Pero corvino

Amelanchier canadensis

Amelanchier canadensis

Ecco i fiori dell’Amelanchier, detto anche pero corvino, sbocciati sul piccolo arbusto che cresce nel mio giardino. Avevo già mostrato i frutti acerbi nel magico parco di Burcina a Biella. Questa specie è la stessa di allora,  Amelanchier canadensis, mentre la specie che è spontanea nel nostro paese,  Amelanchier ovalis,  è  più tomentosa e con petali più sottili. Tipica rosacea, ha appena cominciato a mettere le foglie.  Messa a dimora due anni fa, forse quest’anno assaggeremo i piccoli frutti.

Chaenomeles, cotogno da fiore

Cotogno da fiore - Chaenomeles speciosa

Chaenomeles speciosa

Il cotogno da fiore, straordinaria pianticella che allieta la fine del nostro inverno anche in città, ha davvero molte affinità con il cotogno, Cydonia oblonga, a cominciare dagli incantevoli fiori, e dai frutti, duri e secchi quando vengono raccolti, eppure ricchi di proprietà benefiche e ottimi per la preparazione di marmellate, sciroppi e altre conserve.  Il suo nome scentifico, Chaenomeles,  significa qualcosa come ‘mela che si spacca’, perchè i suoi pomi si spaccano a maturazione.  Più piccoli delle mele cotogne, gialli o rossi, appartengono a quel genere di frutti che devono essere lasciati maturare nelle paglia; o meglio ammezzire, termine che è quasi sinonimo di marcire, ma vuol dire che la polpa deve diventare scura perchè il frutto sia commestibile.

Cotogno da fiore -Chaenomeles speciosa

Chaenomeles speciosa

Tuttavia questa pianta è ricercata soprattutto per la sua fioritura, molto precoce, abbondante e appariscente. I fiori sono rosa acceso, o rosso carminio, o arancio.

E’ una pianta rustica e schietta, che non teme il gelo, nè i miasmi inquinati della città. Leggermente spinosa, ha rami scuri e bruni germogli.  Forse per la sua apparente modestia,  è raramente  menzionata dai giardinieri raffinati, che mi sembra la snobbino un po’.  Come per uomini e cose,  è difficile capire da dove derivi la fama e la gloria di un fiore.  Il caso, la storia, la moda, il mercato.

Per me, lunga vita ai cotogni fioriti.  Ogni anno la ritrovo, quando la stagione comincia a sbocciare, nei giardini di città oppure sulle mie colline, così vicine eppure così lontane dalla città, così inaspettata, così generosa.

La ritrovo anche nel vecchio post del 4 marzo 2009 e in questa pagina.

Chi prospera e chi resiste

Chi prospera e chi resiste - Calicanto d'inverno

Chimonanthus fragrans

Chi prospera e chi resiste - Alisso

Lobularia maritima

 

L’anno nuovo è cominciato con scorci di limpido sole e aria tiepida, solo a tratti disturbata da folate di vento selvaggio. Il giardino è nitido e spoglio, anche se a ben vedere sono molte le piante che resistono o addirittura mostrano il meglio di sè proprio in questo periodo.

Non soltanto la Camellia hiemalis che ho mostrato ieri, ma anche il calicanto d’inverno (Chimonanthus fragrans)  si è riempito di fiori.

Sull’aiuola più bassa, dove il Solanum non ha ancora smesso di fiorire,  scopro un minuscolo cuscinetto di alisso (Lobularia maritima), coperto di corolle violette, dal dolcissimo odore di miele.

La pianta capostipite di tutti i lamponi (Rubus idaeus, 1 agosto 2008) del giardino, come ogni anziana patriarca che si rispetti, fiorisce ormai assai poco. Ma proprio in questi giorni ha deciso di maturare una drupa, anzi l’agglomerato di drupe detto drupecetum. Così rosso e vulnerabile, probabilmente duro e insapore, certamente  nessuno oserà strapparglielo.

Chi prospera e chi resiste - Rubus idaeus

Rubus idaeus

Chi prospera e chi resiste- Grespino

Sonchus oleraceus

E che dire del grespino (Sonchus oleraceus, 19 febbraio 2009), che cresce nelle crepe del selciato, fra il cemento e le mattonelle, e si alza dritto e deciso, sotto lo sguardo sornione della gatta Patty?  Si adorna sempre, in qualsiasi stagione, di capolini giallo sole, densi, solidi, grassi.  Parafrasando Betty Smith e il suo albero del cielo (Ailanthus altissima), potremmo dire che  “li si direbbe bellissimi, se non fosse che ce ne sono troppi”(1).

