I papaveri di palazzo Molinari

palazzo Molinari

palazzo Molinari di salita Mermi

Lungo la via Mogadiscio, poco sopra la scuola elementare Andersen, si incontra questo bel palazzo di nobile impianto, la villa Odetti, costruita nel 17° secolo, affiancato da un’imponente torre a pianta quadrata, la torre Molinari, che è invece di origini ottocentesche. L’intero complesso, noto come palazzo Molinari, è ristrutturato e mantenuto con cura. Sull’angolo dell’edificio, una piccola strada taglia la via principale e si inerpica per qualche decina di metri oltre al tornante. La targa ci dice che si chiama salita Mermi. Questa antica mulattiera fa parte di un tracciato molto antico che conduceva dal ponte Carrega sul Bisagno fino a Sant’Eusebio, località collinare dove si trova un’antica chiesa. Di Mermi già si parla in un editto del 1142, ove si chiedeva alla gente di Terpi, Mermi e Lugo (così si chiamava allora Sant’Eusebio) di contribuire a turno personale per la guardia del castelluccio di Molassana, costruito nel 935(1).  Il toponimo deriverebbe, secondo testimonianze medioevali, dal latino ‘Insula melmi’ (da melma, fango). E davvero la zona doveva essere paludosa, come testimonia la storia travagliata della chiesa di Mermi abbandonata, dopo vari tentativi di restauro e non senza litigi con le borgate vicine, perchè sempre soggetta a frane e smottamenti a causa dei numerosi corsi d’acqua.

Papaveri di palazzo Molinari

Papaveri di palazzo Molinari

Fra il palazzo e la torre, alle spalle di un piccolo posteggio, mi viene incontro un breve pendio erboso cosparso di papaveri scarlatti. Il colore inconfondibile, le dimensioni, le macchie scure alla base dei petali, i verdi frutti a capsula, questa volta sono proprio loro, i rosolacci, Papaver rhoes.

Papaveri

Papaver rhoeas
sullo sfondo Carduus pycnocephalus

Talvolta, sui bordi della strada, si incontrano gruppetti di papaveri aranciati, più piccoli e scarmigliati, con frutti a forma di piccole clave; si tratta di una specie diversa, dal nome che è un’onesta dichiarazione di incertezza Papaver dubium.

Un po’ tutti i papaveri si portano dietro la loro dose di mistero. I botanici li classificano come specie ‘criptogeniche’, cioè specie di cui si ignora la provenienza e la causa della comparsa. Come dire, da dove e come sono arrivati i papaveri a Sant’Eusebio, e peraltro in tutta la Liguria, non si sa. Ma arrivano, e, nel cuore della primavera, sbocciano, sgargianti ed effimeri, pronti a farsi stracciare dal vento. Tanto è fragile il fiore, tanto è robusto e indomito il frutto, con il suo succo stregato. Il rosolaccio non contiene l’oppio del Papaver somniferum, che ne ha fatto strumento di potere e dolore, ma più innocui alcaloidi blandamente sedativi e narcotici, che lo rendono ingrediente importante della medicina popolare.

(1) Queste informazioni si leggono su una targa nei pressi della torre, a cura degli scolari della classe III della limitrofa scuola elementare Andersen, durante l’anno scolastico 2000-2001. Questa targa era ancora leggibile nel 2013 quando l’ho fotografata per ricordarla, anche se non so quanto tempo ancora resisterà alle ingiurie del tempo, prima di scomparire per sempre, come è accaduto alla targa che a Bavari descriveva le ville di Fontanegli. Ora quei ragazzini saranno adulti, e chissà se si ricordano ancora di quelle storie che hanno contribuito a tramandare.

Robinie rosa al mercato

Robinia rosa

Robinia rosa a Terralba

L’arredo urbano è sempre alla ricerca di varietà originali e generose, di bella presenza e poche pretese. Lungo i marciapiedi cittadini non si troveranno mai rarità da vivaio, piuttosto specialità selezionate per resistenza e spavalderia, nobili e fiere bellezze da strada.
In questa stagione vicino al mercato coperto di piazza Terralba, nel quartiere di San Fruttuoso a Genova, fioriscono le robine rosa. Le ho fotografate diverse volte nelle primavere passate, come nel caso della foto postata nel vecchio blog il 5 maggio 2010. Le ho ritrovate in aprile del 2016, di nuovo durante una giornata grigia, di fronte allo stesso mercato. Quest’anno, più o meno confinata in casa, non frequento il mercato dall’inizio di marzo; ma gli alberi, a differenza degli uomini, non tradiscono le stagioni e sono certa che siano di nuovo fiorite.

