Le stagioni in città

Stagioni - Rosa d'inverno

Rosa d’inverno

Un recente articolo sul blog di Scientific American invita il lettore a “trovare sollievo dall’ansia climatica ristabilendo il contatto col ritmo delle stagioni” (To Ease Climate Anxiety, Reconnect with the Rhythms of the Seasons). Come attività terapeutica, l’autrice suggerisce di annotare giorno per giorno quanto succede alle piante, e animali, che ci circondano nel corso dell’anno. In fondo è proprio quello che cerco di fare io con i miei blog, descrivere l’ambiente in accordo con le stagioni. Da più di dieci anni, conservo così una memoria metereologica dei periodi di pioggia, gelo, neve, siccità e calura. Per esempio mi ricordo che il 2009 fu un anno molto freddo, cominciato con un’abbondante nevicata il 6 gennaio e terminato con il gelicidio del 21 dicembre, che uccise le mie piante di arancio e gli agapanti. E l’inverno del 2012, caldo e primaverile fino ai primi giorni di febbraio, sferrò poi un micidiale colpo di coda con gelate profonde durate più di tre settimane.

Stagioni - gelicidio

Citrus × aurantium
(gelicidio)

Nocciolo

Amenti di nocciolo
Corylus avellana

Non possiamo ancora sapere che cosa ci riservi quest’anno l’inverno, che per ora si sta presentando davvero troppo mite, costringendoci a cambiare qualcuna delle nostre abitudini. Anche l’autrice dell’articolo a un certo punto si premura di precisare che naturalmente ‘osservare le piante del nostro giardinetto non servirà a scongiurare i cambiamenti climatici’.
Però le stagioni ancora mutano e anche se il fisico a suo modo lo avverte, non è facile averne una piena consapevolezza.  Sono sempre sorpresa di come molta gente di città ostenti tanta preoccupazione per le ‘stagioni stravolte’ e il clima impazzito, con la stessa spavalderia con cui pretende di trovare in vendita melanzane fresche a gennaio e con cui spegne il riscaldamento e accende il condizionatore, così che la temperatura della sua vita non vari mai neppure di una frazione di grado.

In questa pagina mostravo le stagioni di un albero, un carpino bianco (Carpinus betulus) nei giardini di via Bernabò Brea. Quando proposi questa pagina a un’amica di penna che vive in Suriname, Guyana olandese, piccolo paese del Sud America situato poco a Nord dell’equatore, lei mi disse che non ci credeva, che era un trucco, perchè solo l’albero al centro dell’immagine mutava aspetto, mentre gli alberi vicini rimanevano sempre uguali. Compresi così che lei ignorava che esistono alberi che si spogliano e alberi sempreverdi, ma viceversa era genuinamente convinta che alle nostre latitudini tutti gli alberi perdessero le foglie. Un simile, benchè opposto, pregiudizio mi sono trovata a contestare a un amico russo che un giorno mi scrisse: “l’Italia è bellissima, ma io e i miei bambini preferiamo le stagioni che mutano e non saremmo veramente felici nella vostra perenne estate.” Naturalmente gli spiegai che anche in Italia le stagioni si alternano e il clima cambia, almeno un po’, ma non so quanto l’abbia persuaso.

Nocciolo

Amenti di nocciolo
Corylus avellana

In un certo senso, il clima è una specie di abitudine, una convenzione di comportamento. Ed è doloroso quando le abitudini vengono stravolte, non per nostra scelta, ma per una forza maggiore, fuori di noi e nostra nemica. Questo rappresentano nella nostra minuta esistenza i cambiamenti climatici, piogge più torrenziali (ma c’erano anche prima), calura più opprimente (ma quanti l’hanno tollerata per secoli) e molti più parassiti (e occorrerebbe imparare a conviverci senza avvelenarci a vicenda).
Per ora contemplo quest’inverno luminoso, dai colori brillanti e l’aria tersa, le forme pulite e qualche fiore, sperduto, ma temerario.

