Il carpino prepara il bosco

Carpino nero

Ostrya carpinifolia
Mura degli zingari

Fra via Adua e Mura degli Zingari, subito dopo il Palazzo del Principe e la stazione marittima, cresce un carpino nero.
Il carpino nero, Ostrya carpinifolia della famiglia delle Betulaceae, è un albero da boschi.  Vero è che, come scrive Silvano Radivo nella scheda a lui dedicata su actaplantarum, è pianta di “ampia adattabilità, con tendenza al carattere pioniero … su suoli superficiali e primitivi.”
Tuttavia non è esattamente un albero da città. Ancora quasi spoglio in quest’inizio di stagione, sfoggia i sui eleganti amenti maschili, dorati e penduli, e foglie acerbe di un verde brillantissimo.

Ci troviamo in una zona della città di fronte al porto, non lontano dalle grandi nave da crociera che si fermano e partono quasi ogni giorno, a poco più di un chilometro dalla Lanterna. Via Adua, via Amba  Alagi, i nomi di queste strade ricordano frammenti della storia passata, di un paese che non esiste più, luoghi della regione del Tigrè, nel nord dell’Etiopia, che un tempo si chiamava Abissinia, quasi al confine con l’Eritrea.

Carpino

Ostrya carpinifolia
Mura degli zingari
Amenti maschili e foglie giovani

Sul parapetto di via Adua, il carpino ha distribuito i suoi germogli. Lo dicevo io che il carpino nero, anche detto carpinella, oppure carpino a frutti di luppolo per la particolare forma delle infruttescenze (vedi 11 giugno 2008), è un albero da boschi. Non è un albero immenso, ma da albero si comporta e il bosco vorrebbe ricreare qui, un bosco sulla riva del mare.

Oltre il parapetto di via Adua qualcuno ha buttato i vestiti. Una giacca, una felpa, una cintura, poggiati sul bordo cemento. Perchè quei vestiti si trovano lì? Che ne è stato del loro proprietario?
Al carpino non importa. Basta un pugno di terra umida e il seme germoglia. Di più, si innalza una piccola pianta tenace e con lei tante sorelle vicine. Così è difficile per il coltivatore convincere un albero a crescere proprio lì dove ha deciso di metterlo, tanto è facile per un seme arrangiarsi e attecchire nel luogo che trova, che ha scelto.

Carpino, germoglio

Ostrya carpinifolia
via Adua, germoglio

“ma là dove fortuna la balestra,
quivi germoglia come gran di spelta”
(Inferno XIII, 98-99)

Non credo che via Adua diventerà un viale di carpini. Le radici che si avvinghiano alla terra stabilizzano i pendii erbosi, ma distruggono i manufatti umani. La germinazione spontanea non è compatibile con gli spazi della città, per lo meno non per alberi di queste, moderate ma notevoli, dimensioni.

Ma voglio osservare come i giovani virgulti vivono la nuova stagione e sorprendere magari, all’inizio dell’estate, qualcuna delle magiche infruttescenze, pronte a sparare altri semi in giro.

La cornetta e il porto

Cornetta donodolina

Cornetta e pino
Emerus major – Pinus nigra

La cornetta è la prima e l’ultima ginestrina dei boschi perchè fiorisce praticamente ininterrottamente da marzo (vedi 28 marzo 2009) a ottobre. La primavera è quasi arrivata, ma il giallo che ci circonda non è certo quello delle ginestre maggiori. Quasi ovunque sulle spalliere erbose “dondolano”  i fiorellini delle cornette, fino a poco tempo fa classificata nel genere Coronilla, come C.emerus. Ora è invece posta nel genere Emerus (E.major), che significa domestico, coltivato, perchè è pianta officinale con proprietà simile alla senna, leggermente purgante.

Un po’ meno comune però incontrarla sulle banchine del porto, in un terrapieno erboso dove trovano dimora giovani pini neri (Pinus nigra). Siamo molto vicini alla lanterna, lungo una passeggiata panoramica che corre lungo le banchine, ma è un giorno qualsiasi, un giorno feriale. La lanterna è chiusa e durante la pausa incontro solo gruppi di lavoratori.

