile 2019

Il germoglio di Paulownia c’è ancora, più piccolo di quello di tre anni fa, e non solo perchè la stagione è più indietro. Non sembra la stessa pianta, ha un tronco più sottile ed è più vicino all’inferriata di ingresso.  E’ difficile osservarlo e soprattutto fotografarlo bene oltre la spessa cancellata. Altri virgulti di Paulownia, ancora più esili del primo, si intravedono lungo tutta la crepa dell’impiantito.  C’è ormai tutta una selva di piante che popola Il selciato della vecchia Casa del Soldato, sempre più compromessa e sempre più abbandonata.

Presto i grandi alberi di Paulownia si copriranno, anche se per breve tempo, di fiori magnifici. Spero di riuscire a vederne qualcuna in città. Ma i giovani getti e i cespugli piccoli come questi devono accontentarsi di crescere le larghe foglie cuoriformi, e sono probabilmente destinati a  non diventare mai adulti. La loro caparbietà spacca la pietra, ma non può trovare fra queste pietre di cemento le condizioni per una vita piena e dignitosa.

Una frase al giorno …
Il Terzo paesaggio non evolve secondo curve temporali semplici ma secondo le modalità biologiche dell’ambiente ” — Gilles Clement “Manifesto del Terzo paesaggio”

Fiori da rotonda

Rotonda con bocche di leone

Antirrhinum majus  
San Benigno

Le rotonde stradali, o rotatorie, sono diventate in pochi decenni una presenza costante nelle città, come in periferia e nelle strade extraurbane, sostituendo molti semafori, e con qualche vantaggio per il traffico, ora che finalmente la maggior parte degli automobilisti ha imparato come funzionanano. Dove ci sono ampi spazi, le rotatorie si susseguono vaste e regolari. Negli spazi angusti della Liguria e soprattutto in città, talvolta le rotonde sono quasi invisibili ed è problematico comprendere chi è fuori e chi è dentro, con complicazioni e intoppi per la circolazione. Anche le nostre microscopiche rotonde hanno al centro il loro cerchio di ghiaia e terriccio dove possono o vogliono trovar posto delle piante. Talvolta sono disposte ad arte, anche se non sempre curate a dovere.  Talvolta l’abbandono prende il sopravvento e allora, se la terra resiste, le piante scelgono da sole dove andare.

Nella rotonda di via di Francia nei pressi di san Benigno (foto sopra) ha trovato riparo l’immancabile pianta di bocche di leone, già incontrata altrove come pioniera vagabonda (vedi mura della Malapaga, ma anche altri muri).

Un’altra rotonda, piccola e abbandonata, ma trafficatissima,  poco lontano dall’ingresso del pronto soccorso e dell’ospedale di San Martino, è invasa dalla reseda biondella, pianta ruderale, amante dei terreni di riporto e dei calcinacci. A ben guardare si scopre che su questa rotonda la reseda non è sola, ma si accompagna a un’altra pianticella notevole, la sanguisorba minore, Poterium sanguisorba, specie alimurgica e officinale, ma già osservata spesso negli spartitraffico.

Rotonda con reseda

Reseda luteola
San Martino

Fiori da rotonda

Reseda luteola
Poterium sanguisorba
San Martino

Un albero fiorito per L’Aquila

Cercis siliquastrumUn albero cresce sopra la scarpata. Un albero solo in mezzo ai detriti di una frana, che dal monte è scesa verso la gola e si vede, lontano, dalla strada. Un albero qualsiasi, sconosciuto, uguale a tutti gli altri alberi, spogli d’inverno e verdi d’estate. Sta solo sul dirupo della montagna e si distingue appena.
Finchè, all’improvviso all’inizio di aprile, ti accorgi che non è un albero qualsiasi, perché all’improvviso in aprile, si copre di fiori. Appare, per lo spazio di un attimo, scendendo con l’auto lungo la strada, la strada di casa, alzando la testa a guardare i monti, una nuvola di rosa sul grigio della roccia. Cercis siliquastrumSuperata la gola, già non si vede più.
Non so come è arrivato quell’albero lassù, seme portato da uccelo o vento, da qualche giardino. Lassù si è trovato bene, sono molti anni che fiorisce, unico e fiero.

