Asfodelo alla riscossa

Asfodelo fistoloso

Asphodelus fistulosus

E’ passato solo un anno da quando l’avevo incontrato sul bordo di una strada in collina e ora l’asfodelo fistoloso è arrivato nel cuore della città. Non so quanto gli piaccia crescere i suoi steli sottili e aprire le candide corolle immerso nei miasmi del traffico urbano. Ma qui è germogliato e, da vegetale obbediente, qui è cresciuto. Affonda le sue radici nello spartitraffico di corso Europa, poco lontano dal pronto soccorso dell’ospedale San Martino e dalla sede regionale della RAI, fra due inarrestabili correnti di veicoli rumorosi e puzzolenti. Divide con i gialli e impudenti grespini un’insignificante striscia di terra che neppure i piedi umani osano calpestare.

Un po’ stupefatta, lo contemplo sfidare, eretto e rigoglioso, autobus e camion, le brusche sterzate delle motociclette e gli ingombranti pneumatici dei suv di passaggio. Ma le sue corolle stellate passano inosservate perché la città non lo vede e soprattutto non lo guarda. L’anno scorso ho già parlato delle infinite storie e tradizioni che circondano i fiori di asfodelo. La sua è una bellezza algida, tetra. Fiore degli inferi per Omero, il suo rigido stelo fiorito consacrò Giuseppe sposo di Maria e padre putativo di Cristo. Sfuggito ai campi e agli inferi, si riscopre, in questa calda primavera, novello fiore di città.

(Per vederlo un po’ meglio, aprite l’immagine qui sopra)

Storie di piante non illustri

Piante non illustri

Verbena officinalis

Da settimane la vedo lungo la mia passeggiata del mattino, eretta e sottile sul bordo della strada, con i suoi microscopici fiori quasi invisibili. Pianta nobilissima nei tempi antichi, celebrata per le virtù afrodisiache, protagonista di decotti e pozioni essenziali, erba magica e sacra, oggi la verbena cresce soprattutto in zone antropizzate e vive praticamente sconosciuta. Non è veramente commestibile, perché ha solo piccole foglie amare, ma incontrarla è un’emozione, perché la sua semplicità evoca rispetto. Le sue forme sono così esili e sfuggenti che fotografarla è difficile  (vedi anche 11 agosto 2009). A dispetto dell’apparenza, è una pianta robusta e molto tenace. I vivai vendono vasi variopinti delle sue sorelle ornamentali, ma è solo lei, la piccola verbena selvatica, la responsabile della fama millenaria.

Piante non illustri

Silene alba

Poco lontano, in mezzo all’erba lucida di pioggia, i fiori bianchi della silene, sbrindellati, ma ancora saldi, sbocciano incuranti di essere fuori stagione. Più tardiva, ma molto simile alla silene rigonfia (Silene vulgaris), anche questa pianta ha calici a forma di piccoli otri, che si sgonfiano con un piccolo fischio.  Erba commestibile ed ingrediente frequente delle zuppe tradizionali, no, non è un’erba illustre, decisamente popolare direi.

Piante non illustri

Diplotaxis tenuifolia
Malva sylvestris

Intanto la rucola selvatica e le malve del prato non sembrano avvilirsi nel fresco di novembre, nel parco urbano dell’Appia Antica (Roma). Piante non illustri, ma preziose, più  verdi del verde, si godono l’aria ricca di umidità. La rughetta selvatica (Diplotaxis tenuifolia) è una specie perenne e comune quasi dappertutto, fresca e piccante, saporitissima se piace, da consumare cruda per chi ama le insalate aromatiche. I suoi sgargianti fiorellini gialli rallegrano il pallido sole. Non ha bisogno di presentazioni la malva, commestibile in insalate e zuppe, le cui foglie e fiori hanno innumerevoli utilizzi medicinali.

Viene da lontano la galinsoga, nativa delle zone montagnose del centro America e deve il suo nome al medico botanico spagnolo del 18° secolo Martinez de Galinsoga. E’ una margheritina poco appariscente, ormai naturalizzata quasi in ogni regione d’Italia e spesso disprezzata come infestante.