Questi alberelli sono diversi dalle solite robinie, quelle che tutti chiamano acacie (24 aprile 2009). I rami non sono spinosi e per qualche settimana all’anno portano grappoli di fiori papilionacei, intensi e lussureggianti, di un rosa appena più delicato di quello degli alberi di Giuda (Cercis siliquaster), ma non per questo meno sfacciato. Secondo questo sito, si tratterebbe della varietà di Robinia pseudoacacia denominata “Casque Rouge”, niente spine, fiori rosso-lilla, stesse esigenze, ovvero stessa assenza di esigenze, colturali.  Robinia rosa
Esistono tuttavia anche due specie di Robinia dai fiori rosa, R. hispida e R. neomexicana, ovviamente originarie del Nord America e importate in Europa come ornamentali. Tutte e due queste specie, dallo stesso carattere adattabile e breve fioritura, sono presenti anche spontaineizzate, come alloctone casuali o naturalizzate, in varie regioni della penisola, anche se non in Liguria.
Così non ho certezze su come  chiamare le mie piccole Robinie da mercato, ma spero di reincontrarle ancora, in qualche futura primavera di libertà.

Primavera in casa

Spirea ulmaria

Spirea ulmaria

Kerria japonica

Kerria japonica

Non mi allontano molto da casa, non è permesso nè prudente in questi giorni, limpidi e surreali. Dobbiamo isolarci e vivere un po’ in gabbia. Così non mi allontano dal mio giardino, ma soltanto allungo quattro passi in su, verso gli incolti abbandonati che circondano la vuota casa vicina, ingombri di vegetazione opulenta, reminiscente delle cure affettuose dei proprietari scomparsi. Dietro la casa c’è un lussureggiante cespuglio di spirea bianca, l’elegante cugina della gloriosa olmaria che sto cercando di crescere nel mio orto. Il verde acerbo e delicato del prato si specchia nei vetri chiusi. Macerie e detriti ingombrano il giardino e i ruderi di serre e gazebi, ma impallidiscono accanto alle fioriture che avanzano, sotto le ultime grandi corolle della magnolia nufìdiflora, ormai coperta di foglie, e le prime esili pannocchie pendenti di glicine rosazzurro. Appoggiata ai vecchi vetri di una veranda che ha visto tempi migliori, la kerria, solare rosa del Giappone, non si  risparmia e si sbraccia, disperdendo una pioggia di bottoni gialli sulle pareti corrose.

Primavera

Linaria annua e Urtica dioica

Poco più in là, sulla fascia, è tutta una distesa di violetto e rosa, in tanti minuscoli fiori di campo, il lamio, l’ellera terrestre (15 aprile 2009) e la bugola (18 aprile 2009), ma soprattuto l’esile e flessuosa linaria, quattro petali rosa disposti a croce, da cui matureranno i traslucidi “medaglioni del papa”. Eccola ai piedi di una scala a pioli abbandonata, seminascosta nell’erba,  fianco a fianco all’ortica, protagoniste della stagione che si rinnova.

Hedera helix

Hedera helix

 

In fondo è stata una bella passeggiata, ho incontrato tanti vecchi amici che avevo perso di vista per un po’, perchè la maggior parte di loro non si incontrano d’estate, autunno e inverno, e alcuni hanno una stagione così breve che bisogna sbrigarsi a salutarli prima che scompaiano di nuovo.
Tenace e stabile invece, ricercata e negletta, si allunga testarda su un pezzo di muro l’edera, quella vera. Ma neppure lei si lascia scappare l’incontro con la primavera e cresce foglie tenere e delicate, forme bizzarre e delicate che ornano la parete come ricami.

