Asfodelo metropolitano

Asfodelo

Asphodelus fistulosus

Sul bordo della strada,  oltre una fitta recinzione, in un terrapieno abbandonato e addossati a un cancello industriale, mi sorprendono questi cespi di asfodelo, ormai sfioriti, gravidi di semi.
Il portale della flora di Roma dice che l’asfodelo fistoloso (Asphodelus fistulosus), specie che cresce in prati e pascoli aridi nella fascia mediterranea fino al mare, è presente nell’area metropolitana di Roma, rara, ma in rapida espansione. Quindi non c’è da stupirsi se la incontro anche qui, a Genova, lungo una via di collina periferica. L’asfodelo sta colonizzando le città.

Poco distante lo ritrovo in piena fioritura, con le corolle rivolte al pendio, che si negano al mio occhio fotografico. Se ne sta così addossato a una ringhiera arrugginita, sul ciglio di un piccolo parcheggio, sullo sfondo di modesti edifici al limite fra campagna e ciittà.  Pochi gli presteranno attenzione, nella sua breve stagione di fioritura.

Asfodelo

Asphodelus fistulosus

Non saprei come e quando sia arrivato fin qui, ma non ne sono stupita. In fondo si tratta di una pianta di poche pretese. Difficile che sia ‘sfuggita alla coltivazione’ perchè, benchè gli asfodeli siano utilizzati nei giardini, la loro fama maggiore è nei paesi che non li vedono crescere spontaneamente, cioè non nelle nostre regioni (1).

L’asfodelo è una pianta arcana. Il suo nome ci viene tramandato pari pari dal greco ἀσϕοδελος e sul significato gli esperti non sono affatto concordi. Tutti riconoscono nella “a” iniziale una “α” alfa privativa, ovvero una negazione. Secondo alcuni, dopo la negazione ci sarebbe la parola “σφάλλω sphállo” cadere, vacillare: che non vacilla che perdura, riferito alla sua resistenza. Etimologia che si può intepretare come ‘fiore che non si può rimpiazzare’ (1), definizione alquanto impegnativa per un esponente della famiglia della Liliaceae (oggi Asphodelaceae) tutto sommato modesto rispetto ad altri suoi parenti prossimi più blasonati. Poi ancora c’è l’etimologia proposta da Pignatti (e chi potrebbe smentire una personalità di tal fama), da “σποδός spodós” cenere e “ἔλος elos” valle, bassura ovvero “valle di ciò che non è stato ridotto in cenere”, che si riferirebbe alla particolare ecologia di queste piante. Secondo actaplantarum tuttavia, non sembra convincente il passaggio della consonante “p” (π pi greco) alla “ph” (φ fi). Insomma il vero significato di questo nome rimane avvolto dal mistero.

Asfodelo

Asphodelus fistulosus

L’asfodelo è una pianta magica, la pianta dei morti sacra a Demetra, la sposa di Plutone che gli antichi ponevano a ornamento e sollievo sulle tombe. Pianta dalle arcane virtù le sue radici bulbose dalla forma irregolare tenute in tasca si diceva facessero innamorare chi si desiderava.
Pianta dai forti contrasti, veleno e antiveleno, alcuni asfodeli hanno applicazioni medicinali, ma tutte le loro foglie vengono risparmiate dagli animali erbivori. Così delicato il fiore, eppure così grossolano l’aspetto dei cespi spogli e ruvidi, gravidi di capsule nere. Finita la fioritura, ben poca memoria rimane della sua algida bellezza.

Ho già incontrato questo fiore in città, o meglio la sua cuginetta gialla Asphodelina lutea.
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(1)Nicolini e Moreschi – Fiori di Liguria – SIAG – ca 1982

Erbe da muri

Muro a Borgoratti

Muro in via Borgoratti

Muro Ceterach officinarum

Ceterach officinarum

Umbiculus rupestris

Umbiculus rupestris

Che cosa cresce, si arrampica e fiorisce sui muri di città in primavera? Un po’ di tutto, per caso o per scelta, come su questo muro proprio sul ciglio di una trafficata strada cittadina. Fra le larghe foglie di malva e l’insopportabile parietaria, accanto a un ciuffo di ortica e a qualche magro grespino fiorito, scivola un Parthenocissus (vite americana), forse ricadente da qualche giardino.
I moderni progettisti di giardini verticali, costruiti mediante ingegnose impalcature e complicati congegni irriganti, si sono certamente ispirati alla stupefacente capacità di tutte le piante di ancorarsi e crescere con agilità sulle pareti.