Piante non illustri

Galinsoga parviflora

Di erbaccia fastidiosa, in campagna e città, ha davvero tutte le caratteristiche, produce moltissimi semi, sempre pronti a germogliare nelle circostanze più varie, si riproduce facilmente anche per propagazione vegetativa, e poi cresce velocemente, fiorisce sempre e per diverse stagioni(1).
Ma non è vero che non serva a niente, e se raramente si trova nei manuali di fitoterapia, è perché è poco conosciuta, e snobbata, nel vecchio continente. Nei suoi luoghi di origine e habitat più congeniali, cioè le zone tropicali, viene impiegata come pianta medicinale per vari malanni, oltre che come cicatrizzante sulle ferite. Infatti contiene principi attivi che le conferiscono proprietà antibatteriche,antimicotiche, antiossidanti, antinfiammatorie e vermifughe (2). Non è tossica, anzi è un’erba alimentare sia per gli animali che per le persone. In città si trova soprattutto nei giardinetti, in qualche piccola aiuola rugiadosa, ma per le insalate la preferirei campestre.

Piante non illustri, ma ricche di storia, che per caso incrociano il mio cammino in un giorno di fine autunno.

(1) Damalas CA (2008) Distribution, biology, and agricultural importance of Galinsoga parviflora (Asteraceae)-  Weed Biology and Management 8:147-153.
(2) Ali S et al. (2017) Ethnobotanical, phytochemical and pharmacological properties of Galinsoga parviflora (Asteraceae) – Tropical Journal of Pharmaceutical Research 16:3023-3033.

Vite americana

La chiamano vite americana, oppure canadese, ma il suo vero nome è Parthenocissus ed è comune sui muri dei giardini nelle specie tricuspidata o quinquefolia.

Vite americana

Parthenocissus tricuspidata

E’ una pianta liquida che prende la forma del contenitore. O meglio, è una pianta gassosa, perché del tutore assume anche la dimensione, e si espande fino a riempire ogni spazio consentito, inarrestabile, multiforme, imprevedibile. Qui a destra si vede come riesce a ricoprire interamente un palo della luce.

Il Parthenocissus colonizza i muri, li adatta a sua immagine e somiglianza, li adorna, li popola e alla fine li divora. Avevo una vite americana sul muro di una fascia del giardino. A primavera le morbide foglioline in tenere sfumature di verde crescevano lungo uno stelo sottile, che si arrotolava con grazia sul palo di un lampioncino del giardino. Io la lasciavo fare, mi deliziavo alla sua grazia e semplicità. Pochi mesi dopo aveva ricoperto il piccolo lampione di uno strato di foglie così spesso che non solo oscurava la fioca luce della lampadina, ma rischiava persino di compromettere la stabilità del palo. Ho dovuto reciderla senza pietà e mai più consentirle di spingersi così tanto avanti.

Vite americana

Parthenocissus quinquefolia

La vera seduzione della vite americana sono i suoi colori autunnali, tutte le sfumatura del rosso. Proprio in questi giorni comincia a screziarsi, con macchie che sembrano tracciate con un pennello. Quando sarà tutta rossa, assomiglierà a quella che ho mostrato sul muraglione dell’ascensore di Castelletto o  su un muro nelle vicinanze di Finalborgo (3 ottobre 2008), rosso fuoco più del tramonto.

Però in città si trova dappertutto, in tutte le sfumature dal verde al rosso. Ho riempito libri e quaderni di foglie rosse, rosa e arancio, di Parthenocissus. Disidratate con cura i colori si conservano immutati per decine di anni.

Andar per agli

Allium triquetrum

Allium triquetrum

Gli agli sono abbondantemente fioriti in questa stagione sui bordi e negli angoli delle strade. Il genere  Allium, famiglia della Amaryllidaceae, è rinomato perchè molte specie sono usate in cucina come verdure aromatiche, per esempio A.cepa, cipolla, A. sativum, aglio propriamente detto, A.porrum, porro e A.ascalonicum, scalogno. Siccome se ne consumano i bulbi, occorre evitare che vadano in fiore. Così non siamo abituati a vedere i fiori dell’aglio e quando si incontrano sul bordo della via e nelle aiuole in aprile magari neppure si riconoscono. Eppure alcuni agli hanno fiori così vistosi da essere coltivati nei giardini.

