Scarpata ferroviaria

” … quasi triste come i fiori e l’erba di scarpata ferroviaria”

Scarpata ferroviaria

Trigonella officinalis
Papaver rhoeas

In primavera accade che persino le scarpate ferroviarie non siano affatto tristi, ma coperte di sfavillanti colori. Qui siamo a Chiavari, non lontano dalla foce del fiume Entella, fra la strada statale Aurelia e i binari. Mi corre incontro una distesa di erbe e fiori, fra i quali all’inizio riconosco gli steli glabri di equiseto immaturo, le spighe invadenti dell’avena selvatica (Avena fatua) e di qualche forasacco rossiccio che non riesco a identificare.
Nel bel mezzo dell’erba alta, che presto diventerà sterpaglia, si alzano i cespi di meliloto giallo, Melilotus officinalis, recentemente rinominata Trigonella officinalis, pianta dalle accreditate virtù medicinali. Come suggerisce il nome originale, si tratta di una pianta mellifera e, come molte fabaceae, ottima foraggera. Utilizzata tradizionalmente come antiinfiammatorio, diuretico e sedativo, la pianta contiene cumarina, che le conferisce un odore tipico, ma la rende anche leggermente tossica e quindi deve essere somministrata con cautela perché può causare nausea e mal di testa. L’uso esterno invece non ho controindicazioni e l’estratto della pianta è utile per contrastare l’invecchiamento della pelle(1).
Sul limitare della ferrovia, il meliloto si sbraccia aperto e felice, con il suo pallido giallo, sovrastando il prorompente scarlatto dei papaveri.

Scarpata ferroviaria

Papaver rhoes
Echium vulgare

I papaveri sono dappertutto. Ma anche l’azzurro vuole la sua parte, l’azzurro cupo, quasi violaceo, dell’erba viperina (Echium vulgare). Il nome di questa pianta deriverebbe dalla forma del fiore, triangolare come la testa della vipera e per conseguenza la leggenda tramanda che essa contenga un antidoto al veleno della pericolosa serpe. Certamente è specie alimentare e officinale, anche se come al solito non sarebbe una buona idea raccoglierla in un territorio così urbanizzato.
E’ difficile immaginare una scarpata ferroviaria più colorata, ma non c’è da sorprendersi, perché questo miracolo si chiama primavera. Fra un mese o poco più, fra queste pietre e questo cemento rimarrà forse soltanto qualche ciuffo scomposto di erba secca e la scarpata tornerà alla tristezza che ci ha cantato il poeta. La sua sorte non è diversa da quella di qualsiasi giardino, bisogna goderla adesso, non lasciarsela sfuggire, anche se è soltanto un lurido bordo di strada.

(1) Pastorino G et al. (2017). Biological activities of the legume crops Melilotus officinalis and Lespedeza capitata for skin care and pharmaceutical applications. ICP, 96:158-164

Asfodelo alla riscossa

Asfodelo fistoloso

Asphodelus fistulosus

E’ passato solo un anno da quando l’avevo incontrato sul bordo di una strada in collina e ora l’asfodelo fistoloso è arrivato nel cuore della città. Non so quanto gli piaccia crescere i suoi steli sottili e aprire le candide corolle immerso nei miasmi del traffico urbano. Ma qui è germogliato e, da vegetale obbediente, qui è cresciuto. Affonda le sue radici nello spartitraffico di corso Europa, poco lontano dal pronto soccorso dell’ospedale San Martino e dalla sede regionale della RAI, fra due inarrestabili correnti di veicoli rumorosi e puzzolenti. Divide con i gialli e impudenti grespini un’insignificante striscia di terra che neppure i piedi umani osano calpestare.

Un po’ stupefatta, lo contemplo sfidare, eretto e rigoglioso, autobus e camion, le brusche sterzate delle motociclette e gli ingombranti pneumatici dei suv di passaggio. Ma le sue corolle stellate passano inosservate perché la città non lo vede e soprattutto non lo guarda. L’anno scorso ho già parlato delle infinite storie e tradizioni che circondano i fiori di asfodelo. La sua è una bellezza algida, tetra. Fiore degli inferi per Omero, il suo rigido stelo fiorito consacrò Giuseppe sposo di Maria e padre putativo di Cristo. Sfuggito ai campi e agli inferi, si riscopre, in questa calda primavera, novello fiore di città.