Ci sono piante che vivono solo sui muri, come questa piccola felce della famiglia della Aspleniaceae, la cedracca (Ceterach officinarum, sinonimo di  Asplenium ceterach), che sporifica durante tutti i dodici mesi dell’anno e si incontra ovunque, sui muretti a secco che delimitano le ormai celebri “creuze”. E’ chiamata anche felce della ruggine (rustyback in inglese) o spaccapietre; ma questo nomignolo non si riferisce tanto alla sua predilizione per  connessioni e fessure dei sassi calcarei, dove il suo corto rizoma facilmente si accomoda, ma piuttosto alla sua efficacia  come rimedio contro i calcoli renali e per contrastare l’eccesso di ossalato che li provoca. Modesta pianticella dalle molte virtù, le sue parti aeree vengono usate anche per preparare tisane per curare l’pertensione e le infiammazioni del fegato.

Un’altra instancabile scalatrice, che ben si adatta anche sul cemento moderno, è una piccola crassulacea nota come ombelico di Venere (Umbilicus rupestris), nome che deriva certo dalla fossetta centrale che presentano le sue foglie proprio sopra l’attaccatura del picciolo. Però in dialetto savonese questa pianta si chiama ‘gobetto’, come dire che le forme della natura possono suggerire immagini contrastanti. All’inizio della primavera, l’ombelico mette in scena i suoi fiori, disposti a fitto grappolo lungo lo stelo.  E’ curioso, sugli stessi muri, se più umidi, cresce anche il capelvenere (Adiantum capillus-veneris), un’altro attributo della divina bellezza.

Hyoseris radiata

Hyoseris radiata

Fumaria capreolata

Fumaria capreolata

Fra pietra e pietra si incontrano anche piante inaspettate, erbe da prato, per intenderci.  Come questo radicchio (Hyoseris radiata), ottimo nelle insalate e nelle zuppe, che in Toscana si chiama trinette, e non occorre spiegare perchè. Le foglie sono inconfondibili, stracciate in segmenti a dente, che tendono a sovrapporsi. Radicchio, ma non cicoria (Cichoria intybus), che il fiore ce l’ha azzurro, o molto raramente rosa. Anche se i fiori non contano perché quando la pianta è fiorita, le foglie non sono più buone a nulla. Questo radicchio ha un fiore giallo, singolo sullo stelo come il tarassaco, ma più esile di quello.

Ecco la fumaria bianca (Fumaria capreolata), insolita papaveracea dai fiori delicati e dalle foglie grigiaste (da cui il nome). I fiori, solo apparentemente fragili e impalpabili, in alcuni dialetti sono chiamati ‘chicchi di riso’ o addirittura ‘panetti’. Come sua sorella, Fumaria  officinalis, che ha fiori  più scuri di una bel rosa carico, era una pianta molto ricercata per le sue  virtù curative (da usare tuttavia con prudenza perchè entrambe contengono un velenoso alcaloide, la fumarina). Insieme a tante altre piante ‘magiche’, è ormai finita fra le erbe spazzatura.

Ci sono fiori vistosi che i muri li scelgono per vocazione, prima fra tutte la generosa bocca di leone, che è difficile convincere a crescere in campo aperto. Così per estro o per necessità,  si compongono composizioni floreali degne dei giardinieri più attenti.