Allium neapolitanum

Allium neapolitanum

I fiori degli agli da strada sono aggraziati, candidi o appena rosati, disposti in dense ombrelle,  inizialmente avvolte da spire papiracee dette spate. Ecco per esempio qui sopra Allium triquetrum che sfoggia bianche campanelle, e poi il comune, ma nobile, Allium neapolitanum, e  Allium roseum, che ho visto in fioritura nella splendente aiuola spartitraffico della sopraelevata strada Aldo Moro(1).

Mi guardo intorno e ne vedo ovunque, ovunque c’è un incolto e un pezzetto di terra verde, in qualche scampolo di terzo paesaggio a cui non si fa caso quasi mai, tranne quando lo si scopre coperto di fiori bianchi.  Il terzo paesaggio non è solo fatto di grandi areee abbandonate dall’uomo, ma anche di piccoli spazi dimenticati, insignificanti per la disordinata attività umana, vitali per piccole piantine coraggiose.

Allium roseum

Allium roseum

Tutti gli agli sono specie commestibili e officinali dalle molteplici proprietà salutari, tutti hanno odore e sapore pungente, non gradito a molti. Così si racconta che chi si cibava di aglio per sfruttarne le virtù terapeutiche (si diceva curasse perfino la lebbra) era mantenuto a debita distanza per tutto il periodo della terapia. Ma le proprietà medicinali dell’aglio sono inconfutabili e mentre Allium sativum  è certamente il più ricco di componenti officinali, anche tutti gli altri agli grandi e piccini contengono le stesse sostanze benefiche.

Allium ampeloprasum

Allium ampeloprasum o A. polyanthum

Il porro selvatico, Allium ampeloprasum, che avevo incontrato lungo la strada circa un anno fa, è molto usato nei paesi asiatici e noto nelle Filippine con il nome di “Sibujing”. Ricco di micro e macronutrienti, viene considerato una medicina contro febbre, infezioni e infiammazioni, dolori della dentizione, gastrite, cancro e affezioni gastroduodenali e ne è stato proposto l’impiego  come ingrediente attivo di una bevanda salutare.
Un toccasana dall’odore acre non poteva che rappresentare un importante deterrente per persone ed eventi nocivi, così nasce la leggenda dell’aglio che allontana il malocchio, le invidie e la malasorte, e naturalmente anche i vampiri.
Se non avete a disposizione Allium sativum, forse basta un fiorellino  in tasca, è un buon talismano certamente a buon mercato e a disponibilità immediata, almeno in primavera.

(1)Nel tratto più a levante di questa strada, in prossimità della Foce, l’aiuola spartitraffico presenta moltissime crescite spettacolari;  purtroppo è molto complicato fotografarle perchè si tratta di una strada a scorrimento veloce che non offre spazio nè tregua. Le uniche immagini che per ora sono riuscita a fermare, di sfuggita e dall’alto, sono di piante che crescono ai margini o sui muraglioni; tuttavia danno l’idea della bizzarra ricchezza di un’area area vietata al pedone e regno incontrastato degli pneumatici.
Piante intorno alla sopraelevata:
Melia azedarach
Capparis spinosa
Ficus carica

Fiori da parcheggio

Parcheggio AnagninaLa primavera riserva sorprese ovunque, anche ai margini dei parcheggi, dove d’inverno si trovano soltanto erbacce incatramate e un po’ di spazzatura. Nei pressi della stazione Anagnina, capolinea della linea A della metropolitana di Roma, una prato di tarassaco e malva contende la vista alla sterminata  distesa di automobili in sosta. Ammiro il coraggio e la saggezza di questi prati urbani.
Da sempre occhieggio nei quadratini di terra, che vorrebbero essere aiuole, di qualche centro commerciale alla ricerca dei più temerari fiori di campo. Dopo aver scoperto la draba primaverile (Erophila verna) e la sua breve fioritura, più a lungo si possono incontrare i becchi di gru (Erodium sp), stretti parenti dei gerani, piccoli fiori a corolle delicate e frutti appuntiti che assomigliano al becco di trampoliere.
Il becco di gru comune, Erodium cicutarium, così detto perchè le foglie hanno l’aspetto prezzemoloso della cicuta, ha un modo di propagazione geniale e potente; la pianta lancia i semi fino a mezzo metro di distanza ed essi possono seppellirsi letteralmente scavando nel terreno, torcendosi e srotolandosi in risposta ai cambiamenti di umidità. Non c’è da stupirsi se sia così diffuso anche in ambienti abbastanza ostili come i margini polverosi delle piazzole di sosta.