L’Amelanchier, quest’anno

Amelanchier

Amelanchier canadensis
28 marzo 2020

 

Ma la primavera quest’anno è davvero in anticipo? Sembrava proprio di sì, dopo un inverno quasi inesistente, e un caldo febbraio. Marzo, poi, quasi non l’abbiamo vissuto e chissà che ne è stato della primavera…

Non è ancora pronto il piccolo Amelanchierpero corvino che un anno fa era già riccamente fiorito e oggi mostra solo grappolini di boccioli, seminascosti ancora fra le foglie.

Amelanchier canadensis
30 marzo 2019

 

No, la primavera non è in anticipo. Così pensavamo certo fino a qualche giorno fa, ma poi si è alzato un vento gelido e teso che ha portato la neve sulle colline. Così per qualche giorno starcene tutti chiusi in casa come marmotte in letargo non sembrava neppure una cattiva idea.

Oggi la primavera è tornata, ma niente da fare, quest’anno si sta a casa. Niente gitarelle per borghi, per scoprire le prime fioriture fra campagna e città. E occhieggiare nei giardini piccoli e grandi per rubare colori e idee. Niente scampagnate nei prati e fiere di stagione per incontrare e conoscere nuove piante. Quest’anno si sta a casa, anche se è primavera e il giardino lo sa. Il giardino è pieno di fiori, e anche l’Amelanchier non si farà attendere. Sono stupita però che quest’anno sia così in ritardo …

Primavera in gabbia

Cotogno da fiore

Chaenomeles speciosa

Guardo il magnifico cotogno da fiore in un giardino sul bordo della strada. Sì, sono per strada, anche se per poco ovviamente, in questa surreale primavera in gabbia. E no, non ho con me la macchina fotografica. Così per un istante il cellulare esce dalla tasca e fa un piccolo scatto veloce, oltre la ringhiera, quasi vergognandosi (il cellulare è anziano e poco attento, la fotografia è scadente).

Me le ricordo nelle primavere passate, le generose fioriture dei Chaenomeles per le fasce o negli orti, o dietro le inferriate di qualche semplice giardinetto, quei groppi di fiori perfetti, rosa acceso o rossi, una macchia di colore sgargiante che sfonda il grigio medio di fine inverno.

Quest’anno come sempre la natura fiorisce e nulla la ferma, neppure il vento teso che questa mattina ha raggelato il sole. Difficile trovare parole non scontate per descrivere il nostro isolamento. Preferisco non cercarle, e guardare i fiori.

Vedi anche :
Cotogno da fiore
Primavera in gabbia

A proposito di erbacce commestibili …

Brassica napus

Brassica napus
crêuza a Molassana

A proposito di erbacce commestibili, ecco un altro incontro interessante del genere Brassica, una delle piante più importanti per l’alimentazione umana. Di cavoli da strada ho già parlato in questo post e spesso in questa stagione accade che inciampi di nuovo in una inconfondibile fioritura gialla. Nel piccolo libro del botanico Fabrizio Zara, Botanica urbana – Riconoscere le piante medicinali in città (Ed. Aboca, 2014) stranamente il cavolo non viene menzionato, anche se sono ovviamente descritte varie brassicacee, come Diplotaxis e Sisymbrium. Forse questo cespuglio ribelle, al bordo di un viottolo di periferia, è nato da qualche seme sfuggito alle coltivazioni. Dovrebbe trattarsi di cavolo navone (Brassica napus), un ibrido di Brassica rapa e Brassica oleracea, presente in Liguria come alloctona casuale.  Se ne può mangiare il tubero, che è effettivamente una rapa, e dai semi si ricava il noto olio di colza.
Naturalmente non c’è nulla di commestibile nelle piante da marciapiede e non sarebbe una buona idea pensare di farne un utilizzo diverso da quello … fotografico.

Cavolo broccolo

I fiori gialli del cavolo broccolo
(Brassica olearacea var.italica)

Cavolo gallego

I fiori bianchi del cavolo gallego
(Brassica oleracea var. acephala)

Le più famose delle innumerevoli varietà coltivate di cavolo appartengono tutte alla specie Brassica olearacea e, a meno che non siano state già raccolte  nei primi mesi dell’anno, ora sono quasi tutte in fiore. Come i broccoli dell’orto (Brassica olearacea var.italica) e i cavoli brasiliani (Brassica oleracea var. acephala) che si distinguono per i loro sgargianti fiorellini bianchi.