Muro

Antirrhinum majus
Sedum palmeri
Sedum dasyphyllum

Nobile ed eretta la florida bocca di leone ha conquistato anche qui il suo pugno di terriccio per vivere, contornandosi di borracine coltivate e spontanee. Esuberante nel giallo, la classica borraccina di Palmer (Sedum palmeri) è una pianta che non manca mai su balconi e terrazzini, capitata certo per caso anche su queste pietre incostudite. Quasi invisibile perchè non è ancora fiorita, la timida borracina cinerea (Sedum dasyphyllum); ancora un poco e mostrerà i suoi deliziosi fiorellini bianchi a forma di stella con graziose antere che sporgono sulla sommità degli stami come perle rossicce. Questa borracina ha davvero abitudini assai frugali e vegeta tranquilla e tappezzante anche sui muri aridi, nelle fessure delle rocce, nutrendosi di qualche granello di terra e conservando gelosa tutta l’acqua che le serve nelle grigie foglie carnosette.

Centranthus ruber

Centranthus ruber

Tante e varie sono le piante che crescono sui muri, giardini verticali naturali. Ma nella mia città ce n’è una che domina tutto e colonizza ogni sasso e ogni parete e niente può fermare la sua esuberanza.

Centranthus ruber

Centranthus ruber

Fiorita da aprile a ottobre, la valeriana rossa. ha fiorellini piccoli, ma numerosi e raggruppati in densi corimbi, rosa acceso o rosso porpora, raramente anche bianchi.  Le sue foglie, verde carico, lucide, sembrano sempre giovani e fresche, anche in mezzo ai detriti. Mi ricorda quelle fanciulle delle favole, come Cenerentola, belle e pure e gioiose, nonostante le angherie e gli stenti a cui erano sottoposte. Bella nel fango e sempre nobile e liscia.

E’ una specie di ‘parente povera’ della più celebre valeriana officinale, di cui possiede tutte le proprietà. Più inselvatichita che spontanea, questa pianta viene utilizzata come ornamentale e ciò ne ha certamente aumentato la diffusione, grazie a una straordinaria resistenza e adattabilità. Cresce sui muri nuovi come sui ruderi, spunta sull’alto dei contrafforti di una strada scoscesa e incornicia il portone di un palazzo elegante, la nostra strada sarebbe assai meno colorata senza di lei. Anche se ne ho già parlato altrove, non potevo certo dimenticarla.

Passeggiando per Lucca

Mura di Lucca

Mura di Lucca
(Ornithogalum unbellatum)

Ornithogalum umbellatum

Ornithogalum umbellatum
Bellis perennis

In altri tempi e altre primavere, questa sarebbe stata la stagione per una piacevole visita alla città di Lucca e alle sue mura, in occasione di una piacevole mostra mercato di piante e fiori. Qualche anno fa passeggiavamo sui bastioni, sotto tigli e bagolari ancora spogli, stupiti di contemplare la semplice bellezza dei fiori di campo che sbocciano sul pendio erboso. Tanto comuni e modeste quanto ammirevoli sono le pratoline, Bellis perennis, che in nessun luogo e da nessuna parte si fanno mai desiderare. Accanto, a cespi generosi, sbocciano gruppi compatti di piccoli gigli bianchi, dal curioso nome di latte di gallina (proprio così) o meglio Ornithogalum umbellatum.

Proprio gigli non sono, più affini all’aglio, essendo la famiglia quella delle Asparagaceae, che comprende molte monocotiledoni commestibili, e non sono certo fioriture rare, anche se la stagione e l’habitat è più ristretto di quello delle pratoline.

Passeggiando per Lucca, in una mattina di aprile, gli incontri botanici sono tanti e diversi, ma è ancora un’altra asparagacea a incrociare la mia strada, Muscari neglectum (o forse botroydes).

Muscari neglectum

Muscari neglectum

Il suo vistoso ciuffo di corolle azzurre, dalla singolare forma a cilindretto ovale segnava, secondo la tradizione, e ovviamente insieme a molti altri fiori, l’inizio della primavera. Qui sbocciava slanciata, circondata dai verdi trifogli di Medicago lupolina.

Anche il Muscari è un genere commestibile. Il più celebre è il Muscari comosum, spesso riferito come Leopoldia comosa, che tuttavia sembra essere sinonimo, e più conosciuto come lampascione o cipollaccio, uno dei più antichi bulbi ad essere consumati fin dall’antichità. Certamente anche questa falsa cipolla, negletta o ignorata per antonomasia, può essere mangiata (previa cottura, talvolta si legge), certamente non quando è in fiore, certamente non estirpandola da un’aiuola urbana.