(Per vederlo un po’ meglio, aprite l’immagine qui sopra)

Anticipi di primavera

Mandorli

Prunus dulcis

Ormai divampa la fioritura dei mandorli di Borgoratti, sulle terrazze sopra la strada, via Cadighiara, nei pressi di una strettoia così angusta che ha richiesto l’installazione di un semaforo. Divampa a ridosso di uno scosceso pendio, da anni squarciato dalle ruspe e guardato a vista dalle gru, senza che i lavori per la costruzione di fantomatici garage avanzino ancora.  Divampa sotto il colossale viadotto dell’autostrada, le sue zampe grigie fanno sembrare il cielo ancora più lontano.

Via Cadighiara

mandorli

Prunus dulcis

Sono nuvole di rosa questi alberi, tanto che sospetto si tratti di una varietà da fiore, tipo Prunus triloba. Per averne la certezza bisognerebbe osservarli quando la stagione avanza e vedere che frutti producono. Il Prunus triloba produce piccole ciliegie non appetibili, mentre il vero mandorlo Prunus dulcis le note drupe con mandorla, cioè il seme con guscio legnoso ricoperto da un mallo verde. Essendo ormai un boschetto, può anche darsi che queste piante, che richiedono l’impollinazione incrociata, fruttifichino .

Bergenia cordifolia

Ma non solo solo i mandorli, da fiore o da frutto che siano, a riempire di luce e colore questo angolino dimenticato di città, infossato fra le ripide colline e i pilastri di cemento. Testarda fiorisce ancora l’euryops, macchie di giallo per tutte le stagioni, mentre dietro i mandorli fanno capolino i pomi dorati degli agrumi.
Alla base di una scaletta è fiorita la bergenia, una pianta che vive proprio in questo periodo dell’anno la sua breve, esuberante stagione. I fiori sono copiosi e di colore acceso, ma terminato lo spettacolo rimarranno, dopo, solo le larghe foglie grassocce, anonime e per lo più ignorate .

Oggi ho più immagini che parole, la primavera non si farà attendere.

Storie di piante non illustri

Piante non illustri

Verbena officinalis

Da settimane la vedo lungo la mia passeggiata del mattino, eretta e sottile sul bordo della strada, con i suoi microscopici fiori quasi invisibili. Pianta nobilissima nei tempi antichi, celebrata per le virtù afrodisiache, protagonista di decotti e pozioni essenziali, erba magica e sacra, oggi la verbena cresce soprattutto in zone antropizzate e vive praticamente sconosciuta. Non è veramente commestibile, perché ha solo piccole foglie amare, ma incontrarla è un’emozione, perché la sua semplicità evoca rispetto. Le sue forme sono così esili e sfuggenti che fotografarla è difficile  (vedi anche 11 agosto 2009). A dispetto dell’apparenza, è una pianta robusta e molto tenace. I vivai vendono vasi variopinti delle sue sorelle ornamentali, ma è solo lei, la piccola verbena selvatica, la responsabile della fama millenaria.

Piante non illustri

Silene alba

Poco lontano, in mezzo all’erba lucida di pioggia, i fiori bianchi della silene, sbrindellati, ma ancora saldi, sbocciano incuranti di essere fuori stagione. Più tardiva, ma molto simile alla silene rigonfia (Silene vulgaris), anche questa pianta ha calici a forma di piccoli otri, che si sgonfiano con un piccolo fischio.  Erba commestibile ed ingrediente frequente delle zuppe tradizionali, no, non è un’erba illustre, decisamente popolare direi.

Piante non illustri

Diplotaxis tenuifolia
Malva sylvestris

Intanto la rucola selvatica e le malve del prato non sembrano avvilirsi nel fresco di novembre, nel parco urbano dell’Appia Antica (Roma). Piante non illustri, ma preziose, più  verdi del verde, si godono l’aria ricca di umidità. La rughetta selvatica (Diplotaxis tenuifolia) è una specie perenne e comune quasi dappertutto, fresca e piccante, saporitissima se piace, da consumare cruda per chi ama le insalate aromatiche. I suoi sgargianti fiorellini gialli rallegrano il pallido sole. Non ha bisogno di presentazioni la malva, commestibile in insalate e zuppe, le cui foglie e fiori hanno innumerevoli utilizzi medicinali.

Viene da lontano la galinsoga, nativa delle zone montagnose del centro America e deve il suo nome al medico botanico spagnolo del 18° secolo Martinez de Galinsoga. E’ una margheritina poco appariscente, ormai naturalizzata quasi in ogni regione d’Italia e spesso disprezzata come infestante.