Viburnum tinus

Viburnum tinus

La vegetazione è necessariamente scarna, a parte l’immancabile parietaria che penso riesca a crescere veramente dappertutto (vedi post del 14 maggio 2008). Non certo spontanei, ma non meno generosi, i viburni sono fioriti e respirano con me quest’aria salmastra, oggi così leggera.

Agave all’improvviso

Agave americana Vico del Ponte è una strada piccolissima che sale da via Posalunga (Borgoratti, valle Sturla), gira dietro a due isolati e scende nuovamente sulla stessa via. Mi ci arrampico per vedere da vicino la magnolia, e mi  trovo davanti lei, imponente contro il cielo, l’agave, come sempre a contendere la verticalità a un lampione.

Ai suoi piedi, la rosetta di foglie ormai seccate dà ragione alla sua fama di madre che muore per dar vita al figlio. In natura, altre rosette più giovani prenderanno il suo posto nell’avvicendamento perenne dell’esistere vegetale. Non so se quest’agave da asfalto abbia rosette di scorta, però ne intravedo una dietro la grata che sormonta il muretto. Chissà se sarà capace di sopravvivere nella terra asfitica e far bene come la sua sorella maggiore.

Magnolia in via Posalunga

Magnolia

Magnolia soulangeana

Ormai sono a valle, risucchiata dalla città e i suoi contorti meandri. Via Posalunga è una strada antica del quartiere di Borgoratti (il nome è quello stesso del forte, che fu edificato proprio per proteggere questi quartieri), una via angusta e affollata, dove a volte le auto e i bus vorrebbero alzarsi in volo. Sui crinali ripidi si ammassano i condomini di cemento e c’è davvero poco posto per la vita verde.

Questo scoppio di vita rosa violetto non passa inosservato. Mi appare come nuvola di bizzarro colore in cima a un muraglione, stretta fra i palazzoni, abbarbicata al pendio. Potrebbe essere l’ibrido M. denudata × M. liliflora, detta M.soulangeana in onore del botanico francese Étienne Soulange-Bodin (1774-1846).

Per le magnolie decidue (5 aprile 2009 e 3 marzo 2010), anche dette nudiflore, questo è il periodo del massimo splendore. Se nei campi e nei boschi la primavera è la stagione dei pruni, marzo saluta la città con le magnolie. Questi alberi sono ormai divenuti comuni come arredo urbano per i loro fiori, che  hanno un colore intenso e deciso, rosa pallido, rosa scuro, lilla, bianco. E sono abbondanti, vistosi, raffinati.  Ma effimeri. Fra pochi giorni, forse qualche settimana, saranno scomparsi lasciando il posto a un fogliame ricco, ma anonimo. Quello di un qualsiasi alberello verde.

Magnolia soulangeana

Magnolia soulangeana

Diversa l’esistenza della maggiore delle magnolie, Magnolia grandiflora (20 maggio 2008), che ha foglie persistenti e coriacee, così massicce da nascondere quasi i grandi fiori bianchi e carnosi che sbocciano all’inizio dell’estate.

La strada di casa

strada di casaOgni mattina, in ogni giorno dell’anno, scendo dalle colline a valle, verso il mare e verso la città. Il tragitto per il mio luogo di lavoro è piuttosto lungo e sempre lo percorro in auto, “guardando i fiori dalla groppa di un cavallo incorsa”(1). Oggi mi sono concessa un lusso, camminare lungo quella stessa strada che ogni giorno vedo correre oltre i miei occhi senza poterla osservare. Sul bordo della carreggiata, con prudenza, perchè la via è stretta, molto trafficata e pedoni e gatti rischiano parecchio (soprattutto i secondi). Un panorama mozzafiato, più o meno nitido a seconda della consistenza dell’atmosfera,  mi viene incontro alla svolta, dove via alla chiesa di San Giorgio di Bavari incontra la piccola crosa via Pianata. Lontana, dentro lo spicchio di mare e cielo, piccola e irrangiungibile, la città.

