Cimbalaria scalatrice

Cymbalaria muralis

Cymbalaria muralis
via Posalunga

Una cascatella di cimbalaria (Cymbalaria muralis) ricopre un muro sul bordo della strada a Borgoratti. Siamo all’incrocio fra via Posalunga e via Copernico, poco sopra via Timavo, e non c’è marciapiede.  Lei, la cimbalaria anche detta ciombolino, non si è fatta certo intimidire dal traffico, ha ricoperto tutta la parete ruvida e polverosa con i suoi simpatici fiorellini. Gli stessi che hanno colonizzato le siepi di bosso della elegantissima villa Lante di Bagnaia a Viterbo, già ricordata in questo post. Provo a scattare dal lato opposto della strada, quando il semaforo ferma il traffico e non ci sono autobus in vista; poi provo da sopra, dall’alto del muretto, un po’ contro sole. Risultati scadenti, ma lei sorride.

Cimbalaria

Cymbalaria muralis
via Posalunga

Cimbalaria

Cymbalaria muralis
vialla Lante di Bagnaia (Viterbo)

La cimbalaria (il nome è dovuto alla forma delle foglioline, che sono concave e ricordano il kymbalon, sorta di tamburello greco) sembra davvero una pianticella da nulla, fiore microscopico, foglie carnosette, ma esili, adattabile, minuta. Ma a guardarla da vicino se ne scopre il fascino discreto, la grazia esuberante, come l’avevo descritta in un post del 16 marzo 2009, dove i fiorellini erano abbastanza nitidi, ma c’erano almeno due errori. Primo, oggi Cymbalaria è inserita nella famiglia della Plantaginaceae, e non più Scrophulariaceae. Secondo, non è vero che non se ne conoscono utilizzi fitoterapici, perchè viceversa sono note le sue proprietà come cicatrizzante, antinfiammatorio, diuretico, antiscorbutico, contro la calcolosi renale, e come emostatico e cicatrizzante. Insomma chi più ne ha più ne metta, tutte le piante in fondo sono magiche, un po’ placebo, un po’ veleno, un po’ miscuglio di principi salutari.
Quello che è interessante della cimbalaria è la sua capacità di adattarsi con disinvoltura alla città. Lo ha notato un gruppo di naturalisti francesi che ne ha osservato il comportamento in ambiente urbano e rurale.  La cimbalaria, che cresce bene sui muri umidi, ai bordo strade, e comunque preferisce i substrati calcarei freschi, viene impollinata prevalentemente dalle api piccole, ovviamente a causa della  dimensione dei fiori che offrono poco spazio ai bombi e alle api grassocce. Ma, secondo questo studio(1), e diversamente da altre piante, gli esemplari di Cymbalaria muralis cresciuti da semi originari di un’area urbana (Parigi) tendevano a produrre più fiori e ricevevano anche più visite di impollinatori di quelli nati e cresciuti in campagna. Insomma, questa ricerca suggerisce che la cimbalaria sta benone anche in città e ce la mette tutta, e anche un po’ di più, per prosperare. Bello incontrarla, verde e fiorita, nella sua stagione migliore, pur se devo schivare moto e macchine per vederla.

(1)Desaegher et al. Buzz in Paris: flower production and plant-pollinator interactions in plants from contrasted urban and rural origins. Genetica 2017 145(6):513-523, doi: 10.1007/s10709-017-9993-7.

Il carpino prepara il bosco

Carpino nero

Ostrya carpinifolia
Mura degli zingari

Fra via Adua e Mura degli Zingari, subito dopo il Palazzo del Principe e la stazione marittima, cresce un carpino nero.
Il carpino nero, Ostrya carpinifolia della famiglia delle Betulaceae, è un albero da boschi.  Vero è che, come scrive Silvano Radivo nella scheda a lui dedicata su actaplantarum, è pianta di “ampia adattabilità, con tendenza al carattere pioniero … su suoli superficiali e primitivi.”
Tuttavia non è esattamente un albero da città. Ancora quasi spoglio in quest’inizio di stagione, sfoggia i sui eleganti amenti maschili, dorati e penduli, e foglie acerbe di un verde brillantissimo.