Io, invece, osservo attenta e preoccupata quanto è rimasto della piantina di Filipendula ulmaria che spero tanto, ma proprio tanto resisterà all’inverno, e poi si troverà bene dove l’ho sistemata, e crescerà prospera e felice. Spero.

Chi prospera e chi resiste - Filipendula ulmaria

Filipendula ulmaria

(1)Betty Smith – Un albero cresce a Brooklin, New York 1947

Geo, pianta dai molti nomi e molti usi

Geum urbanum

Geum urbanum

Il geo è una piccola rosacea, gialla come la potentilla (26 marzo e 23 aprile 2009) che infesta il mio giardino. Quando la scopro, erbaccia fra le erbacce, mi piace e mi commuove perchè sembra un ranuncolo, anche se non lo è. E’ più gentile di un ranuncolo, più dolce. E’ una pianta eretta, con foglie ampie, e fa uno strano frutto, una specie di palletta irsuta, fatta di barbe rossiccie che terminano ad uncino.

Geum urbanum

Geum urbanum – frutto

Ha molti nomi volgari, cariofillata, ambretta, garofanaia, benedetta o semplicemente geo, italianizzazione del nome scientifico Geum. I nomi volgari, quasi tutti, le affiancano l’aggettivo ‘comune’  per sottolineare che non è pianta nè particolare nè rara. Diffusa davvero ovunque, nei boschi e lungo le siepi, in Italia e in Europa, in lungo e in largo per la fascia temperata del vecchio mondo. Il nome specifico urbanum starebbe invece ad indicare la sua preferenza per i luoghi antropizzati.

Nonostante sia così comune e diffusa, se ne trova poca traccia nei libri per dilettanti. Così, prima di fare veramente la sua conoscenza, l’avevo incontrata addirittura all’orto botanico di Roma, un giardino meraviglioso che non disdegna di mostrare generi e specie delle piante più comuni e familiari e ne avevo riconosciuto le foglie nelle prime rosette della primavera.

Le sue proprietà officinali sono ampiamente descritte nella letteratura scientifica in fitoterapia. Fra gli usi tradizionali più documentati, vi è l’impiego della sue radici, dal gradevole e caratteristico profumo di chiodi di garofano, come febbrifugo e antinfiammatorio, ma anche astringente intestinale e antidolorifico. La medicina popolare europea utilizzava questa pianta anche contro i tremori della vecchiaia, legati forse a un incipiente malattia di Parkinson. E la medicina moderna allora interroga ancora Geum urbanum alla ricerca della chiave delle sue noscoste proprietà. Studi recenti suggeriscono che estratti alcoolici di tutta la pianta hanno la proprietà di sciogliere le fibrille di α-Synucleina, una proteina che forma aggregazioni maligne nei neuroni dei malati di Parkinson*. Dato che il ruolo nella malattia di queste fibrille, e dei loro derivati, i corpi e i neuriti di Lewy, non è ancora perfettamente compreso, forse non è ancora giunto il momento di coltivare praterie di geo per curare il morbo di Parkinson. Se lo faremo un domani non è dato saperlo, ma così procede la scienza, fra analogie e intuizioni, qualche volta, anche se più raramente di quanto desidereremmo, verso il successo.

*Lobbens et al. Mechanistic study of the inhibitory activity of Geum urbanum extract against α-Synuclein fibrillation. Biochim Biophys Acta. 2016 1864(9):1160-1169 doi: 10.1016/j.bbapap.2016.06.009.