strada di casa

Ecco la primavera, attesa e inaspettata come sempre, nelle preziose e fragili fioriture dei pruni, che sembrano imbottiture bianche e rosa sui rami spogli. Gli alberi che fioriscono in questa stagione sono tutti Prunus, il più precoce Prunus dulcis, il mandorlo, e poi Prunus domestica,Prunusa armeniacus, Prunus avium e Prunus persica(10 aprile 2009), dai piccoli fiori rosa. Ancora tanti altri se ne incontrano sulla strada, oggi più fioriti di ieri e molto meno verdi di domani.

Rhamnus alaterno sulla strada di casa

Rhamnus alaterno

La strada procede fra case rade e preziosa macchia mediterranea verso monte.  In questi tratti meno abitati accade di fare incontri un po’ più ricercati, come spalliere di alaterno (Rhamnus alaternus, 5 ottobre 2008) un po’ sbrindellato , o una incantevole fioritura di anemone stellata (Anemone hortensis, 26 marzo 2009), qui con visitatore.

Anemone hortensis sulla strada di casa

Anemone hortensis

Scendo ancora, fino ad arrivare a una vera e propria gola, una piega molto stretta della valle dove si trova soltanto un vecchio condominio e un vasto parcheggio per camper. Sulla sommità del ripido crinale, si intravede il forte dei Ratti, una delle più ampie costruzioni fortificate che circondano dai colli la città di Genova.  Superata la gola, scopro di non essere sola. Gli abitanti erbivori di una fascia sovrastante mi salutano rumorosamente.Pecore sulla strada di casa
Continuo a scendere, sempre più lontana da casa. Superato il bivio per San Desiderio, dominato da un’antica casa rosa che si fregia di una campana, il traffico diventa ancora più intenso. In fondo alla valle scorre il torrente Sturla, un rivo da nulla, come tutti quelli di questa zona, ma da guardare con rispetto e attenzione.

strada di casa
Casa con campanaUn’altra spettacolare fioritura mi sorprende proprio sul bordo della strada. Stretto fra case e magazzini, un altro Prunus, un prugno precoce che sfoggia già germogli di verde brillante contro il maestoso, e mostruoso, viadotto dell’autostrada A12.

strada di casa continua
strada di casa fasceOrmai sono in città. Ma sul crinale di fronte si scorgono preziosi reperti di quei capolavori di ingegneria rurale che sono le fasce, terrazzamenti e scale di pietra. La manutenzione di questi muretti a secco non è roba da dilettanti e soprattutto richiede tempo e fatica. Rovinate da frane e smottamenti, le mie care colline a gradini, presto recupereranno per sempre la loro forma prigenia.

(cliccare sulle immagini per vederle ingrandite)

(1)Frase idiomatica cinese citata da Tiziano Terzani nel suo scritto “L’Orsigna, ultimo amore” e ripresa dallo stesso autore nel titolo del suo libro “Guardare i fiori da un cavallo in corsa”. Allude a chi vede senza osservare, vive senza penetrare la sostanza delle cose, una metafora che ho già ricordato nel post del 7 giugno 2009.

Piante da cantiere

La città è grigia, polverosa, sporca. la città è caotica, rumorosa, soffocante. La città è compressa, stritolata dal cemento, che ogni tanto la accartoccia in una morsa mortale. Anche se, per sua fortuna, Genova è una città aperta, perchè ha un lato spalancato verso il mare. Ma quante piante possono crescere, prosperare, fiorire e riprodursi in un ambiente apparentemente così inospitale? Nei pressi di un cantiere stradale, alla fine di una strada a scorrimento veloce, la sopraelevata Aldo Moro, all’inizio del quartiere di Sampierdarena, fra rottami, plastica e cemento, vivono tante piccole piante dimenticate. Le ho osservate, abbastanza stupefatta, e le ho fotografate nel febbraio dell’anno scorso, 2018, e ora provo a riconoscerle, a dar loro un nome, a immaginarne la storia.