Ci troviamo in una zona della città di fronte al porto, non lontano dalle grandi nave da crociera che si fermano e partono quasi ogni giorno, a poco più di un chilometro dalla Lanterna. Via Adua, via Amba  Alagi, i nomi di queste strade ricordano frammenti della storia passata, di un paese che non esiste più, luoghi della regione del Tigrè, nel nord dell’Etiopia, che un tempo si chiamava Abissinia, quasi al confine con l’Eritrea.

Carpino

Ostrya carpinifolia
Mura degli zingari
Amenti maschili e foglie giovani

Sul parapetto di via Adua, il carpino ha distribuito i suoi germogli. Lo dicevo io che il carpino nero, anche detto carpinella, oppure carpino a frutti di luppolo per la particolare forma delle infruttescenze (vedi 11 giugno 2008), è un albero da boschi. Non è un albero immenso, ma da albero si comporta e il bosco vorrebbe ricreare qui, un bosco sulla riva del mare.

Oltre il parapetto di via Adua qualcuno ha buttato i vestiti. Una giacca, una felpa, una cintura, poggiati sul bordo cemento. Perchè quei vestiti si trovano lì? Che ne è stato del loro proprietario?
Al carpino non importa. Basta un pugno di terra umida e il seme germoglia. Di più, si innalza una piccola pianta tenace e con lei tante sorelle vicine. Così è difficile per il coltivatore convincere un albero a crescere proprio lì dove ha deciso di metterlo, tanto è facile per un seme arrangiarsi e attecchire nel luogo che trova, che ha scelto.

Carpino, germoglio

Ostrya carpinifolia
via Adua, germoglio

“ma là dove fortuna la balestra,
quivi germoglia come gran di spelta”
(Inferno XIII, 98-99)

Non credo che via Adua diventerà un viale di carpini. Le radici che si avvinghiano alla terra stabilizzano i pendii erbosi, ma distruggono i manufatti umani. La germinazione spontanea non è compatibile con gli spazi della città, per lo meno non per alberi di queste, moderate ma notevoli, dimensioni.

Ma voglio osservare come i giovani virgulti vivono la nuova stagione e sorprendere magari, all’inizio dell’estate, qualcuna delle magiche infruttescenze, pronte a sparare altri semi in giro.

Rosette sul cemento alla fiera

La primavera è ancora lontana. Si affaccia, insistente, se ne sente l’odore in questo sole tiepido, ora che il vento si è calmato all’improvviso. Dobbiamo crederci o è meglio non fidarsi? Troppe volte le piante si fanno ingannare dai calori di marzo, per poi doversene amaramente pentire. Nelle crepe della città la stagione offre soprattutto foglie, rosette di foglie nella polvere.

Nel vasto terrapieno strappato al mare su cui sorge la fiera di Genova domina il colore nerastro dell’asfalto e quello grigio pallido del cemento.  Disgregato e vagamente fatiscente, l’ambizioso progetto fieristico degli anni ’60 e ’70 appare ormai la fotografia dell’abbandono. Fallita la società di gestione nel 2016, partito il piccolo drappello universitario del biennio di ingegneria, ricollocati, anche se non so dove, i rifugiati extracomunitari che vi abitavano, rimane un deserto piatto, dove ancora tuttavia si svolgono varie iniziative espositive; e così capita ancora di attraversarlo, in tutte le stagioni. Colpisce l’assenza totale di vita vegetale, non un albero, ma neppure un tronco, una frasca in questo complesso artificiale che pur tante volte ha ospitato Euroflora, esposizione dei fiori più belli del mondo.

Rosette di Cirsium vulgare

Cirsium vulgare
Fiera di Genova

Proprio nulla no. Qualche temerario arriva anche qui, nelle crepe del cemento. Dove meno te lo aspetti, si spalanca una robusta rosetta di foglie, cosparsa di aculei minacciosi. E’ il cardo asinino, Cirsium vulgare, pianta altezzosa e indomita, che a primavera si adorna, quando può, di capolini rossicci, spessi e profumati. Gradito agli asini, come dice il nome, è proprio quel cardo di cui parla il poeta Giosuè Carducci in una delle sue poesie più note, almeno a noi non più giovanissimi.

Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo
Rosso e turchino, non si scomodò:
Tutto quel chiasso ei non degnò d’un guardo
E a brucar serio e lento seguitò.(1)

Temo che questa rosetta non arriverà mai a produrre fiori, ma voglio sperare che se mai ci volesse provare, potrà farlo indisturbata e che non subisca strappi e mutilazioni dai preposti alla pulizia dell’ambiente urbano, per i quali un vegetale, qualsiasi vegetale, è sporcizia e incuria.