Sorbo torminale

Questo post è una rielaborazione di quello originariamente pubblicato sul mio vecchio blog il giorno 16 ottobre 2008, con il titolo Sorbo selvatico. Continuo a riprendere i post più anziani, un po’ per rinfrescarmi le idee, magari talvolta correggendo qualche inesattezza (ma gli errori gravi rimarranno tutti) e un po’ per averli più accessibili, su pagine giornaliere invece che mensili. Le foto originali sono più piccole, e anche aprendole non si ingrandiscono granchè; quella più recente si apre 800×600-

Sorbo torminale

Sorbus torminalis

 

L’autunno ci sovrasta, anche se la temperatura è ancora più che gradevole e la pioggia si fa ancora desiderare. Ma le foglie, già affaticate dall’arsura di questa estate, sono ormai sfrangiate e disperse. Ancora di più ai bordi delle strade, là dove le piante lottano ogni giorno per conquistarsi spazio e aria e fluidi vitali. Stropicciate e scolorite sono le foglie nella foto a sinistra, tanto che a stento le riconosco. Ma alla fine sì, è proprio lui, non un acero, ma una rosacea, del genere Sorbus, il sorbo torminale o sorbo selvatico, in contrapposizione al sorbo domestico.
Chiamato anche sorbo montano, o ciavardello, talvolta addirittura corbezzolo (anche se certo non in Liguria dove il corbezzoolo è il ben più celebre Arbutus unedo), quest’albero dal nome curioso si incontra nei boschetti di mezza montagna.

Sorbo torminale

L’esemplare della foto qui a destra cresceva  (ottobre 2002) proprio sulla sommità della Rocca dell’Adelasia, nell’entrotera di Savona, un bel punto panoramico da cui si contempla l’imponente e placida cerchia delle Alpi dominata dal Monviso. Tutt’intorno circondano la rocca splendidi boschi di castagni e faggi. Più fortunato del fratello cittadino, era carico dei piccoli frutti, oggi ignirati e negletti, ma in passato graditi e consumati per alimento e medicina, perchè ricchi di vitamine.
Sorbus torminalis è uno dei primi alberi che tinge il bosco di rosso. Appartiene al genere Sorbus, come il sorbo domestico (Sorbus domestica), il sorbo montano (Sorbus aria e 8 settembre 2008), il sorbo degli uccellatori (Sorbus aucuparia, 2 agosto 2008) o l’esotico sorbo del Cashmire. Tutti questi alberi, assai comuni nei nostri boschi, si assomigliano non tanto per la forma delle foglie, che sono al contrario di fogge assai diverse, composte e sottili, lisce o dentellate, oppure ovali ed ampie, o profondamente lobate, come quelle del ciavardello; piuttosto sono simili nella caratteristica dei frutti, bacche che crescono a grappoli, commestibili, ma solo a maturazione avanzata, anche se certo non prelibate. Cibo per poveri e uccelli. Bacche medicinali. Le sorbe del ciavardello venivano impiegate per curare le coliche e la dissenteria, e dal latino tormìna, che significa colica, deriverebbe il nome scientifico della pianta.

Frutti tardivi sul lampone invernale

Lampone - Rubus idaeus

Lampone – Rubus idaeus

Il lampone è una pianta del sottobosco di montagna. Inutile cercare di farli crescere in pianura, o troppo vicino al mare. Nel mio giardino, i lamponi prosperano. Da una singola piantina, ne abbiamo già una spalliera e continuano a riprodursi indisturbati ovunque trovano terra di loro gusto.
Fioriscono numerose volte all’anno, ma i frutti più buoni sono quelli della primavera che maturano a giugno. Dato che si raccolgono nello stesso periodo della grande abbondanza di zucchini, ho fantasticato di ricette che abbinino due prodotti della terra così differenti: dalla torta di zucchini guarnita di lamponi alla mousse al lampone con zucchini fritti. Perchè no? Basta allontanare i pregiudizi, il gusto della natura merita sempre.
Quest’anno l’autunno è stato molto mite, e le piante hanno prodotto nuovi frutti all’inizio dell’inverno. Stagione mite, ma arida, i frutti sono secchi e insapori, anche se l’aspetto è impeccabile. Fra pochi giorni taglieremo i rami secchi e con loro le ultime bacche legnose. se ne andrà l’ultimo, proprio l’ultimo colore dell’estate. Ma come diceva il poeta …

if winter comes, can spring be far behind?