Enagra, c’è un nuovo giallo in città

Bu

Oenothera biennis

Oenothera biennis

La prima enagra cittadina l’ho incontrata a Münster, splendida cittadina tedesca non lontana dalla  frontiera olandese. Cresceva rigogliosa vicino alla strada che percorrevo ogni giorno dall’albergo verso il centro città. Siccome riesco sempre a sorprendermi, mi sono emozionata di vedere una pianta nuova. Ma nuova non è, anzi comunissima anche dalle nostre parti, a cominciare dai greti del torrenti (qui sul Polcevera).

Ora la incontro dappertutto, e mi sbilancio perfino a classificarla come Oenothera biennis, una specie alloctona naturalizzata (ma comuni sono ugualmente Oenothera glazioviana e Oenothera stucchii). Petali delicati e fragili, portamento dinoccolato, tanto semplice e ordinaria quanto smagliante, con quei fiori color del sole che vorresti imprigionare per illuminare il giardino, se ne sta ai lati delle straducole, ovunque scorra un po’ di umidità, qui insieme ad altre prime donne della flora urbana, in primo piano parietaria, e dietro amaranto verde ed inula.

Buddleja, albero delle discariche

Buddleja davidii

Buddleja davidii

L’avevo conosciuta come albero delle farfalle, con il suo dolce profumo e i fiori delicati, e così l’avevo presentata tempo fa in questo post.

Ma basta guardarsi intorno, sui bordi dimenticati delle strade, nelle periferie abbandonate, sui terrapieni di cemento, per rendersi conto di come questa pianta, delicata e fragrante, sia in realtà un fiore da rovine, da rudere, da discarica. Una di quelle piante, insomma, capace di trovarsi a suo agio dappertutto, anche nella polvere di catrame.
Eccone una piantina minima, ma già meravigliosamente in fiore, cresciuta nella piega di un marciapiede, poco distante dal folto gruppo delle sue compagne, che hanno colonizzato due metri quadri di incolto, fra una saracinesca abbandonata e un tombino. La incontro, e c’è poco da stupirsi, abbondante e rigogliosa, anche nel greto del vicino torrente Bisagno, di cui è un’abitante ormai abituale. Riconosciuta prepotente invasiva, deve essere già in parecchie liste nere, quelle delle piante indesiderabili.
Ma per chi come me le piante le osserva, le ammira, e riesce semplicemente a stupirsi della loro incredibile vitalità in questi ambienti ostili di città, la buddleja rimane un piccolo miracolo di grazia e resistenza, alleata dei nugoli di insetti voraci, non certo solo farfalle, che si cibano del suo nettare caramelloso.

Buddleja davidii

Buddleja davidii sul greto del Bisagno

Rudere di città

Rudere

Rudere a Molassana

Si incontrano, a volte, nelle zone più periferiche, ma non per questo meno urbane, sparsi muri di pietra con ancora l’aspetto di case. Strette fra palazzoni di cemento, antichi anche loro, a loro modo, o meglio vecchi, antiche case di aspetto rurale occhieggiano con le loro finestre cieche. Il tetto, sfondato, è di tegole rosse, segno di una ristrutturazione relativamente recente, perchè nel passato della valle i tetti erano tutti di ardesia grigia. Di fronte alla casa una fascia incolta ospita ancora un albero da frutto, uno di quei meli semplici e generosi, che solo per le fami antiche avevano qualche valore.

Sembra dimenticato per sbaglio, questo rudere, abbandonato e negletto. Ma non del tutto, se mentre lo fotografo un passante premuroso mi interroga: “Le interessa? Sa, questa casa è mia e se vuole, gliela vendo.” Per carità, io fotografo, immortalo ricordi. Come altre case del passato, forse passerò di qui fra dieci anni e questo rudere non ci sarà più.

Altre case del passato:
Un antico casolare che oggi è solo un mucchio di sassi –
La nonna alla finestra, nella casa della mia infanzia, demolita più di trent’anni fa –
L’antica casa cantoniere della statale 45.