Cyperus alternifolius Rosette

Cyperus alternifolius

Poco più in là si è sistemato un ciuffo di falso papiro (Cyperus alternifolius, vedi nel blog fiori e foglie 25 agosto 2009), neofita invasiva, ormai naturalizzata ovunque in Liguria. Ecco la parente povera del più illustre papiro, con le foglie sfrangiate e sfuggenti, che abbandona al sole i resti delle sue infiorescenze. La sua sorte non mi preoccupa. Se qualcuno vorrà prendersi la briga di estirparlo, spunterà di nuovo, poco o tanto più in là, così come ricompare, spontaneamente, nel mio giardino, dove ogni anno credo che l’inverno lo abbia stroncato per sempre.

(1)Giosuè Carducci – Davanti San Guido – Rime nuove LXXII

La sofora, abitante della città

Sofora Styphnolobium japonicumL’ho incontrata molto tempo fa, molto prima di conoscere il suo nome, quando accompagnava le mie scivolate sul lucido selciato del marciapiede di corso Firenze, verso la mia scuola elementare, intitolata a Maria Mazzini. L’ho vista fiorita in un’estate di molti anni dopo, mentre percorrevo di nuovo quel bel viale di collina, con la pancia pesante, sperando che l’attività fisica mi aiutasse ad arrivare alla fine della gravidanza. L’ho vista fiorita, d’estate, come ho mostrato in questo post, e ho capito che non era una robinia (che fiorisce in primavera). La sofora, che oggi i botanici chiamano Styphnolobium japonicum, è una grande protagonista delle strade della città, in ogni quartiere, in ogni angolo. In ottobre è carica di baccelli giallo verdi (vedi anche 3 novembre 2008), come qui davanti al Dipartimento di Scienza della Formazione, in corso Andrea Podestà, sopra  il ponte monumentale che sovrasta via XX Settembre. Sentinella delle finestre, ma anche accompagnatrice di fresche parole di strada, che si snodano come una litania dietro ai  tronchi.

“Vorrei trovare il coraggio per dirti che sei la cosa più bella che io abbia mai visto”

Sofora - Styphnolobium japonicum

I tronchi di sofora di corso Andrea Podestà

Provate a pensare una città senza alberi, anche le parole di strada perderebbero la loro musica.

Melia sulla sopraelevata

Melia azedarach

Melia azedarach

Questa pianta, Melia azedarach, anche detta anche albero dei rosari, cresce insieme ad altre simili sotto il muraglione che da corso Aurelio Saffi sovrasta la strada sopraelevata Aldo Moro. Si può alzare gli occhi e vederle, mentre si percorre la sopraelevata da ovest ad est, all’altezza della collina di Carignano, oppure affacciarsi sul parapetto del corso e guardare in basso, e scorgerle, bianche di fiori all’inizio della primavera e gravide di bacche bianco giallastre fra maggio e giugno.

Melia azedarach

Melia azedarach

Dal nome scientifico abbastanza astruso (per l’origine e il significato vedi qui), si capisce che si tratta di una pianta esotica, originaria dell’Asia e importata in Italia dal vagabondare, imposto o casuale, di semi ed essenze per il globo. Coltivata e perfino spontaneizzata in varie regioni d’Italia centro meridionale, anche se non in Liguria, predilige climi caldi e soleggiati. Nelle città si adatta, come altre essenze straniere, ammirata o misconosciuta, vezzeggiata o disprezzata, a seconda dell’umore e della presunzione di chi la guarda.

Piantaggine e altre erbe da crepe

Ci sono le piante da vaso, da balcone, da aiuola, da giardino, da bosco, le piante che crescono nella brughiera, sul serpentino, sulla sabbia, nel letame (le più felici…). E poi ci sono le piante da crepe della strada, quelle che crescono al limitare fra il cemento e l’asfalto, dentro una buca del selciato o soltanto una ruga della carreggiata. Sui muri sbrecciati dal tempo e dall’incuria, basta una manciata di terra, o molto meno per far crescere una pianta. Una nocciola caduta nel canale di scolo è germogliata e ha messo cinque foglie. Un microscopico rosmarino è nato per sbaglio su uno scalino. La parietaria, un tempo canigea, ricercata come medicina al veleno dell’ortica, oggi temuta allergenica, cresce assolutamente dappertutto.
Piantaggine, valeriana rossa, sanguisorba non sono piante reiette, nè disprezzabili. Le piante si adattano e si camuffano, a volte irriconoscobili.