 

 

 

Fiori da parcheggio

Parcheggio AnagninaLa primavera riserva sorprese ovunque, anche ai margini dei parcheggi, dove d’inverno si trovano soltanto erbacce incatramate e un po’ di spazzatura. Nei pressi della stazione Anagnina, capolinea della linea A della metropolitana di Roma, una prato di tarassaco e malva contende la vista alla sterminata  distesa di automobili in sosta. Ammiro il coraggio e la saggezza di questi prati urbani.

Da sempre occhieggio nei quadratini di terra, che vorrebbero essere aiuole, di qualche centro commerciale alla ricerca dei più temerari fiori di campo. Dopo aver scoperto la draba primaverile (Erophila verna) e la sua breve fioritura, più a lungo si possono incontrare i becchi di gru (Erodium sp), stretti parenti dei gerani, piccoli fiori a corolle delicate e frutti appuntiti che assomigliano al becco di trampoliere.

Il becco di gru comune, Erodium cicutarium, così detto perchè le foglie hanno l’aspetto prezzemoloso della cicuta, ha un modo di propagazione geniale e potente; la pianta lancia i semi fino a mezzo metro di distanza ed essi possono seppellirsi letteralmente scavando nel terreno, torcendosi e srotolandosi in risposta ai cambiamenti di umidità. Non c’è da stupirsi se sia così diffuso anche in ambienti abbastanza ostili come i margini polverosi delle piazzole di sosta.

Erodium malacoides

Erodium malacoides
con Urtica dioica

Più gentile, ma altrettanto rampante, suo fratello il becco di gru malvaceo, Erodium malacoides, si contende lo spazio con la purissima ortica (Urtica dioica) e già mostra mazzetti di frutti appuntiti. Tutte le specie di Erodium utilizzano irruenti metodi  di dispersione dei semi, che sono dotati di peluria uncinata che si attacca al pelo degli animali e favorisce anche la penetrazione nel terreno.

Galium aparine

Galium aparine

In questa stagione, anche le aiuole urbane più trascurate si ricoprono di verde intenso, quasi impenetrabile.  In mezzo all’erba cresce il gallio attaccaveste (Galium aparine), parente povero e un po’ volgare del caglio zolfino (Galium verum) a fiori gialli, che si dice venisse usato nei tempi passati per cagliare il latte. Nonostante l’aspetto esile, l’attaccaveste è veramente appiccicoso e aggressivo, un’alta strategia vincente per fronteggiare la dura lotta per l’esistenza.

Campanula medium

Campanula medium

Ma sullo spartitraffico, fra le auto che fuggono troppo in fretta anche per un’occhiata furtiva, talvolta si scopre qualche cosa di veramente inaspettato. E bisogna fermarsi, scendere dal cavallo di latta, avventurarsi per le impervie strade moderne, dove osano solo gli pneumatici, per cercare di vedere, capire, immortalare il miracolo, seppure da debita distanza. Un grappolo di grandi campanule azzurre (Campanula medium), che starebbero davvero meglio al margine di un bosco, sbocciano all’ombra dei rigidi cespugli di pittosporo, accanto a qualche immancabile grespino della strada, trascinate da chi e da che cosa fin qui davvero non saprei.

Ancora Chaenomeles

Chaenomeles

Chaenomeles, via Struppa 250

Nel quartiere di Struppa, in una qualsiasi mattina di fine inverno, un po’ più grigia e lenta del solito, le persone si tengono a distanza, ma esplodono (c’è chi li chiama fuochi di artificio) le nuvole rosse dei cotogni da fiore. Ne scopro uno all’ingresso di un cortile, un parcheggio con basse costruzioni coperte di timidi murales colorati, dove forse in tempi migliori si svolgevano feste di quartiere. Siamo quasi a Prato, l’estremità più interna della val Bisagno genovese e nel vicino campo da tennis qualcuno si sta esercitando (il tennis è uno sport quasi individuale). Il cielo è irregolarmente nuvoloso, ma il sole dolcemente caldo. Sono cespugli quasi anonimi, tranne per la loro breve stagione di fioritura; ma molti si riscattano producendo anche frutti profumati, simili a mele cotogne, commestibili soltanto dopo la cottura (proprio come le mele cotogne). Sono uno degli altri appuntamenti che la primavera riserva, anche in città, e davvero bisogna stare attenti a non lasciarselo sfuggire.