Rosa in Lungobisagno

Rosa“La strada si chiama Lungobisagno Dalmazia. Come se il Bisagno fosse un corso d’acqua di tutto rispetto e non un torrentaccio arido e sbrindellato, capace solo di qualche momento di rabbiosa follia distruttrice, “acqua che porta via, che porta via la via” come dice Fabrizio De Andrè in Dolcenera. Dalmazia, forse per ricordare, nel bene e nel male, il tempo in cui tutte le isolette della costa orientale dell’Adriatico facevano parte dell’Italia.
Piccole case popolari più vecchie di me, davanti ad altri palazzoni popolari, che circondano una piazza non a caso chiamata piazzale Adriatico. Una snella pianta di rosa fiorisce da maggio ad ottobre. Fiorisce come le rose nei più lussuosi giardini. Fiorisce come fosse nel roseto dei parchi di Nervi. Fiorisce spavalda e incurante del traffico, dei fumi, del rumore. Sfacciatamente a suo agio, fra tubi di scappamento e cassonnetti della spazzatura.”

Così, senza aggiungere nulla, quasi un remake, riprendo qui un post del vecchio blog Fiori e Foglie del 16 luglio 2008. Non ho più visto quella rosa da diversi anni. Le case popolari di Lungobisagno Dalmazia hanno mantenuto lo stesso aspetto anche se quasi tutte sono state ripulite e ritinteggiate. La rosa resta sempre nel mio cuore, un fiore impavido e indipendente che quando decide di vivere non guarda in faccia nessuno.

Dice Eliana Bouchard nel suo bellissimo romanzo ‘Louise – Canzone senza pause‘ che la rosa è “il fiore della maturità, perché soltanto la pazienza e l’esperienza sono in grado di badare alle pretese di questa pianta difficile.” Ed io continuo ad avere un rapporto difficile con le rose, con loro non ho molta fortuna. Forse è perchè le amo moltissimo, ma non le ho ancora capite fino in fondo. Così quando ne scopro una così, splendida ed essenziale, nel posto più improbabile per trovarci una rosa, non ho difficoltà a capire come mai il senso comune l’ha incoronata regina di tutti i fiori.

Come nel luglio 2008, ricordo anche
una pagina dedicata al Bisagno
una pagina per gli alberi in città

Comme un arbre dans la ville…

Comme un arbe dans la ville

Via Mogadiscio – aprile

Comme un arbre dans la ville
Je suis né dans le béton
Coincé entre deux maisons
Sans abri sans domicile
Comme un arbre dans la ville

J’ai grandi loin des fûtaies
Où mes frères des forêts
Ont fondé une famille

Entre béton et bitume
Pour pousser je me débats
Mais mes branches volent bas
Si près des autos qui fument
Entre béton et bitume

J’ai la fumée des usines
Pour prison et mes racines
On les recouvre de grilles

Ginkgo biloba

Ginkgo biloba
via di Francia – febbraio


Ginkgo biloba

Ginkgo biloba
via di Francia – aprile


J’ai des chansons sur mes feuilles
Qui s’envoleront sous l’oeil
De vos fenêtres serviles

Carpinus betulus

Carpinus betulus
via di Francia – aprile



Entre béton et bitume
On m’arrachera des rues
Pour bâtir ou j’ai vécu
Des parkings d’honneur posthume
Entre béton et bitume

Comme un arbre dans la ville
Ami fais après ma mort
Barricades de mon corps
Et du feu de mes brindilles
Comme un arbre dans la ville

Ailanthus altissima

Ailanthus altissima
porto di Genova – maggio

Come un albero in città
Sono nato nel cemento
Costretto fra due case
Senza rifugio senza domicilio
Come un albero in città

Sono cresciuto lontano dalle fustaie
Dove i miei fratelli delle foreste
Hanno messo su famiglia

Celtis australis

Celtis australis
Via Mogadiscio – dicembre


Cercis siliquaster

Cercis siliquaster
via Isonzo – aprile


Fra cemento e catrame
Per crescere devo lottare
Ma i miei rami volano bassi
Così vicino ai fumi delle auto
Fra cemento e catrame