Ecco oggi alcune piante da crepe:

Plantago lanceolata

Plantago lanceolata

Plantago lanceolata
Piantaggine femmina, Piantaggine lanciuola, Arnoglossa, Cinquenervi, Mestolaccio, Piantaggine minore, Lingua di cane, Lanciola, Petacciola, Pio quinto, Erba di S.Antonio, Erba pitocchina, Scontamano, Piantana

Sanguisorba minor

Sanguisorba minor

Sanguisorba minor
Pimpinella, Salvastrella minore, Bibinella

Centranthus ruber

Centranthus ruber

Centranthus ruber
Camarezza comune, Valeriana rossa, Centranto rosso
 

La palma nel leccio

Quercus ilex & Chamaerops humilis

Quercus ilex & Chamaerops humilis

E’ spuntata una palma nell’incavo di un largo tronco di leccio. E’ cresciuta, le foglie estranee sembrano germogliare dallo stesso tronco. E’ successo nel bosco di lecci poco distante dal parco del’Acquasola (un parco che doveva scomparire, ma che i cittadini hanno difeso dall’aggressione del cemento) proprio nel centro di Genova. Palma e leccio godono di ottima salute.
Si tratta di un fatto assai comune. Ci sono piante che naturalmente si servono di altre piante per crescere, talvolta solo per sostenersi, come le semplici rampicanti, talvolta si abbarbicano ai tronchi, e addirittura si servono di altre piante per la loro sopravvivivenza, da emiparassite o parassite totali.
Ma no, la piccola palma nana non ha fatto niente di ciò. Ha semplicemente trovato un buchetto confortevole dove adagiare le sue radici nell’incavo di un tronco.

Quercus ilex & Chamaerops humilis

Quercus ilex & Chamaerops humilis

Anche se non mi stupirei che qualche cittadino incallito scambiasse le snelle frange della palma per le foglie del leccio.

Gli oleandri di via Bruno Buozzi

Nerium oleander

Nerium oleander – Apocynaceae

Sono fioriti, abbondanti e variopinti, gli oleandri di via Bruno Buozzi, una strada raggiante e polverosa che corre lungo il mare del porto, dalla stazione marittima alla Lanterna. E’ una strada ampia perchè limitata da palazzi solo da un lato, e sono case antiche, popolari e ordinate. Dall’altra parte il mare si perde, oltre i piloni della strada sopraelevata, cantieri mai dismessi e larghe banchine. La strada è congestionata dal traffico, ma, in questa stagione, gli oleandri fioriti la adornano come fosse un viale elegante.

Nerium oleander

Nerium oleander – Apocynaceae

L’oleandro è alberello bistrattato e incompreso. Serena Dandini nel suo celebratissimo ‘Dai diamanti non nasce niente’ (Rizzoli, 2011) lo definisce pianta banale, quasi scema. Mi chiedo se abbia mai guardato un oleandro da vicino. Isabella Casali di Monticelli nel suo raffinato ‘Nel giardino si incontrano gli dei’ (Sperling&Kupfer, 2004) confessa di averlo sempre considerato una pianta da autostrada o da parco cittadino trascurato; finchè lo ha incontrato in Marocco ed ha cominciato a capirlo.

L’oleandro cresce incurante di miasmi e fumi, di offese e disprezzo, nel clima caldo e asciutto del mediterraneo.  La sua fioritura così ricca e appariscente è quasi scontata, così ovvia da correre quasi inosservata. Oppure è guardata con sospetto per la sua fama sinistra di avvelenatrice. E velenosa è sicuramente tutta la pianta, perchè contiene tra l’altro l’oleandrina, un glicoside cardiotonico che provoca nausea e grave aritmia cardiaca. Chissà se sono proprio vere le storie di bambini fatalmente avvelenati perchè avevano masticato le foglie dell’oleandro, di campeggiatori uccisi per aver consumato spiedini di carne alla griglia infilzati in bastoni di oleandro, fino all’immancabile moglie che tenta di liberarsi dell’odiato marito preparandogli un manicaretto con un trito di foglie di oleandro (tutte storie deliziosamente narrate da Amy Stewart nel suo ‘Wicked plants’, Algonqin Books of Chapel Hill, New York, 2009).

