Rose d’inverno

Rosa banksiae lutea

La rosa banksiae è fiorita. Non una profusione come a primavera, ma tre timidi boccioli proprio in cima al cespuglio, dove il sole li indora con più intensità. Un fiore è già sbocciato e splende nel limpido cielo di gennaio. Intorno il giardino è spoglio e fradicio, ma vitale.

E’ fiorita qualche selvatica borragine e le testarde calendule. Nella serra, l’aloe variegata regala fiori a profusione .

Rosa floribunda ‘Pacific dream’

Le altre rose nicchiano. Dovrò potarle abbondantemente fra poche settimane sperando in una stagione propizia per loro, anche se temo che il caldo non ci risparmierà neppure quest’anno. La rosa floribunda ‘Pacific dream’ dovrebbe fare dei fiori di una tonalità fra il lilla e l’azzurro ed è per questo annoverata nel filone di ricerca della mitica “rosa blu”. Per ora però non accenna a lasciar andare i frutti dello scorso anno, di cui i cinorrodi rosso arancio sono i ricettacoli. Se i semi sono maturi, dovrei provare a seminarli, come insegna Roberto Longo con un procedimento che assomiglia un po’ a quello che seguo io per le talee. I semi sistemati in vasetti con terriccio morbido, poi racchiusi sacchetti trasparenti e posizionati all’esterno perchè prendano qualche ora di sole (quando c’è). Dopo circa 2 mesi, spunteranno le prime piantine, che quando sono alte circa 2 cm possono essere trapiantate singolarmente. Mi pare un procedimento realistico, anche perchè parla di una resa del 50% circa e non di quei mitici 80-90% che non si raggiungono mai. Però è prematuro per la mia rosa, voglio prima osservare se davvero fa i fiori rosa lillazzurri come previsto.

Brugmansia

Brugmansia

Brugmansia suaveolens

Parchi di Nervi (Genova), nei pressi del roseto. Un placido cespuglio dall’aria esotica nascosto dietro un padiglione semi abbandonato, allunga i rami verde giallo contro i vetri di una vecchia finestra. Conosco i fiori di questa pianta, lunghe campane dai colori sgargianti e delicati che pendono come gioielli e hanno meritato il soprannome di trombe degli angeli (vedi anche 20 luglio 2008). Oggi i fiori sono appassiti da tempo, ma nel tepore della costa ligure, l’arbusto non ha perso le foglie, che conservano il loro verde delicato, e, fra le foglie,  rimangono  i calici vuoti, e i frutti, lunghe bacche verdastre.
Queste principesche solanaceee si chiamavano un tempo tutte Datura, sia le specie arboree che quelle erbacee, o meglio così le aveva chiamate Linneo. Ma in seguito le varietà arboree sono state attribuite al genere Brugmansia, in onore ovviamente di un botanico, l’olandese Sebald Justinus Brugmans.

Brugmansia

Brugmansia suaveolens

Insieme alla cugina Datura, ma anche ad altre solanaceae come Hyoscyamus, Brugmansia è una pianta molto velenosa e l’arcano potere dei loro succhi è qualcosa di leggendario. Si racconta, tanto tempo fa come ai giorni nostri, che soltanto respirarne il profumo soave possa essere molto pericoloso e comunque provocare notevole malessere.  Contiene un alcaloide la scopolamina, chiamato anche burundaga, che è potentemente neurotossico e allucinogeno anche se per lo più è conosciuto come antidoto al mal d’auto e mal di mare, naturalmente in dosi ridottissime.  E sempre a dosi ridottissime viene utilizzato per provocare la dilatazione delle pupilla per esami oculari.

Podocarpus

Podocarpo

Podocarpus macrophyllus

In questa grigia stagione, per trovare qualche fronda bisogna andare in giro per parchi, nei vaghi giorni sereni, o quantomeno asciutti, a caccia del sempreverde, magari qualche conifera, astuta, ricercata, resistente. Quando si incontrano rarità o stranezze nei giardini botanici si fa meno fatica a riconoscerle, perché, talvolta, ci sono le targhette, o i cartelloni di spiegazione. Peccato che siano spesso laceri e sbiaditi, consumati dalle intemperie e a tratti illeggibili. Non in questo caso però e quando, diversi anni fa (7 gennaio 2010), ho incontrato questo alberello a Villa Durazzo Pallavicini, a Pegli, delegazione occidentale di Genova, la targhetta era in bella mostra e perfettamente conservata. Podocarpus macrophyllus è un piccolo albero che viene dal Giappone e appartiene alla famiglia delle Podocarpaceae, spesso coltivato come bonsai, con le sue lunghe foglie flessuose e il suo portamento mansueto e accondiscendente.

