Un’aiuola di asfodelo giallo

Asphodelina lutea

Asphodelina lutea
Papaver rhoeas

Fra viale Quadrio e via Mura della Marina, questa zona del centro città è stata protagonista di profonde trasformazioni anche spettacolari, come l’implosione di un vecchio edificio che ospitava la caserma dei pompieri per far posto a un più utile parcheggio. E più giù, verso l’inizio di via delle Grazie e la cosidetta casa del Boia, uno slargo a ridosso delle mura ospita in questo periodo il tanto deprecato mercato degli islamici, che stendono per terra i loro tappetini e espongono in vendita la loro merce, usata e di dubbia provenienza, in barba a leggi e permessi che dovrebbero regolamentare queste attività.
Ora in un’aiuola a bordo strada, forse per caso, sbocciano gli immancabili papaveri, tanto colorati quanto effimeri, e uno sgargiante mazzo di asfodeli gialli, vistosi e vagamente inquietanti come tutti gli asfodeli. In campagna, gli animali erbivori evitano queste piante tossiche e le lasciano stare contribuendo a alla loro diffusione, che è indice di degrado
Ma gli asfodeli sono belli e misteriorsi (ci sono molte perplessità sull’origine stessa del loro nome) e ora in questo pezzetto di città, confuso e disordinato, un’aiuola abbandonata trabocca di primavera.

Bocche di leone della Malapaga

Antirrhinum majus

Antirrhinum majus

Le mura della Malapaga a Genova corrono da piazza Cavour alla magnifica porta del Molo progettata dall’architetto Galeazzo Alessi e conosciuta come Porta Siberia. I nomi raccontano storie. Il palazzo della Malapaga, dove le mura cominciavano, era una prigione dove venivano incarcerati coloro che non riuscivano a pagare i debiti, mentre il nome Siberia deriva da cibaria, in genovese pronunciato più o meno “sibaria”, perchè adiacente ai magazzini del grano. Per la generazione dei miei genitori, le Mura della Malapaga ricordavano inevitabilmente Jean Gabin e un celebre film italo francese che nel 1951 vinse l’oscar per migliore film straniero.
Portate dal vento negli anfratti della muraglia, fra le pietre e il cemento, le bocche di leone non hanno avuto bisogno di molto per germogliare e fiorire. Tanto sofisticate sono le variopinte corolle, concresciute a labbra per offrire accoglienza sensuale a devoti impollinatori, tanto modeste sono le pretese di questo fiore, che fra le macerie e la ghiaia trova l’ambiente naturale più congeniale. Selvaggio come l’ailanto che cresce alto e scarmigliato oltre la cancellata del porto, nomade per destino, invasivo per vocazione.

Mura della Malapaga

Mura della Malapaga

vedi anche per l’ailanto, 25 agosto 2008
per le bocche di leone, 26 settembre 2009