Piante non illustri

Galinsoga parviflora

Di erbaccia fastidiosa, in campagna e città, ha davvero tutte le caratteristiche, produce moltissimi semi, sempre pronti a germogliare nelle circostanze più varie, si riproduce facilmente anche per propagazione vegetativa, e poi cresce velocemente, fiorisce sempre e per diverse stagioni(1).
Ma non è vero che non serva a niente, e se raramente si trova nei manuali di fitoterapia, è perché è poco conosciuta, e snobbata, nel vecchio continente. Nei suoi luoghi di origine e habitat più congeniali, cioè le zone tropicali, viene impiegata come pianta medicinale per vari malanni, oltre che come cicatrizzante sulle ferite. Infatti contiene principi attivi che le conferiscono proprietà antibatteriche,antimicotiche, antiossidanti, antinfiammatorie e vermifughe (2). Non è tossica, anzi è un’erba alimentare sia per gli animali che per le persone. In città si trova soprattutto nei giardinetti, in qualche piccola aiuola rugiadosa, ma per le insalate la preferirei campestre.

Piante non illustri, ma ricche di storia, che per caso incrociano il mio cammino in un giorno di fine autunno.

(1) Damalas CA (2008) Distribution, biology, and agricultural importance of Galinsoga parviflora (Asteraceae)-  Weed Biology and Management 8:147-153.
(2) Ali S et al. (2017) Ethnobotanical, phytochemical and pharmacological properties of Galinsoga parviflora (Asteraceae) – Tropical Journal of Pharmaceutical Research 16:3023-3033.

Portulaca al Testaccio

TestaccioL’area dismessa dell’Ex Mattatoio del Testaccio a Roma, dove fino al 1970 venivano macellate le carni per il fabbisogno della capitale, è stata in anni recenti parzialmente ristrutturata e accoglie realtà culturali di grande importanza, come l’Accademia di Belle Arti, la Facoltà di Architettura dell’Università Roma Tre e una delle sedi del museo di arte contemporanea MACRO.

Testaccio

Plumbago capensis
Senecio angulatus

Sul lato opposto, verso Campo Boario, là dove  la carne veniva mercanteggiata, sono invece alloggiate associazioni e aggregazioni sociali le più disparate, dalla Casa della Pace, a gruppi etnici di liberazione nazionale, come YPG. In queste terre di tutti e di nessuno, le erbe selvagge prosperano indisturbate, accanto a fioriture massicce di floride piante da giardino abbandonate.

Portulaca oleracea

Portulaca oleracea

La portulaca (Portulaca oleracea), detta anche porcellana, erba da porci, sportellacchia, e chi più ne ha più ne metta, è una delle erbette più comuni e diffuse negli incolti o ai bordi delle strade. Le sue parenti nobili si possono acquistare in vaso nei vivai e producono fiori sgargianti e variopinti. Però non è vero che lei, la piccola impudente, abbia fiori insignificanti; viceversa le sue piccole corolle gialle hanno un’aggraziata eleganza, fra le foglie carnosette, spesse e lucide, di forma ovale. I fusti prostrati, rosseggianti, morbidi, si allungano perfettamente a loro agio in mezzo alla spazzatura. La portulaca, che, come tutte le erbacce, viene sistematicamente estirpata, è in realtà un’insalata prelibata, se raccolta pulita e fresca, e può essere consumata cruda, con pomodori e cipolla, o lessata come gli spinaci, o fritta con le uova, come sempre ottimamente suggerisce Primo Boni nel suo insostituibile manuale “Nutrirsi al naturale con le erbe selvatiche” (Ed. Paoline 1977). Selvatiche, appunto, non urbane, perchè seppure questa pianticella ci sorprende e allieta con la sua esuberanza, non credo che cibarsi di questi esemplari cittadini sia poi così salutare.

Fitolacca a Ravecca beach

Fitolacca, cremesina uva turca e persino amaranto(1), quanti nomi per quest’erba, irruente e robusta, che cresce con grande velocità, infesta campi e fossati, ruderi e cortili, rivi e scarpate, con travolgente esuberanza.