Podocarpus

Podocarpus macrophyllus

Il parco, splendido esempio di giardino romantico europeo, ricco di suggestioni e simboli,  stretto fra il rollio incessante del’autostrada Genova-Savona (che lambisce le sughere, Quercus suber, e incatrama le loro preziose cortecce) e l’avanzare delle costruzioni urbane, era da decenni abbandonato a un avvilente degrado. Ricordo di averlo visitato quasi clandestinamente fino al diroccato castello, aggirando le recinzioni arancioni e superando cumuli di macerie.
Ma per fortuna non sempre il degrado è irreparabile e, grazie anche all’intervento del FAI e certamente all’impegno di alcuni appassionati, è oggi tornato in parte al suo splendore, o quantomeno può offrire al visitatore l’imperdibile occasione di un viaggio nel tempo e nell’immaginazione. Concepito come un susseguirsi di scenografie romantiche, arditamente composte sull’articolato e scosceso pendio della costa ligure, molto vorrei dire su questo parco, che sempre mi seduce e strugge.  Ma, oggi come allora, mi fermo al Podocarpus, un po’ preoccupata di quelle tracce biancastre sulle foglie sottili, che fanno pensare come l’ambiente urbano è insalubre e non completamente innocuo per nessuno.

Fiori di yucca

Yucca

Yucca gloriosa
prima della fioritura

La yucca non è una palma. Ho imparato a riconoscerla nel 1987, dalle parti del Big Bend National Park in Texas,  alta diversi metri, con le sue lunghe foglie rigide e acuminate e le pannocchie di fiori bianchi. Ne esistono circa quaranta specie e in passato era attribuita alla famiglia delle Agavaceae, che classificazioni più moderne hanno relegato a sottofamiglia delle Agavoideae nella più vasta famiglia delle Asparagaceae.

Yucca gloriosa

Fiori di Yucca gloriosa

 

 

 

 

In città la yucca si incontra spesso nelle aiuole, quasi ovunque nella zone temperate, più o meno fiorita, più o meno negletta. I suoi fiori, floridi e lussureggianti, un po’ patinati, ma in fondo freschi e sinceri anche in questo autunno quasi inverno, passano stranamente inosservati, quasi fossero finti.
Eppure nel suo ambiente, in quel rigoglioso deserto texano al confine col Messico, facevano la loro figura, sbocciando inaspettati in mezzo a quei cespi irsuti, e li cercavamo con gli occhi, felici di averli riconosciuti. Così mi sono affezionata alla yucca, un po’ spaesata, un po’ deportata, e spero ancora sempre di incontrarla fiorita.

post riproposto da 1 gennaio 2010.

Castagno, albero esotico

Castagno

Castanea sativa
Bavari 26 novembre 2021

Davanti all’arco d’ingresso, retto da colonnette gemelle, del convento di Mariabronn, sul margine della strada c’era un castagno, un solitario figlio del Sud, che un pellegrino aveva riportato da Roma in tempi lontani, un nobile castagno dal tronco vigoroso; la cerchia dei suoi rami si chinava dolcemente sopra la strada, respirava libera ed ampia nel vento; in primavera, quando intorno tutto era già verde ed anche i noci del monastero mettevano già le loro foglioline rossicce, esso faceva attendere ancora a lungo le sue fronde, poi quando le notti erano più brevi, irradiava di tra il fogliame la sua fioritura esotica, d’un verde bianchiccio e languido, dal profumo aspro e intenso, pieno di richiami, quasi opprimente;

Castanea sativa

Castanea sativa

e in ottobre, quando l’altra frutta era già raccolta ed il vino nei tini, lasciava cadere al vento d’autunno i frutti spinosi dalla corona ingiallita: non tutti gli anni maturavano; per essi s’azzuffavano i ragazzi del convento, e il sottopriore Gregorio, oriundo del mezzodì, li arrostiva in camera sua sul fuoco del camino.

Castagno

Castanea sativa

Esotico e delicato, il bell′albero faceva stormir la sua chioma sopra l′ingresso del convento, ospite sensibile e facilmente infreddolito, originario d′altra zona, misteriosamente imparentato con le agili colonnette gemelle del portale e con la decorazione in pietra degli archi delle finestre, dei cornicioni e dei pilastri, amato da chi aveva sangue latino nelle vene e guardato con curiosità, come uno straniero, dalla gente del luogo.

Castanea sativa

Castanea sativa

Sotto l’albero esotico erano già passate parecchie generazioni di scolari (…). .. terminati gli anni di scuola, ritornavano qualche volta in visita al convento, fatti uomini portavano i loro figlioletti come scolari ai Padri, e sostavano un poco a guardar sorridenti e pensierosi il castagno, si perdevano di nuovo.
(Hermann Hesse – Narciso e Boccadoro – 1930)

Padre castagno
fiori  – 23 giugno 2008
padre castagno – 26 settembre 2008
i ricci quasi biondi – 9 ottobre 2008
le foglie prima che cadano – 5 dicembre 2008
sotto la neve – 29 gennaio 2011
frutti –  20 ottobre 2010
le stagioni del bosco – 26 marzo 2021

Vincetossico

Immersi nel sottobosco, i frutti del vincetossico (Vincetoxicum hirundinaria), sono follicoli fusiformi che brillano più lucidi più delle foglie.