Osmanto, fiore d’autunno

<em>Osmanthus fragrans</em>

Osmanthus fragrans

Nella piccola aiuola di via di Francia, quella dove cresce il ginkgo, i brevi arbusti di osmanto sono fioriti.

Osmanthus

Osmanthus fragrans

In novembre? Sì, proprio in novembre. Avevo già mostrato il dimorfismo fogliare dell’osmanto incontrato ai parchi di Nervi nel dicembre 2010. Ma non c’erano fiori e mi ero rammaricata che non fosse primavera. Non sapevo che l’osmanto profumato fiorisce spesso due volte, in primavera e in autunno, per la felicità delle spose di questa stagione. Infatti in Cina, sua terra di origine, l’osmanto è il simbolo dell’amore e del romanticismo, donato dalla sposa alla nuova famiglia per esservi accolta e per garantire la nascita di molti figli.

Una bella sorpresa davvero questa fioritura profumata, circondata dal grigio del cemento, nutrita dall’immondizia dell’aiuola. Ammiro come questo spazio verde prospera e si mantiene bello, anche se l’intervento umano è sporadico. Ma di più non si può, e forse non si deve. Senza nulla togliere ai pur occasionalmente solerti spazzini, il merito è tutto delle piante, della loro grazia, della loro resilienza, del loro coraggio. Ginkgo, osmanto, rovi, nobili e verdi, semplici e indomabili.

Alberi da autostrade

Lo scotano (Cotinus coggygria), o albero della nebbia, smoke tree in inglese, è un’essenza comune.

Scotano

Cotinus coggygria
autostrada A10

D’estate sbriciola i suoi fiori in nuvole eteree e d’autunno macchia di rosso intenso le pendici delle colline.
Sono stupita, ma non troppo, di incontrarlo qui oggi, proprio sul bordo  di una grande autostrada, in un luogo che, a ben vedere, non è molto più salutare delle città, seppure più aperto e arioso. Qui dove le merci si fermano per far riposare gli uomini,  e gli uomini si alzano dal sedile, talvolta perfino camminanano, ma difficilmente si guardano intorno, qui ci accolgono senza fretta, sonnolente, garbate, dimesse, le piante da autostrada.

Scotano

Cotinus coggygria
autostrada A10

Uomini e merci difficilmente si occupano degli alberi che li circondano, e se lo fanno è probabilmente per lamentarsi dei pollini, delle polveri, o delle foglie morte. Ingombrante appare lo scotano, con quelle macchie polverose e giallognole, che tanto attraenti apparirebbero in un giardino elegante come disordinate e sciatte sembrano qui, in questo posteggio di autotreni.

Che sappiamo di lui? E’ un antico alberello mediterraneo e il suo nome assomiglia a quello che già gli diede Plinio di Vecchio, nel suo Naturalis Historia. Tutta la pianta è ricca di olii essenziali che venivano usati per conciare le pelli, ma anche per medicamento.

Olivagno

Elaeagnus angustifolia
lungo SS1 (29 aprile 2019)

Ma forse meriterebbe più attenzione se mettesse in mostra dei fiori? Come faceva l’olivagno (Elaeagnus angustifolia), nello scorso aprile, appena fuori un’area di sosta della superstrada Aurelia SS1.

Rosa in Lungobisagno

Rosa“La strada si chiama Lungobisagno Dalmazia. Come se il Bisagno fosse un corso d’acqua di tutto rispetto e non un torrentaccio arido e sbrindellato, capace solo di qualche momento di rabbiosa follia distruttrice, “acqua che porta via, che porta via la via” come dice Fabrizio De Andrè in Dolcenera. Dalmazia, forse per ricordare, nel bene e nel male, il tempo in cui tutte le isolette della costa orientale dell’Adriatico facevano parte dell’Italia.
Piccole case popolari più vecchie di me, davanti ad altri palazzoni popolari, che circondano una piazza non a caso chiamata piazzale Adriatico. Una snella pianta di rosa fiorisce da maggio ad ottobre. Fiorisce come le rose nei più lussuosi giardini. Fiorisce come fosse nel roseto dei parchi di Nervi. Fiorisce spavalda e incurante del traffico, dei fumi, del rumore. Sfacciatamente a suo agio, fra tubi di scappamento e cassonnetti della spazzatura.”