Phytolacca americana

Neofita invasiva, ormai naturalizzata ovunque (ma da dove viene si capisce dal nome specifico), ha fiori, disposti in sorta di pannocchiette (tecnicamente racemi) bianchi verdastri (ma non sono petali, piuttosto elementi sepaloidi) che si traformano in lucide bacche verdi, poi porpora e infine nero-purpureo. Tutti i nomi di questa pianta ne richiamano l’uso come colorante, anche alimentare(2) e, seppur certamente tossica, è specie officinale, usata dagli indiani d’America per vari usi medicamentosi, e oggetto di studio per possibili proprietà antivirali e antitumorali. Commestibili sarebbero i germogli, se si fanno a lungo bollire (coglieteli lontano da traffico e fumi e provateli a vostro rischio) e le bacche, se opportunamente trattate (come spero lo siano quando vengono usate per colorare il vino). Per crescere non chiede davvero permesso e si trova nei luoghi più inaspettati.

Fitolacca

Phytolacca americana

Eccola prosperare indisturbata nelle aiuole incolte, padrona dell’improbabile ‘Ravecca beach’, ai margini di quella storica, antica direttrice che va dalla porta Soprana o di Sant’Andrea a piazza Sarzano, nel cuore del centro antico di Genova. Via di Ravecca, toponimo di origine sconosciuta, era popolata fin dal medioevo, prima da nobili (Embriaci e Fieschi) poi da ceti sempre più popolari. Le vicissitudini delle guerre l’hanno ferita più volte, dalle bombe francesi del 1648, a quelle anglo americane dell’ultima guerra mondiale, che rasero al suolo la vicina via Madre di Dio, oggi totalmente ricostruita. Negli ultimi decenni del XX secolo, la zona era ancora ingombra di macerie e piuttosto degradata e fu una delle ultime ad essere rinnovata. Oggi brulica di vita e commercio; ma anche di erbacce. Come la fitolacca, che in fondo mi è simpatica, come tutte le piante, belle, che crescono in mezzo a pietre e rovine, riconquistando con leggerezza e noncuranza lo spazio che era stato loro strappato dalle effimere costruzioni umane.

Sua sorella, Phytolacca dioica, maggiore perchè è un albero alto, imponente e decorativo, viene spesso piantata nei giardini e nei viali.

(1) L’amaranto, quello vero, è una pianta differente.
(2) Il nome americano è pokeweed, e deriva da come la chiamavano gli algonchini, gli indiani di Pocahontas; ma viene usato anche inkberry, che richiama nuovamente le sue proprietà coloranti.

Il giardino abbandonato

Non ho talento con le rose. Sono fiori che mi mettono sempre alla prova, riluttanti alle mie cure e premure. “Le rose sono i fiori della maturità, perchè soltanto la pazienza e l’esperienza sono in grado di badare alle pretese di questa pianta difficile”(1).
Oppure facilissima. Se si osserva come splendide tanto spesso sboccino, rigogliose e tenaci, nei giardini abbandonati. Le erbacce non le turbano, contemplano dall’alto della loro incommensurabile bellezza i cespi selvaggi di parietaria che nessuno riuscirà mai ad estirpare e confondono il loro giallo sublime, screziato d’oro e di miele, con le corolle volgari di qualche grespino di passaggio. Sembrano felici di essere lasciate in pace, felici del luogo in cui si trovano, sia esso un sofisticato roseto o l’angolo di una scala in periferia.
Mi trovo a passare di frequente sul limitare di questo piccolo giardino. Fino a poche settimane fa era costantemente presidiato da due grigi cani riottosi la cui vigile attenzione era impossibile eludere. Oggi invece è silenzioso, nel suo disordine ridondante, e, come si conviene alla stagione, ricco di fiori meravigliosi.

Salvia elegans

Salvia elegans

Lungo la staccionata in basso, fanno capolino le corolle smaglianti della Salvia elegans, detta salvia ananas per quel profumo esotico che amana dalle sue foglie. L’avevo coltivata anch’io, per un tempo breve, stroncata poi da un inverno troppo rigido. Qui cresce rigogliosa ed alta, intrecciata alla siepe di fotinia, alla ricerca della sua luce.

Poco più su, la ringhiera arruggunita non riesce a contenere l’esuberanza di un “verde melograno dai bei vermigli fior” (Punica granatum). E fra la mirabile rosa gialla e un’altra, rossa a corolla semplice, al riparo di un lucido e puntuto cespuglio di agrifoglio (Ilex aquifolium), un’ortensia (Hydrangea macrophylla) già prepara un’abbondante fioritura.