Il fumo delle fabbriche
È la mia prigione e le mie radici
Vengono coperte da griglie


Sulle mie foglie ho canzoni
Che si alzeranno in volo sotto gli occhi
delle vostre servili finestre

Fra cemento e catrame
Mi strapperanno dalle strade
Per costruire dove io vivevo
Parcheggi postumi in mio onore
Fra cemento e catrame

Comme un arbre dans la ville

Paulownia tomentosa
Terminal Traghetti – maggio

Come un albero in città
Amici dopo la mia morte
Fate barricate del mio corpo
E falò con i miei ramoscelli
Come un albero in città

Maxime le Forestier

Via delle Ginestre e il trenino di Casella

via delle Ginestre

Ginestra
(Spartium junceum)
presso la chiesa del SS. Sacramento, via delle Ginestre

Via delle Ginestre non si chiama così per caso. Come scrivevo qualche giorno fa, le ginestre quassù ci sono davvero.

La strada si inerpica dalla valletta di Staglieno verso la collina di piazza Manin. Superata salita della Crosetta, siamo già lungo il percorso del coraggioso autobus n.49 quando si raggiunge la chiesa nuova, dedicata al SS. Sacramento e edificata nel 1913, più o meno nello stesso periodo della casa della società Economica. Proprio a ridosso della chiesa cresce uno dei più bei cespugli di sparzio di tutto il percorso, oggi quasi in piena fioritura.

Lo sparzio, già, altro nome della ginestra maggiore, traduzione del suo nome scientifico, Spartium junceum, che significa qualche cosa come cordicella giunchiforme e suggerisce l’utilizzo dei sinuosi fusti come legacci (vedi anche 27 maggio 2008). Più conosciuto ormai come il giallo della primavera, perchè in questa stagione, nelle nostre terre, basta alzare gli occhi verso le colline e lo vedi brillare, luminoso come il sole.

Ginestre e valeriana

Spartium junceum
Centranthus ruber

La strada sale ancora e confluisce nella via Burlando, storica strada popolare che corre alta lungo la collina, aperta al vento e al mare. Poco prima di piazza Manin, a destra della carreggiata su un ripido incolto,  le ginestre ancora si sporgono, piegandosi verso l’asfalto. I fusti e i fiori sfiorano le macchine in sosta, con il giallo che si mescola al rosa carico della valeriana rossa (Centranthus ruber), che è protagonista assoluta di ogni angolo della città per tutta la bella stagione.

Più in alto, oltre il breve pendio, comincia il tracciato del trenino di Casella, storica  ferrovia a scartamento ridotto che dal 1929 collega Genova con la valle Scrivia. La stazione di partenza si trova proprio alle spalle di piazza Manin, già un po’ in quota rispetto al mare, inizio di un percorso tortuoso, con pendenze e crinali degni di una ferrovia di montagna. Ma, per chi lo sa apprezzare, il panorama è emozionante. Un po’ vecchiotto ormai per adempiere appieno alla sua originaria funzione di mezzo di collegamento fra città e entroterra, il trenino rappresenta oggi soprattutto un percorso turistico e ricreativo, con alterne  fortune e discordi apprezzamenti. Nel 2014, quando è stata scattata la foto qui sotto, la ferrovia viveva una delle sue lunghe chiusure per restauri e il piccolo vagone storico, coperto di disegni e grafiti più o meno gradevoli, sostava inattivo sugli angusti binari. Ancora più su, sopra la stazione, si staglia un piccolo capolavoro dell’architettura di fine ottocento, il castello Mackenzie, opera prima del giovane architetto Gino Coppedè.