Quest’albero, che si dice di Giuda perchè viene dalla Giudea, è inconfondibile. Il suo nome vero è Cercis siliquastrum, dal greco “kerkis”, spola del tessitore, come la forma dei suoi baccelli. Per tutto l’anno si può dimenticare, ignorare che sopra il dirupo cresca un albero solitario. Ma all’inizio di aprile torna la flebile nuvola rosa a gridare la primavera.

Del Cercis siliquastrum, in città in questa giornata di primavera, ho già parlato in un altro post. Come allora anche oggi, voglio ricordare quello che ho scritto dieci anni fa, il  6 aprile 2009  giorno del grande terremoto:

“Questa notte in Abruzzo è avvenuto un grande terremoto. La nobile e antica città de l’Aquila è ferita e distrutta. Le immagini restituiscono macerie, polvere grigia. Pure dovevano esserci, fino a ieri, alberi fioriti. Pure dovrebbero esserci, anche oggi, alberi fioriti, stretti alle loro radici, resistenti alla terra che trema. Per distogliere lo sguardo dalle rovine, spero che qualcuno li veda, spero che qualcuno li guardi. Quando la vita è sospesa in un attesa, tragica o dolorosa, fa molto bene guardare gli alberi in fiore.”

Di nuovo sempre per L’Aquila e i suoi paesi vicini, perchè anche i terremoti
“Podrán cortar todas las flores, pero no podrán detener la primavera” (P.Neruda)

Cimbalaria scalatrice

Cymbalaria muralis

Cymbalaria muralis
via Posalunga

Una cascatella di cimbalaria (Cymbalaria muralis) ricopre un muro sul bordo della strada a Borgoratti. Siamo all’incrocio fra via Posalunga e via Copernico, poco sopra via Timavo, e non c’è marciapiede.  Lei, la cimbalaria anche detta ciombolino, non si è fatta certo intimidire dal traffico, ha ricoperto tutta la parete ruvida e polverosa con i suoi simpatici fiorellini. Gli stessi che hanno colonizzato le siepi di bosso della elegantissima villa Lante di Bagnaia a Viterbo, già ricordata in questo post. Provo a scattare dal lato opposto della strada, quando il semaforo ferma il traffico e non ci sono autobus in vista; poi provo da sopra, dall’alto del muretto, un po’ contro sole. Risultati scadenti, ma lei sorride.

Cimbalaria

Cymbalaria muralis
via Posalunga

Cimbalaria

Cymbalaria muralis
vialla Lante di Bagnaia (Viterbo)

La cimbalaria (il nome è dovuto alla forma delle foglioline, che sono concave e ricordano il kymbalon, sorta di tamburello greco) sembra davvero una pianticella da nulla, fiore microscopico, foglie carnosette, ma esili, adattabile, minuta. Ma a guardarla da vicino se ne scopre il fascino discreto, la grazia esuberante, come l’avevo descritta in un post del 16 marzo 2009, dove i fiorellini erano abbastanza nitidi, ma c’erano almeno due errori. Primo, oggi Cymbalaria è inserita nella famiglia della Plantaginaceae, e non più Scrophulariaceae. Secondo, non è vero che non se ne conoscono utilizzi fitoterapici, perchè viceversa sono note le sue proprietà come cicatrizzante, antinfiammatorio, diuretico, antiscorbutico, contro la calcolosi renale, e come emostatico e cicatrizzante. Insomma chi più ne ha più ne metta, tutte le piante in fondo sono magiche, un po’ placebo, un po’ veleno, un po’ miscuglio di principi salutari.
Quello che è interessante della cimbalaria è la sua capacità di adattarsi con disinvoltura alla città. Lo ha notato un gruppo di naturalisti francesi che ne ha osservato il comportamento in ambiente urbano e rurale.  La cimbalaria, che cresce bene sui muri umidi, ai bordo strade, e comunque preferisce i substrati calcarei freschi, viene impollinata prevalentemente dalle api piccole, ovviamente a causa della  dimensione dei fiori che offrono poco spazio ai bombi e alle api grassocce. Ma, secondo questo studio(1), e diversamente da altre piante, gli esemplari di Cymbalaria muralis cresciuti da semi originari di un’area urbana (Parigi) tendevano a produrre più fiori e ricevevano anche più visite di impollinatori di quelli nati e cresciuti in campagna. Insomma, questa ricerca suggerisce che la cimbalaria sta benone anche in città e ce la mette tutta, e anche un po’ di più, per prosperare. Bello incontrarla, verde e fiorita, nella sua stagione migliore, pur se devo schivare moto e macchine per vederla.