 

 

 

Come devo chiamare questo giardinetto? E’ verde urbano o terzo paesaggio? E quanti giardinetti più o meno abbandonati si incontrano lungo la strada, intricati e oscuri, sudici e vagamente inquietanti, ma pronti a ricoprirsi di fiori inaspettati nel mese più ricco e generoso dell’anno? In fondo anche il mio giardino, a cui pure dedico tanto del mio tempo libero, può, da certe angolazioni, sembrare un incolto. Se lasciata a prosperare da sola, la vita verde trova la sua strada e gli espedienti migliori per sopravvivere, fra acqua e sole, l’unico cibo di cui ha bisogno, e se riesce a mantenersi al riparo dai veleni più insidiosi dell’attività umana, per riprodursi, tanti e tanti anni ancora.

(1)Eliana Bouchard – Louise. Canzone senza pause, Bollati Boringhieri, 2007

Violacciocca allo sbaraglio

Violacciocca Matthiola incana

Violacciocca (Matthiola incana)
ponte di Carignano

Ho coltivato la violacciocca (Matthiola incana) per diversi anni nel mio giardino, ed è pianta semplice e  generosa, di colore intenso e attecchimento prepotente. In città la trovo in posizioni impervie, come si addice al suo habitat, pianta da rupi marittime e vecchi muri.

Sulle rovine di via Madre di Dio, storico quartiere della Genova anteguerra, è cresciuto un universo di cemento noto come Giardini Baltimora, o meglio giardini di plastica. Tutto sovrasta l’antico ponte, oggi via Eugenia Ravasco, che unisce le due colline di Sarzano e Carignano, dove si eleva uno dei gioielli della Genova rinascimentale, la basilica di Santa Maria Assunta disegnata da Galeazzo Alessi. Ponte di CarignanoIl ponte fu costruito intorno al 1720 su progetto di Gherardo de Langlade e  finanziato  dalla nobile famiglia Sauli, perchè, si dice,  l’aristocratica signora aveva espresso il desiderio di raggiungere più agevolmente la chiesa dai suoi palazzi. Nel 1878 fu provvisto di altissime inferriate perchè “non passi in consuetudine l’esempio antico e recente di gettare disperatamente la vita dai ponti di Carignano”, come ricorda un’iscrizione sul muro. In questo caso il benefattore, e protettore di aspiranti suicidi, fu  Giulio Cesare Drago, che volle rimanere anonimo fino alla morte.
Sprezzante dello strapiombo, si affaccia senza ritegno, ancorata a falde di cemento, il cespuglio di violacciocca che allunga le corolle violacee dal ponte verso i giardini Baltimora.

Violacciocca Matthiola incana

Matthiola incana
Strada Aldo Moro

Altrettanto disdegnoso del pericolo  un altro grande cespo di violacciocca è fiorito sul ciglio della famosa strada a scorrimento veloce, strada Aldo Moro, meglio nota come sopraelevata. Per giorni ne ho visto sfrecciare il colore acceso sul bordo dell’asfalto, stupefatta come di un’apparizione. Fiori che si possono veder passare, ma osservare e fotografare soltanto da molto molto lontano.

Andar per agli

Allium triquetrum

Allium triquetrum

Gli agli sono abbondantemente fioriti in questa stagione sui bordi e negli angoli delle strade. Il genere  Allium, famiglia della Amaryllidaceae, è rinomato perchè molte specie sono usate in cucina come verdure aromatiche, per esempio A.cepa, cipolla, A. sativum, aglio propriamente detto, A.porrum, porro e A.ascalonicum, scalogno. Siccome se ne consumano i bulbi, occorre evitare che vadano in fiore. Così non siamo abituati a vedere i fiori dell’aglio e quando si incontrano sul bordo della via e nelle aiuole in aprile magari neppure si riconoscono. Eppure alcuni agli hanno fiori così vistosi da essere coltivati nei giardini.

Allium neapolitanum

Allium neapolitanum

I fiori degli agli da strada sono aggraziati, candidi o appena rosati, disposti in dense ombrelle,  inizialmente avvolte da spire papiracee dette spate. Ecco per esempio qui sopra Allium triquetrum che sfoggia bianche campanelle, e poi il comune, ma nobile, Allium neapolitanum, e  Allium roseum, che ho visto in fioritura nella splendente aiuola spartitraffico della sopraelevata strada Aldo Moro(1).