Ginestre - Trenino di Casella

Ferrovia Genova-Casella e castello Mackenzie (maggio 2014)

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L’olmo e il verde della città

Olmo Ulmus glabra

Ulmus glabra
Olmo montano

La primavera è calda e assolata, oppure fredda e ventosa, luminosa ed esuberante, ma anche umida e dispettosa. La primavera è tutto e il contrario di tutto, ma non nega mai i suoi colori. Colori generosi e brillanti quelli dei fiori di campo, distese di giallo e di bianco che splendono anche nella nebbia. Colori originali e ricchi quelli delle fioriture eleganti dei giardini. Colori di ogni tipo, dai più tranquilli e timidi, a quelli più improbabili e inattesi. Tutti i colori, anche in città. Ma soprattutto il verde, un’universo di verde. Ogni anno l’inverno cancella il verde dalla nostra vista; sono il rosso, il giallo, il bruno che dominano le stagioni silenziose. Poi, anche sotto uragani e inondazioni, la primavera ci reinsegna il verde.

Siamo sulle pendici della collina che sovrasta il greto del Bisagno, il cimitero di Staglieno e lo stadio di Marassi. La strada si chiama via delle Ginestre, e grandi ginestre (Spartium junceum), quelle gialle e cariche,  ce ne sono davvero. Qui la città si arrampica su per una costa scoscesa e tutte le costruzioni hanno dovuto adattarsi alla pendenza. Come un singolare edificio in salita della Crosetta, costruito nei primi decenni del Novecento dalla Società Economica, imitando le case popolari di pianura, detta ‘a ringhiera’, con lunghi balconi di ingresso e una vasta corte interna. Ma per seguire il ripido andamento della valle, questo palazzo si allunga come una scala, con una successione di tetti spioventi a gradini che lo fanno assomigliare a una costruzione fantastica.

Olmo - Ulmus glabra

Ulmus glabra

Arrampicandomi su per queste strade, strette e ripide per le automobili, ma ancora più impervie per il malcapitato pedone, sulle terrazze cementate fra gli alti condomini, crescono piante incredibili, e coraggiose. L’indomita robinia, il fico, ma anche il caprifoglio arrampicatore. L’olmo montano, Ulmus glabra, si riconosce per le foglie grandi e appuntite, i piccioli corti, nascosti dai lobi delle foglie. Qui si contende lo spazio con i tubi del telefono e certamente riceve molte visite.

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Nel greto del Bisagno

Greto del Bisagno

Silybum marianum
nel greto del Bisagno

Nel greto del Bisagno crescono piante, qualcuno li chiamerà fiori selvatici, qualcuno erbacce.
Occasionalmente ripulito, si ripopola velocemente e le specie cambiano. Capita a volte di non ritrovare i fiori che ricordavi negli anni precedenti, e vederne prosperare altri, che non si sa da dove siano venuti. Ma il ritmo della nostra giornata mal si addice ad osservazioni intense. Chi ha il tempo di starsene sulla riva del fosso a guardare le piante per ore, giorni, settimane? Certamente le specie cambiano e si avvicendano in modo incontrollato, ma è soprattutto la la nostra attenzione ad essere carente e molto sempre ci sfugge.

Nell’aprile di qualche anno fa, fra la spazzatura e una straccio di bandiera della pace, scopro il cardo mariano, pregiata specie officinale, neanche tanto comune negli incolti liguri, rosseggiante carciofo selvatico in mezzo ai broccoletti gialli.

Malva multiflora

Malva multiflora
nel greto del Bisagno

Poco più in là la malva, che potrebbe essere Malva sylvestris, la specie di gran lunga più comune, ma non sono convinta. Guardo e riguardo queste fotografie un po’ vaghe, poco nitide e poco a fuoco, certamente non adatte per apprezzare i particolari. Penso a  Malva nicaeensis, la malva scabra, specie mediterranea non molto diffusa. Ma non è neppure quella. Piuttosto credo che sia Malva multiflora, una lavatera diventata malva (si legga qui per capire perchè), pianta eretta e slanciata, fino a più di un metro, con fusti solidi, verde rossastri e pelosi, che abita gli incolti e i ruderi. Ancora non mi capacito tuttavia che ci faccia nel greto di un torrente, pur alquanto asciutto. Si dovrà andare a controllare i famosi segmenti dell’epicalice, se siano o no fusi. Un’occasione per scovare qualche cosa di nuovo nel torrente.