Vita da pino

Pino

Pinus pinea
Pino domestico, corso Firenze

In un piccolo belvedere in circonvallazione a monte, sull’ultima curva di corso Firenze, il lungo viale alberato che sovrasta e circonda Genova dall’alto, un robusto pino è cresciuto storto. Che più storto di così non si può.

Il pino domestico, Pinus pinea, chiamato anche pino ad ombrello o pino da pinoli, è forse l’albero più diffuso e conosciuto nel nostro paese (vedi 27 gennaio 2010).  Le alte fronde verdastre, compatte eppure sfuggenti, la sua corteccia che si sfalda in larghe squame, le grandi pigne, costruite come uno scrigno per racchiudere i semi legnosi, piccole noccioline dolcissime, tutto di lui ci è familiare e nella nostra immaginazione pino è sinonimo di albero. Troppo familiare e troppo ovvio, troppo familiare e troppo trascurato.
La sua vasta chioma è uno dei sui misteri. Tutti i suoi più vicini parenti, le conifere, si assottigliano verso l’alto; lui, invece, si allarga, e il perchè di questo rovesciamento non è ovvio. Sembra che questa forma sia dovuta alla  competizione per lo spazio con altri alberi nel suo ambiente originario. Ipotesi lecita, ma insoddisfacente. Neppure è certo qual era il suo ambiente originario; mentre quello che si sa è che il pino cresce prevalentemente su ambienti sabbiosi e non alimenta quasi alcun sottobosco.
La sua bella forma è anche una sua debolezza. Imponente e fragile, è la vittima più frequente dei venti maligni e per questo talvolta guardato con sospetto per il potenziale pericolo che rappresenta.  In realtà è instabile perchè non ha quasi mai abbastanza posto per le radici, letteralmente soffocato da asfalto e cemento. O peggio, obbligato a crescere in posizioni scomode e improbabili. Come questo esemplare, così robusto e così deformato, quasi penzolante dalla ringhiera di una terrazza.

Pino

Pinus pinea

Se l’albero della prima foto rappresenta l’esempio estremo di contorto adattamento, nessuno dei pini di questo scampolo di giardino ha un portamento naturale, tutti un po’ vittime dell’urbanizzazione dei fusti e delle radici. Il suo compagno nella foto a destra, selvaggiamente capitozzato, ha cresciuto un fusto ausiliario, più sottile, che si è anch’esso inevitabilemte piegato, sospinto da chissà quali urgenze, venti, o necessità, sempre alla ricerca di un migliore spazio vitale.

Sulla capitozzatura degli alberi (tree topping) riprendo quanto scrivevo il giorno 8 dicembre 2008, dal sito di Plant Amnesty, un’organizzazione internazionale no profit dedicata alla promozione delle corrette tecniche di giardinaggio e potatura.
La capitozzatura è il danno più serio che si possa infliggere a un albero. Essa provoca la carie del legno e affama la pianta, rimuovendo la fonte di cibo, cioè le foglie, che sintetizzano il suo nutrimento. Oltre ad essere fortemente nociva, questo sistema non funziona quasi mai per contenere le dimensioni dell’albero. Infatti l’albero, dopo la mutilazione, aumenta disperatamente il ritmo di crescita dei rami nel tentativo di rimpiazzare rapidamente la superficie fogliare perduta. Inoltre non può in nessun caso essere efficace per contenere le dimensioni di una grande pianta: un acero giapponese o un maggiociondolo potranno crescere da tre a nove metri, mentre una quercia e un frassino raggiungeranno comunque 25, 30 metri e non è possibile fermarli capitozzando. Se ci si riesce, allora si è ucciso l’albero. Infatti, solo se l’albero è così danneggiato da essere prossimo alla morte, la drastica potatura arresta per sempre la sua crescita.
Inoltre la capitozzatura è costosa, per la necessità di continue correzioni dei succhioni (nuovi germogli lunghi e magri) e, se causa, come spesso accade, la morte dell’albero, per la sua rimozione.
La capitozzatura è brutta. Branche e rami appena tagliati ricordano moncherini di gambe e braccia amputate. L’albero perde per sempre la sua linea e non riacquisterà più l’armonica forma naturale.
La capitozzatura è pericolosa: la carie causa la perdita dei rami, la fame lo rende suscettibile di marciume radicale, causa comune del crollo, i nuovi rami sono più deboli e non hanno l’integrità strutturale di quelli originali; inoltre la densa ricrescita dei succhioni rende la chioma molto pesante e molto meno permeabile ai venti e ciò aumenta la possibilità di schianti in caso di tempeste.

Purtroppo passano gli anni e continuiamo ad assistere a questi scempi ad ogni stagione.

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