Così, senza aggiungere nulla, quasi un remake, riprendo qui un post del vecchio blog Fiori e Foglie del 16 luglio 2008. Non ho più visto quella rosa da diversi anni. Le case popolari di Lungobisagno Dalmazia hanno mantenuto lo stesso aspetto anche se quasi tutte sono state ripulite e ritinteggiate. La rosa resta sempre nel mio cuore, un fiore impavido e indipendente che quando decide di vivere non guarda in faccia nessuno.

Dice Eliana Bouchard nel suo bellissimo romanzo ‘Louise – Canzone senza pause‘ che la rosa è “il fiore della maturità, perché soltanto la pazienza e l’esperienza sono in grado di badare alle pretese di questa pianta difficile.” Ed io continuo ad avere un rapporto difficile con le rose, con loro non ho molta fortuna. Forse è perchè le amo moltissimo, ma non le ho ancora capite fino in fondo. Così quando ne scopro una così, splendida ed essenziale, nel posto più improbabile per trovarci una rosa, non ho difficoltà a capire come mai il senso comune l’ha incoronata regina di tutti i fiori.

Come nel luglio 2008, ricordo anche
una pagina dedicata al Bisagno
una pagina per gli alberi in città

Fiori sulle rovine in via di Francia

via di Francia
La stazione ferroviaria di via di Francia è una stazione a metà. Esiste solo per i treni diretti a levante, mentre quelli che vanno verso ponente transitano senza fermarsi. E’ una stazione metropolitana, utilizzata soprattutto per il trasporto locale e abbastanza frequentata. Naturalmente solamente su uno dei due binari. L’altro esiste, ma non serve a nulla perchè i treni in transito passano altrove, su diverse rotaie che si trovano in posizione rialzata rispetto alla stazione.

La stazione di via di Francia sta da anni nel bel mezzo di un grande cantiere, che avanza come i ghiacciai, un passo avanti e due indietro. Dietro la stazione, dietro il cantiere, ci sono edifici abbandonati e irraggiungibili che raccontano storie sconosciute.  Imponenti nel loro disfacimento, certe costruzioni conservano intatta l’impronta della loro originaria, rispettabile e quasi gloriosa, destinazione d’uso. Così anche se rovine propriamente non sono, mi affascinano non tanto per il loro abbandono, quanto perchè resti di una vita precedente. via di FranciaDi indistruttibili ruderi, protagonisti loro malgrado di importanti angoli della città, avevo già scritto.

Stupefacenti, è ovvio, le piante che li popolano, li hanno colonizzati e non li abbandonano. Come questa bignonia,  Campsis radicans  (vedi anche 14 luglio 2008), incontenibile arrampicatrice, con le sue fronde sgargianti e con le inconfondibili trombe rosso arancio.  Mi avventuro nei pressi del cantiere per fotografarla, nella canicola del torrido pomeriggio. La costruzione gialla scrostrata su cui si abbarbica sembra davvero un’antica stazione, ma purtroppo io non ne so nulla. Forse occorrerebbe intervistare qualche vecchio sampierdarenese attento alle modificazioni urbanistiche e architettoniche del suo quartiere. Esisteva anche in passato una stazione da queste parti? Non siamo lontani dalla villa Grimaldi, La Fortezza, e neppure dalla cinquecentesca villa Scassi. Le rovine a metà si mescolano con nuovi colossi, già a loro modo fatiscenti, come il grattacielo di 24 piani denominato Torre Cantore, di un improbabile cemento rosa, costruito nel 1968.

La bignonia è una pianta americana che d’inverno perde le foglie e quasi scompare, sorprendendoci con il suo ritorno, anche molto lontano da dove l’avevamo lasciata all’inizio dell’inverno, sempre più esuberante, sempre più temeraria.