Vedi anche :
Primavera in gabbia
Cotogno da fiore

Quando fiorisce la mimosa

 

Mimosa in val Bisagno

Acacia dealbata
val Bisagno

Non è certo una pianta originale, ma passa inosservata per la maggior parte dell’anno, finchè, fra gennaio e marzo, le sue nuvole gialle esplodono ad ogni angolo di strada. No, non ditele che è troppo precoce, febbraio è sempre stata la sua stagione. Qui sul bordo del Mediterraneo, molto prima di primavera, appar dovunque la mimosa effimera(1).

Ci sorprende quanto ne abbiamo bisogno, proprio adesso, di questo colore caldo, spesso, dolciastro. In quest’inverno fradicio e nebbioso, sono sempre i fiori a salvarci.

Mimosa in via San Vincenzo

Acacia dealbata
via San Vincenzo

Si incontra dappertutto, nella crosa che corre alta sulla val Bisagno, sopra il cimitero di Staglieno, come nel campo Rom della val Polcevera, e poi di fronte all’arco di ingresso di una corte nella centrale via San Vincenzo. Pronto a sbocciare perfino un gracile alberello,  alloggiato in una giara di coccio, sul retro di un palazzo di edilizia popolare. Effimera, ma resiliente, già poco dopo Natale, i rami verdolini cominciavano ad impallidire verso il paglierino. Sopporta grandine e vento, talvolta anche la neve, e il suo colore brilla.

Mimosa

Acacia dealbata

Spesso viene accusata di essere arrivata troppo presto, di essere, con la sua fioritura anticipata, uno scherzo del clima impazzito. Ma a torto, perchè non è vero. Da gennaio fiorirà fino a marzo per poi andarsene, in sordina, tornarsene in un anonimo letargo per dieci lunghi mesi. Oggi è il suo tempo e il suo colore è oro.

(1)Vincenzo Cardarelli ‘Liguria

L’invasione delle libellule

mareggiata a Celle LigureDa qualche giorno ne parlano tutti. Giornali, social media, tv. La Liguria è pacificamente invasa dalle libellule che ordinatamente sciamano a favore di vento. C’è chi le ha viste dirigersi verso Nord, quando tutti si sarebbero aspettati che andassero a Sud, chi ne ha ammirato le ali argentate, chi quelle dorate. Tutti le hanno salutate con allegria, fantastiche predatrici di molti generi di insetti molesti.

E’ finita che le ho viste anch’io, sulla costa sferzata dalla mareggiata, con vento birichino che voleva convincerle a fermarsi un po’. Siamo sul litorale di Celle Ligure e il gioco delle onde sta pian piano rallentando la sua forza.

LibellulaEcco una o due libellule, ma soprattutto una, appoggiata su uno stecco di finocchio marino, proprio a  due passi da me. Riesco a vederla fra luce ed ombra perchè le sue ali traslucide riflettono il sole. Fa un piccolo volo in tondo e torna sullo stecco. Il vento le impedisce per un po’ di migrare lontano. Solo per questo, credo, sono riuscita a fotografarla.

Per noi sempre frettolosi e approssimativi, le piante sono più facili, così tranquille e docili, sempre accondiscendenti. I fiori in questa stagione scarseggiano, ma il litorale è ancora generoso di colori.

Carpobrotus edulis

Carpobrotus edulis

Il fico degli ottentotti (Carpobrotus edulis) è ormai diventato uno di casa sulle nostre coste. Ne ha fatta di strada, dalla sua terra di origine, il Sud Africa, la patria degli ottentotti, che è il nomignolo vagamente canzonatorio dato dagli olandesi agli indigeni del luogo. Ora è neofita invasiva, ma ormai naturalizzata, fico di mare dal sapore acidino, si può assaggiare quando è maturo perchè, appunto come dice il nome C.edulis, è commestibile. Ringrazio questo fiore tardivo, e le sue foglie grassocce che non temono i venti salmastri e gli aridi declivi delle scogliere.