Vincetossico

Vincetoxicum hirundinaria

Pianticella assai comune, alta fino a più di un metro, che cresce al limitare dei boschi e lungo le strade di campagna, già ne ho parlato nel vecchio blog (26 giugno 2009), mostrandone i fiori. In questa foto autunnale si intravedono sfioriti, biancastri, riuniti in gruppetti come piccole ombrelle.
Il nome dovrebbe suggerire che si tratti di una pianta velenosa, ma l’etimologia deriva invece da una credenza popolare che gli attribuiva proprietà di antidoto ai morsi di serpente. Primo Boni(1) descrive, con la solita ricchezza di particolari, coloriti e raccappriccianti, l’avvelenamento da vincetossico come ‘uno dei più gravi’ e anche actaplantarum conferma che la pianta contiene un alcaloide affine all’aconitina. Perchè allora avrebbe guadagnato la fama di antiveleno è difficile a dirsi, anche se spesso nella cosidetta cultura popolare si mescolano menzogne e verità, grandi invenzioni e pericolose sciocchezze. Per tutti valga l’esempio della scellerata diceria secondo cui masticare minuscoli pezzetti di Amanita phalloides sia una cura efficace contro le infezioni virali, come raffreddore e influenza. Peccato che anche a piccole dosi questo terribile fungo, forse il più tossico che esista, danneggi il fegato in in modo irreversibile e fatale.
Il vincetossico appartiene alla famiglia delle Apocynaceae, come l’oleandro e la pervinca. Il nome della specie hirundinaria ha indubbiamente a che fare con le rondini, a causa della forma biforcuta della radice (a coda di rondine).

(1) Nutrirsi al naturale con le erbe selvatiche – Ed. Paoline, 1977

A proposito di plumbago…

Plumbago capensis

Plumbago capensis

Il suo nome completo, Plumbago capensis, dice tutto di lei. Tradotto letteralmente sarebbe plumbaggine del Capo, perchè azzurro è il colore del piombo e la pianta è arrivata fin qui da quell’incredibile fucina di specie vegetali che è il Sud Africa. Ormai è una di casa e scoprirla non sorprende più quasi nessuno. Così oggi non mi soffermo sul suo aspetto, mazzetti di piccoli fiori celesti, tubolosi, con la corolla a cinque lobi, su steli sottili e fragili, bisognosi di un sostegno; oggi ne guardo la collocazione. Anni fa l’avevo fotografata accanto all’immancabile vite americana, mentre si abbarbica alle pareti della grande scala padronale di villa Grimaldi, nei parchi di Nervi, antica residenza nobiliare che vanta uno dei più bei giardini della Liguria (vedi anche 9 agosto 2009).

Plumbago capensis

Plumbago capensis

Ma si accomoda bene anche in giardini più modesti, e mi sorprende, quasi selvatica, sul bordo di cemento di una fascia, sulle colline di Bavari. Dietro l’angolo fa capolino un mazzetto di fiori blu che sembrano caduti lì per caso. La plumbago ama il sole e qui se lo gode tutto, su questo crinale aperto verso il mare lontano. Dall’altro la sorveglia una vite, europea in questo caso, già ingentilita dai colori dell’autunno.

Topinambur

Il topinambur (Helianthum tuberosus) è il fratello tuberoso del girasole (Helianthus annuus).

Topinambur

Helianthus tuberosus

Nonostante arrivi da terre lontane, e il nome abbia un suono davvero arcano, è una pianta sfacciatamente comune, che si è trovata molto bene dalle nostre parti ed è anche apprezzata in cucina. E’ slanciato ed esile, con lunghe foglie, e viene utilizzato anche per bordure decorative, o frangivento, più nei campi che nei giardini. I suoi tuberi sono commestibili e si preparano come le patate, di cui si dice possano rappresentare una degna alternativa; oppure un sostituto di fortuna, perchè se alla fine la patata ha avuto la meglio, qualche ragione ci sarà.
Proprio come le patate, viene dall’America, ma dal Nord, e precisamente dal Canada, e fu importato in Europa dai francesi nel 17° secolo. Poco tempo prima, erano arrivati alla corte di Francia alcuni esponenti di una tribù brasiliana dei Topinamba, che, si dice, avevano attirato molta attenzione. Così, sulla scia della popolarità dei brasiliani, queste piante del Nord furono battezzate dai commercianti con un nome con cui non avevano assolutamente niente a che fare. Quando diventarono famosi per le loro  qualità, i nomi volgari divennero molti, da rapa tedesca a girasole del Canada, oppure carciofo di Gerusalemme, ‘Jerusalem artichoke’ in inglese, perchè il loro sapore dolce e delicato ricorda vagamente quello del carciofo.