Erodium malacoides

Erodium malacoides
con Urtica dioica

Più gentile, ma altrettanto rampante, suo fratello il becco di gru malvaceo, Erodium malacoides, si contende lo spazio con la purissima ortica (Urtica dioica) e già mostra mazzetti di frutti appuntiti. Tutte le specie di Erodium utilizzano irruenti metodi  di dispersione dei semi, che sono dotati di peluria uncinata che si attacca al pelo degli animali e favorisce anche la penetrazione nel terreno.

Galium aparine

Galium aparine

In questa stagione, anche le aiuole urbane più trascurate si ricoprono di verde intenso, quasi impenetrabile.  In mezzo all’erba cresce il gallio attaccaveste (Galium aparine), parente povero e un po’ volgare del caglio zolfino (Galium verum) a fiori gialli, che si dice venisse usato nei tempi passati per cagliare il latte. Nonostante l’aspetto esile, l’attaccaveste è veramente appiccicoso e aggressivo, un’alta strategia vincente per fronteggiare la dura lotta per l’esistenza.

Campanula medium

Campanula medium

Ma sullo spartitraffico, fra le auto che fuggono troppo in fretta anche per un’occhiata furtiva, talvolta si scopre qualche cosa di veramente inaspettato. E bisogna fermarsi, scendere dal cavallo di latta, avventurarsi per le impervie strade moderne, dove osano solo gli pneumatici, per cercare di vedere, capire, immortalare il miracolo, seppure da debita distanza. Un grappolo di grandi campanule azzurre (Campanula medium), che starebbero davvero meglio al margine di un bosco, sbocciano all’ombra dei rigidi cespugli di pittosporo, accanto a qualche immancabile grespino della strada, trascinate da chi e da che cosa fin qui davvero non saprei.

Crataegus urbani

Crataegus crus-galli

Crataegus crus-galli
piazza Giovanni Martinez – maggio

Il nome Crataegus deriva da una parola greca, κρατοσ, che significa forza e robustezza, come forte e robusto è il legno di queste piante. Volgarmente detto biancospino, il genere però comprende anche specie che non sono nè bianche nè spinose (vedi qualche tempo fa Biancospino rosa alla Garbatella). La fioritura primaverile è tanto breve quanto straordinaria e difficilmente passa inosservata. Eccolo in tutto il suo splendore di nuvola bianca,  in piazza Giovanni Martinez (quartiere di San Fruttuoso, Genova), in un giorno di maggio di qualche tempo fa, piovoso come quest’anno. Si tratta, credo, di C.crus-galli, biancospino piede di gallo, specie originaria del Nord America, ormai diffuso anche da noi come alberello ornamentale, adatto alle zone periurbane.

Crataegus crus-galli

Crataegus crus-galli
piazza  Martinez – febbraio

Se i fiori durano poco, caparbi sono i frutti che talvolta resistono a tutto l’inverno. Quando li avevo fotografati in un febbraio di molti anni fa, sempre in piazza Giovanni Martinez (foto a sinistra), ero rimasta molto perplessa, incapace di dare un nome a questi alberelli, rassegnata ad ammettere che molto oltre la famiglia, Rosaceae, non riuscivo ad andare (leggi 19 febbraio 2010).

Certamente un biancospino propriamente detto, C. monogyna, è invece la bella pianta scovata in un giardino condominiale piuttosto incolto, quasi in cima alla salita degli Angeli di San Teodoro. Peccato che la fioritura sia già finita e rimangano soltanto piccole bacche verdi.

<em>Crataegus monogyna</em> <br>Salita dgli Angeli

Crataegus monogyna
Salita degli Angeli

 Salita degli Angeli

Crataegus monogyna
Salita degli Angeli

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