Il lampone è una rosacea ed appartiene allo stesso genere della mora, il frutto del rovo (vedi anche 18 maggio 2008). Lo avevo già mostrato nel vecchio blog il 1 agosto 2008

Alchemilla

Alchemilla vulgaris

Alchemilla vulgaris

Mi sono procurata una piantina di alchemilla e l’ho messa a dimora in un’aiuola. Non è molto appariscente, nè particolarmente produttiva, ma io le sono molto affezionata.
L’alchemilla è un’erba commestibile, medicinale e magica. La sua magia si chiama guttazione, il processo attraverso cui le foglie trasudano l’acqua in eccesso attraverso aperture, dette idatodi, situate lungo i margini delle foglie. L’acqua, in forma di piccole gocce dette guttule si raccoglie all’apice delle nervature fogliari. Non tutte le foglie lo fanno e non tutte in modo così vistoso come l’alchemilla. Le foglioline pieghettate di questa piantina si riempiono letteralmente di acqua e quest’acqua affascinava molto gli alchimisti i quali, non riuscendo a trovare una spiegazione scientifica, attribuivano il fenomeno a poteri magici. Così raccoglievano quell’acqua e la utilizzavano per le loro pratiche, e dalla parola alchimista deriva il nome bizzarro di questa pianticella di campo.
Così la descrive Primo Boni(1) con squisita accuratezza: “Le foglie di quest’erba (parti commestibili) sono di una finezza e bellezza incantevole. Spuntano pieghettate, quindi si aprono proprio come un ventaglio, conservando lieve traccia delle pieghe primitive. Coi bordi ricamati da una dentellatura uniforme e perfetta, sembrano fatte più per essere ammirate che mangiate.” I fiori, piccole infiorescenze verdastre quasi insignificanti, ma inconfondibili, crescono su rametti alti un palmo. E’un’erba perenne, alla fine dell’estate ingiallisce e si affloscia, ma a primavera riparte con nuova energia. Potenza delle piante perenni.
Spiega ancora Primo Boni come le foglie di alchemilla, che cresce nei pascoli d’altura dai 600 ai 2000 metri, siano un foraggio prelibato per il bestiame. Il latte delle mucche che nei pascoli si erano nutrite abbondantemente di alchemilla forniva doppia produzione di burro.
La pianta si può usare per preparare tisane e decotti curativi sia per uso interno (epatoprotettivo e diuretico) che esterno (colluttorio).

Di questa pianta avevo già parlato il 22 luglio 2011, ma ora ne ho una tutta mia.

(1)”Nutrirsi al naturale con le erbe selvatiche’ (Edizioni Paoline, Boni era un sacerdote, 1977)

La rosa dei Cherokee

Rosa laevigata

Rosa laevigata

La rosa dei Cherokee – Orto botanico di Genova

Questa splendida, delicatissima rosa è originaria del Sud Est asiatico, ma è diventata il fiore simbolo dello stato americano della Georgia. Essa è anche il simbolo del sentiero delle lacrime, the ‘Trail of tears’, la strada lungo la quale furono deportati i nativi americani dalle loro terre di origine nel Sud Est degli Stati Uniti fino ai territori indiani dell’Ovest, nell’Oklahoma. I Cherokee furono la tribù che resistette più a lungo di tutte all’imposizione di abbandonare la loro terra e furono anche quelli che soffrirono di più nel viaggio verso l’esilio. Quasi un quarto della popolazione perì lungo la strada. La leggenda racconta che bianche rose delicate sbocciarono lungo il sentiero delle lacrime, sette petali come il numero dei clan della tribù, bianchi come le lacrime delle madri e gialle in centro come l’oro che gli Yankee portarono via agli indiani.

La prima pioggia dell’estate

rosa rugosa

Rosa rugosa


Quasi inaspettata, anche se la desideravamo da giorni, è arrivata la pioggia, abbondante e gentile. In quest’estate umidiccia, di cielo opaco e tramonti velati, un po’ di pioggia vera rasserena, anche se in fondo la pioggia fa sempre un po’ autunno.
Le rose rugose hanno terminato la fioritura e adesso sono coperte di grappoli di bacche (cinorrodi) rosso aranciato. Queste rose, originarie dell’estremo oriente, ma importate in Europa già nel XVIII secolo, sono fra le più commestibili. Dai petali si prepara lo sciroppo e dai frutti si può fare una ottima marmelalta, anche se l’operazione è un po’ laboriosa perchè le bacche contengono moltissimi semi e soprattutto piccoli peli pungenti e orticanti che vanno assolutamente eliminati. Per lo sciroppo invece basta, si fa per dire, spazzolare tutti i petali, uno per volta, perchè lavandoli si disperde il profumo.
Il nome rugosa deriva dall’aspetto delle foglie, verde brillanti e solcate da solche e nervature pronunciate. Gia incontrata in Polonia, qui, me ne sono innamorata e ne ho messe già due in giardino.