(vedi anche il mio primo blog 12 maggio 2009)

Il Bisagno, prima della pioggia

In attesa delle rovinose piene che sempre contraddistinguono la stagione autunnale e non solo, il greto del Bisagno viene sistematicamente ripulito non solo di carcasse e rifiuti della civiltà, ma anche di ciò che vi cresce, libero e spontaneo, un po’ troppo esuberante. Senza acqua diventa una strada grigia, ma velocemente ripolata dalle frasche. Con il passare degli anni però, e gli studiosi di erbe pioniere potranno spiegarci perchè, le varietà di piante che crescono e prosperano nella ghiaia appena inumidita sono sempre meno diversificate.

All’inizio dell’autunno, l’inula, Dittrichia viscosa, la fa da padrona e colora di giallo intenso ogni angolo, arrivando anche a oscurare il morbido violetto della Buddleja. Ci sono altri fiori nascosti nel fogliame disordinato, saponaria (vedi 1 agosto 2009) certamente, e qualche malcapitata bella di notte (Mirabilis jalapa, vedi 18 settembre 2009), sfuggita da qualche giardino.

Xanthium strumarium

Xanthium strumarium

Ha larghe foglie palmate la nappola minore (Xanthium strumarium), cosidetta perchè i suoi frutti spinosi sono di dimensioni più piccole di quelli di Xanthium italicum, nappola italiana. E’ una pianta ruderale, pioniera, di nessuna utilità, nè avvenenza. Solo una bella macchia di verde sul grigiore polveroso del pietrisco. (Ma in Sardegna, nel distretto di Sarrubus, una specie affine, Xanthium spinosum, veniva impiegata dalla medicina tradizionale per curare la diarrea).

Persicaria maculosa

Persicaria maculosa

Poco più in là è fiorita la persicaria (Persicaria maculosa, vedi 13 agosto 2009), con le sue spighe rosa. Lei infestante irriducibile, abitatrice dei bassifondi, parente povera e sfrontata di specie nobili come la bistorta (Bistorta officinalis) e appetitose come il grano saraceno (Fagopyrum esculentum).

I papaveri di palazzo Molinari

palazzo Molinari

palazzo Molinari di salita Mermi

Lungo la via Mogadiscio, poco sopra la scuola elementare Andersen, si incontra questo bel palazzo di nobile impianto, la villa Odetti, costruita nel 17° secolo, affiancato da un’imponente torre a pianta quadrata, la torre Molinari, che è invece di origini ottocentesche. L’intero complesso, noto come palazzo Molinari, è ristrutturato e mantenuto con cura. Sull’angolo dell’edificio, una piccola strada taglia la via principale e si inerpica per qualche decina di metri oltre al tornante. La targa ci dice che si chiama salita Mermi. Questa antica mulattiera fa parte di un tracciato molto antico che conduceva dal ponte Carrega sul Bisagno fino a Sant’Eusebio, località collinare dove si trova un’antica chiesa. Di Mermi già si parla in un editto del 1142, ove si chiedeva alla gente di Terpi, Mermi e Lugo (così si chiamava allora Sant’Eusebio) di contribuire a turno personale per la guardia del castelluccio di Molassana, costruito nel 935(1).  Il toponimo deriverebbe, secondo testimonianze medioevali, dal latino ‘Insula melmi’ (da melma, fango). E davvero la zona doveva essere paludosa, come testimonia la storia travagliata della chiesa di Mermi abbandonata, dopo vari tentativi di restauro e non senza litigi con le borgate vicine, perchè sempre soggetta a frane e smottamenti a causa dei numerosi corsi d’acqua.