(1)Desaegher et al. Buzz in Paris: flower production and plant-pollinator interactions in plants from contrasted urban and rural origins. Genetica 2017 145(6):513-523, doi: 10.1007/s10709-017-9993-7.

Il carpino prepara il bosco

Carpino nero

Ostrya carpinifolia
Mura degli zingari

Fra via Adua e Mura degli Zingari, subito dopo il Palazzo del Principe e la stazione marittima, cresce un carpino nero.
Il carpino nero, Ostrya carpinifolia della famiglia delle Betulaceae, è un albero da boschi.  Vero è che, come scrive Silvano Radivo nella scheda a lui dedicata su actaplantarum, è pianta di “ampia adattabilità, con tendenza al carattere pioniero … su suoli superficiali e primitivi.”
Tuttavia non è esattamente un albero da città. Ancora quasi spoglio in quest’inizio di stagione, sfoggia i sui eleganti amenti maschili, dorati e penduli, e foglie acerbe di un verde brillantissimo.

Ci troviamo in una zona della città di fronte al porto, non lontano dalle grandi nave da crociera che si fermano e partono quasi ogni giorno, a poco più di un chilometro dalla Lanterna. Via Adua, via Amba  Alagi, i nomi di queste strade ricordano frammenti della storia passata, di un paese che non esiste più, luoghi della regione del Tigrè, nel nord dell’Etiopia, che un tempo si chiamava Abissinia, quasi al confine con l’Eritrea.

Carpino

Ostrya carpinifolia
Mura degli zingari
Amenti maschili e foglie giovani

Sul parapetto di via Adua, il carpino ha distribuito i suoi germogli. Lo dicevo io che il carpino nero, anche detto carpinella, oppure carpino a frutti di luppolo per la particolare forma delle infruttescenze (vedi 11 giugno 2008), è un albero da boschi. Non è un albero immenso, ma da albero si comporta e il bosco vorrebbe ricreare qui, un bosco sulla riva del mare.

Oltre il parapetto di via Adua qualcuno ha buttato i vestiti. Una giacca, una felpa, una cintura, poggiati sul bordo cemento. Perchè quei vestiti si trovano lì? Che ne è stato del loro proprietario?
Al carpino non importa. Basta un pugno di terra umida e il seme germoglia. Di più, si innalza una piccola pianta tenace e con lei tante sorelle vicine. Così è difficile per il coltivatore convincere un albero a crescere proprio lì dove ha deciso di metterlo, tanto è facile per un seme arrangiarsi e attecchire nel luogo che trova, che ha scelto.

Carpino, germoglio

Ostrya carpinifolia
via Adua, germoglio

“ma là dove fortuna la balestra,
quivi germoglia come gran di spelta”
(Inferno XIII, 98-99)

Non credo che via Adua diventerà un viale di carpini. Le radici che si avvinghiano alla terra stabilizzano i pendii erbosi, ma distruggono i manufatti umani. La germinazione spontanea non è compatibile con gli spazi della città, per lo meno non per alberi di queste, moderate ma notevoli, dimensioni.

Ma voglio osservare come i giovani virgulti vivono la nuova stagione e sorprendere magari, all’inizio dell’estate, qualcuna delle magiche infruttescenze, pronte a sparare altri semi in giro.