Topinambur

Helianthus tuberosus

Il topinambur si è trovato tanto bene dalle nostre parti che cresce dappertutto e in questa stagione i greti dei torrentacci sono sgargianti delle sue corolle gialle, un po’ più piccole di quelle del girasole, ritte in gruppi fitti sullo stelo sottile. Si è trovato tanto bene che a chi sceglie di coltivarlo si consiglia di fare attenzione a raccogliere tutti, ma proprio tutti i tuberi, per evitare di ritrovarsi un nuovo filare o campo di topinambur anche l’anno successivo.

Questo post riprende quello pubblicato sul vecchio blog il 4 ottobre 2008

Caprifoglio peloso

Caprifoglio peloso

Lonicera xylosteum

Stiamo allontanandoci a grandi passi dalla stagione dei fiori per entrare in quella dei frutti. Ho già mangiato i lamponi e il ribes nero e i pomodori cominciano a cambiare colore. Naturalmente mi dispiace, i fiori sono molto più affascinanti, sono la giovinezza della natura, il suo spavaldo coraggio. I frutti sono il dono di una madre che si sta disfacendo. Ma non è sempre così, in fondo fiori e frutti cantano la stessa canzone e a volte si incontrano nel controcanto.
Queste lucide bacche rosse non devono trarre in inganno. Nessun dono, nessuna dolcezza, sono tossiche come tante altri figli selvatici del bosco.
Si tratta di una specie abbastanza comune di caprifoglio, Lonicera nigra o meglio L.xylosteum, dal greco ξύλον xýlon legno e da ὀστἑον ostéon osso, cioè dal legno duro come un osso.

Acino alpino

Acino - Ziziphora granatensis

Ziziphora granatensis

L’acino di montagna è una piccola pianta che forma tappeti dal colore intenso su declivi e radure di mezza montagna, verso i mille metri d’altezza, dove l’ho incontrata io, nel parco dell’Aveto, ai margini della spettacolare faggeta del Monte Penna. Accanto a lui, sotto il sole morbido di fine giugno, il pendio era ricoperto di molti altri semplici e straordinarie fioriture, i morbidi cuscinetti rosa del suo parente timo serpillo (Thymus serpyllum28 giugno 2008) e le candide corolle della peverina dei campi  (Cerastium glomeratum).  E poi il giallo brillante dei loti (Lotus cornicolatus) e delle ginestre (Genista pilosa),  e le aggraziate piramidi delle orchidee selvatiche (Dactylorhiza maculata).

Ma qual è il vero nome di questa pianticella?

Essa venne inizialmente battezzata Thymus alpinus L. (basionimo), ma successivamente divenne Acinos alpinus (L.) Moench, nome che si ritrova ancora in molte autorevoli pubblicazioni botaniche. E neppure si sbaglia a chiamarla Calamintha alpina (L.) Lam., o Satureja alpina (L.) Scheele, oppure Clinopodium alpinum (L.) Kuntze.  Da dove sia venuto fuori poi l’astruso Ziziphora granatensis (Boiss. & Reut.) Melnikov (dal greco ζιζυφον zízyphon giuggiolo e da φορέω phoréo portare), e che cosa di lei ricordi il giuggiolo (Ziziphus Mill.), mi è difficile capire. L’attributo specifico suggerisce che la specie sia originaria o quantomeno tipica dell’Andalusia, il regno di Granada in Spagna, come una piccola gemma della Sierra Nevada.

Il nome preciso non è così importante e tutti possono riconoscerla, basta ricordandosi che è una Lamiacea e che i miei grandi mentori del testo ‘Fiori di Liguria’(1) la includono nel capitolo sulle Calaminte. Sono queste piante assai comuni, che sfuggono a una classificazione univoca, talvolta aromatiche, talvolta officinali utilizzate in medicina popolare. Questa specie in particolare, l’acino alpino appunto, non fa eccezione e ne è documentato l’utilizzo nella campagna marchigiana e abruzzese come sollievo alla gola infiammata, ma anche come aromatizzante delle carni, per migliorare il sapore di latte e formaggio e profumare le botti colpite da muffa.

(1)Nicolini G. e Moreschi A. Fiori di Liguria – SIAG Genova 1982 – Notare che eccezionalmente, contro le mie abitudini semplificatrici, questa volta ho aggiunto quasi dappertutto le iniziali dell’autore, che non dovrebbero mai mancare nell’attribuzione corretta di ogni specie, riuscendo così ad aumentare il numero delle parole del post, per la soddisfazione di tutte le app che ne controllano la qualità, nonchè dei botanici seri.