Nerium oleander

Nerium oleander – Apocynaceae

Molte persone sfuggono l’oleandro come una maledizione. Un amico barista è stato apostrofato duramente da una signora con l’accusa di avvelenare i bambini, per aver posizionato due meravigliosi vasi con oleandri fioriti ai lati della porta del bar, frequentato da ragazzi di una vicina scuola. Un benzinaio mi ha raccontato di clienti che si erano lamentati di un fastidio alla testa causato dal profumo della siepe fiorita di oleandro. E’ vero, l’oleandro è una pianta velenosa. Ma all’ingresso di un bar dovremmo preferirgli i distributori di sigarette e il suo profumo è davvero più fastidioso di quello della benzina?

Meraviglioso oleandro, con quella fioritura aggressiva e robusta, che non ha paura di nulla. Tollera i nostri veleni, anzi li ignora. Molto più potente ed antico è il suo personale. I suoi colori sono voluttuosi, sfacciati, il bianco luminoso, il rosa acceso, il rosso più schietto. Le sue foglie sono spesse, coriacee, i suoi frutti solidi, ingombranti. E la sua fioritura, lunga e lussureggiante, è qualcosa di cui davvero le nostre città non possono fare a meno. Come mi diceva un’amica belga, lei che veniva dal Nord “Mi sentivo scoraggiata, ma poi attraversavo il giardino, gli oleandri fioriti mi davano coraggio, sono così belli gli oleandri, da noi non ci sono.”

Capperi di città

Capparis spinosa

Capparis spinosa

Credo che sia noto a tutti, i capperi crescono, e prosperano, sui muri. Ma anche sulle rocce, e sugli scogli in riva al mare. Si infrattano praticamente dovunque e poi ricadono, formando rigogliose cascate verdi. Non pare davvero che abbiano bisogno di molta terra, sembra viceversa che amino l’aridità e l’aria salmastra. Tuttavia la propagazione dei capperi ha aspetti alquanto bizzarri. Pare che i semi aspettino anni per germinare dal momento in cui si staccano dalla pianta, mettendo a dura prova la pazienza dei coltivatori. Si dice che sia necessario introdurli proprio in fondo alle spaccature dei muri, e spingerli più dentro possibile. E’ consigliato l’uso di una cerbottana.  Molti raccontano di aver messo a dimora semi e di essersene dimenticati, avendo infine perduto le speranza di vedere un germoglio. Finchè, dopo anni di immobilità, nel bel mezzo di altre piante più giovani, e come obbedendo a una segnale antico e mai sopito, il cappero era esploso, incontenibile.

Capparis spinosa

Capparis spinosa
Strada Aldo Moro (sopraelevata)

Se però si lascia fare tutto a loro, coi i soliti metodi naturali, quali vento insetti vari, uccelletti e formichine o quant’altro, i capperi ce li ritroviamo più o meno dappertutto, in mezzo ai calcinacci che prediligono, sui muri a fianco di strade e autostrade, se abbastanza vicini al mare e ben esposti a sud, pronti a far sbocciare in ogni estate i loro straordinari fiori bianchi.
La pianta della foto in alto cresce sul muro della torre di Vernazza, parte del sito UNESCO delle Cinque Terre. Ma altrettanto a loro agio e rigogliose, anche se un po’ più impolverate, sono le piante di cappero che crescono sui muraglioni della strada sopraelevata che attraversa Genova da levante a ponente costeggiando il mare. E i sorprendenti frutti pendono a grappoli  sui muri esterni del giardino dell’Acquasola, un parco cittadino recentemente scampato a un progetto di parcheggio.

Capparis spinosa (frutti)

Capparis spinosa (frutti)
Mura dell’Acquasola

I capperi crescono allegramente anche nel mio giardino, versante occidentale delle colline liguri, lontano dal mare.Che poi i germogli, o i frutti siano commestibili e gradevoli è un altro discorso. Per la buona tavola magari sarà meglio affidarsi ai capperi di Pantelleria.