Mi guardo intorno e ne vedo ovunque, ovunque c’è un incolto e un pezzetto di terra verde, in qualche scampolo di terzo paesaggio a cui non si fa caso quasi mai, tranne quando lo si scopre coperto di fiori bianchi.  Il terzo paesaggio non è solo fatto di grandi areee abbandonate dall’uomo, ma anche di piccoli spazi dimenticati, insignificanti per la disordinata attività umana, vitali per piccole piantine coraggiose.

Allium roseum

Allium roseum

Tutti gli agli sono specie commestibili e officinali dalle molteplici proprietà salutari, tutti hanno odore e sapore pungente, non gradito a molti. Così si racconta che chi si cibava di aglio per sfruttarne le virtù terapeutiche (si diceva curasse perfino la lebbra) era mantenuto a debita distanza per tutto il periodo della terapia. Ma le proprietà medicinali dell’aglio sono inconfutabili e mentre Allium sativum  è certamente il più ricco di componenti officinali, anche tutti gli altri agli grandi e piccini contengono le stesse sostanze benefiche.

Allium ampeloprasum

Allium ampeloprasum o A. polyanthum

Il porro selvatico, Allium ampeloprasum, che avevo incontrato lungo la strada circa un anno fa, è molto usato nei paesi asiatici e noto nelle Filippine con il nome di “Sibujing”. Ricco di micro e macronutrienti, viene considerato una medicina contro febbre, infezioni e infiammazioni, dolori della dentizione, gastrite, cancro e affezioni gastroduodenali e ne è stato proposto l’impiego  come ingrediente attivo di una bevanda salutare.
Un toccasana dall’odore acre non poteva che rappresentare un importante deterrente per persone ed eventi nocivi, così nasce la leggenda dell’aglio che allontana il malocchio, le invidie e la malasorte, e naturalmente anche i vampiri.
Se non avete a disposizione Allium sativum, forse basta un fiorellino  in tasca, è un buon talismano certamente a buon mercato e a disponibilità immediata, almeno in primavera.

(1)Nel tratto più a levante di questa strada, in prossimità della Foce, l’aiuola spartitraffico presenta moltissime crescite spettacolari;  purtroppo è molto complicato fotografarle perchè si tratta di una strada a scorrimento veloce che non offre spazio nè tregua. Le uniche immagini che per ora sono riuscita a fermare, di sfuggita e dall’alto, sono di piante che crescono ai margini o sui muraglioni; tuttavia danno l’idea della bizzarra ricchezza di un’area area vietata al pedone e regno incontrastato degli pneumatici.
Piante intorno alla sopraelevata:
Melia azedarach
Capparis spinosa
Ficus carica

Margherite dei muri

Erigeron karvinskianus

Erigeron karvinskianus
Lungotevere della Farnesina

Sono neofite invasive, più o meno naturalizzate  in varie regioni italiane. Se non le ho ricordate, qualche giorno fa, fra le erbe da muro tipiche cittadine, è perchè credo che meritino una collocazione di riguardo. Generose e aggraziate, quando sbocciano in cespi ricadenti di corolle bianco rosate, senza curarsi di intemperie e inquinamenti, a loro i muri devono molto.
Qui crescono sull’alto muraglione di Lungotevere della Farnesina, non lontano da ponte Sisto, e da via delle Mantellate. Siamo vicino a Trastevere, a due passi dall’orto botanico di Roma, uno dei giardini incantati da visitare una volta nella vita.

Erigeron karvinskianus

Erigeron karvinskianus
Genova Borgoratti

Il loro nome è cèspica, o meglio Erigeron, che significa più o meno ‘presto vecchio’, ed è il nome greco del senecio, perchè anche questa pianta ha pappi bianchissimi che maturano velocemente dagli effimeri fiori ed è un genere di asteracee americane che ha colonizzato anche il nostro continente. Non tutte sono altrettanto graziose; per esempio, non è molto bella la seppola, Erigeron canadiensis, particolarmente aggressiva negli ambienti degradati, anche se nota per i suoi utilizzi medicinali come antidiarroico nei paesi di origine. L’epiteto specifico di questa specie, karvinskianus, è dedicato all’esploratore e botanico Karwinski von Karwin (1780 -1855), che studiò la flora tropicale dell’America Centrale.

Queste margherite si trovano proprio su tutti i muri, resistente anche nella brutta stagione, come la sorella Erigeron annuus, come lei importata dall’America nel 18° secolo per adornare i giardini e similmente sfuggita alla coltivazione.