Papaveri di palazzo Molinari

Papaveri di palazzo Molinari

Fra il palazzo e la torre, alle spalle di un piccolo posteggio, mi viene incontro un breve pendio erboso cosparso di papaveri scarlatti. Il colore inconfondibile, le dimensioni, le macchie scure alla base dei petali, i verdi frutti a capsula, questa volta sono proprio loro, i rosolacci, Papaver rhoes.

Papaveri

Papaver rhoeas
sullo sfondo Carduus pycnocephalus

Talvolta, sui bordi della strada, si incontrano gruppetti di papaveri aranciati, più piccoli e scarmigliati, con frutti a forma di piccole clave; si tratta di una specie diversa, dal nome che è un’onesta dichiarazione di incertezza Papaver dubium.

Un po’ tutti i papaveri si portano dietro la loro dose di mistero. I botanici li classificano come specie ‘criptogeniche’, cioè specie di cui si ignora la provenienza e la causa della comparsa. Come dire, da dove e come sono arrivati i papaveri a Sant’Eusebio, e peraltro in tutta la Liguria, non si sa. Ma arrivano, e, nel cuore della primavera, sbocciano, sgargianti ed effimeri, pronti a farsi stracciare dal vento. Tanto è fragile il fiore, tanto è robusto e indomito il frutto, con il suo succo stregato. Il rosolaccio non contiene l’oppio del Papaver somniferum, che ne ha fatto strumento di potere e dolore, ma più innocui alcaloidi blandamente sedativi e narcotici, che lo rendono ingrediente importante della medicina popolare.

(1) Queste informazioni si leggono su una targa nei pressi della torre, a cura degli scolari della classe III della limitrofa scuola elementare Andersen, durante l’anno scolastico 2000-2001. Questa targa era ancora leggibile nel 2013 quando l’ho fotografata per ricordarla, anche se non so quanto tempo ancora resisterà alle ingiurie del tempo, prima di scomparire per sempre, come è accaduto alla targa che a Bavari descriveva le ville di Fontanegli. Ora quei ragazzini saranno adulti, e chissà se si ricordano ancora di quelle storie che hanno contribuito a tramandare.

Robinie rosa al mercato

Robinia rosa

Robinia rosa a Terralba

L’arredo urbano è sempre alla ricerca di varietà originali e generose, di bella presenza e poche pretese. Lungo i marciapiedi cittadini non si troveranno mai rarità da vivaio, piuttosto specialità selezionate per resistenza e spavalderia, nobili e fiere bellezze da strada.
In questa stagione vicino al mercato coperto di piazza Terralba, nel quartiere di San Fruttuoso a Genova, fioriscono le robine rosa. Le ho fotografate diverse volte nelle primavere passate, come nel caso della foto postata nel vecchio blog il 5 maggio 2010. Le ho ritrovate in aprile del 2016, di nuovo durante una giornata grigia, di fronte allo stesso mercato. Quest’anno, più o meno confinata in casa, non frequento il mercato dall’inizio di marzo; ma gli alberi, a differenza degli uomini, non tradiscono le stagioni e sono certa che siano di nuovo fiorite.

Questi alberelli sono diversi dalle solite robinie, quelle che tutti chiamano acacie (24 aprile 2009). I rami non sono spinosi e per qualche settimana all’anno portano grappoli di fiori papilionacei, intensi e lussureggianti, di un rosa appena più delicato di quello degli alberi di Giuda (Cercis siliquaster), ma non per questo meno sfacciato. Secondo questo sito, si tratterebbe della varietà di Robinia pseudoacacia denominata “Casque Rouge”, niente spine, fiori rosso-lilla, stesse esigenze, ovvero stessa assenza di esigenze, colturali.  Robinia rosa
Esistono tuttavia anche due specie di Robinia dai fiori rosa, R. hispida e R. neomexicana, ovviamente originarie del Nord America e importate in Europa come ornamentali. Tutte e due queste specie, dallo stesso carattere adattabile e breve fioritura, sono presenti anche spontaineizzate, come alloctone casuali o naturalizzate, in varie regioni della penisola, anche se non in Liguria.
Così non ho certezze su come  chiamare le mie piccole Robinie da mercato, ma spero di reincontrarle ancora, in qualche futura primavera di libertà.