Piante da cantiere Brassica fruticulosa

Piante da cantiere
Brassica fruticulosa

Piante da cantiere Brassica fruticulosa

Brassica fruticulosa

Sopra il muraglione transennato, fa capolino un’abbagliante fioritura gialla. Colore dominante e possessivo, non si fa certo intimidire, il giallo, neppure dall’inverno che non è ancora proprio finito. La maggior parte dei fiori vagabondi, quelli che fioriscono in tutte le stagioni, sono gialli. Questa è una Brassica, azzardo Brassica fruticulosa, che incontro anche subito oltre la rete di ferro che delimita il cantiere. Come tutti i cavoli, è specie commestibile, tipica dell’area mediterranea e nei suoi luoghi di origine, il Sud della penisola e soprattutto la Sicilia, viene raccolta con impegno e chiamata cavolicello o con vari nomi dialettali come qualeddu.

piante da cantiere Sisymbrium erysimoides

Sisymbrium erysimoides

Poco più in là, ecco un’altra brassicacea, manco a dirlo gialla, si chiama volgarmente erba cornacchia. Ma non si tratta della specie più comune Sisymbrium officinale, che già ho mostrato anche in città. Le silique patenti, descritte da Daniela Longo in questo post mi fanno invece supporre che si tratta della specie Sisymbrium erysimoides, frequente e quasi invasiva nel ponente ligure. Questa pianta cresce ai bordi del cantiere, sul limitare del marciapiede e l’ho incontrata anche dall’altra parte della strada, verso le rampe del porto. Se il cavolicello è commestibile, e pare anche prelibato, l’erba cornacchia ha virtù officinali e, come la sua specie consorella più comune, è un toccasano per la raucedine.

piante da cantiere Fumaria capreolata

Fumaria capreolata
Ailanthus altissima

piante da cantiere Valeriana e asparago

Centranthus ruber
Asparagus acutifolius

Ed ecco la comune fumaria (Fumaria capreolata, 9 maggio 2008), affascinante papaveracea da strada, appressata ai giovani virgulti dell’ailanto, Ailanthus altissima, altro celeberrimo infestante delle aree urbane. Come le precedenti, anche la fumaria è pianta officinale , indicata nei disturbi gastrici e intestinali. Tuttavia non voglio davvero incoraggiare nessuno a raccoglierla per quell’uso qui sul bordo della carreggiata, fra il catrame e la spazzatura.
Accanto, due vecchie conoscenze, foglie di valeriana rossa, Centranthus ruber, stranamente non in fiore, e l’asparago selvatico (Asparagus acutifolius, 20 agosto 2008), un sempreverde della macchia mediterranea. La valeriana rossa, ‘parente povera’ della più celebre valeriana officinale, di cui possiede tutte le proprietà, si incontra ovunque in città ed ha una lunghissima stagione di fioritura. Non so se questo cespuglietto ce la farà mai a fiorire, ma se lo farà non passerà inosservata. Invece per raccogliere gli appetitosi asparagi selvatici occorrerebbe scovarne i germogli, i primi getti primaverili che si chiamano turioni e che non devono essere ancora spuntati. Ecco, mi spiace ripetermi, ma sconsiglierei la raccolta degli asparagi in questa località.

piante da cantiere Lobularia maritima

Lobularia maritima

piante da cantiere Urtica dioica Pistacia lentiscus

Urtica dioica
Pistacia lentiscus

Non poteva mancare la lobularia, Lobularia maritima, volgarmente chiamata alisso, che, come indica il nome, se ne sta proprio bene nelle vicinanze del mare ed è pure fiorita, come sempre d’altronde, lei bianca bianca nonostante i fumi (per una sua sorella più fortunata, vedi 17 aprile 2010).
Termino in bellezza con l’ortica, Urtica dioica, che qui ha un aspetto veramente appetitoso, e un inaspettato cespuglio di lentisco (Pistacia lentiscus, 23 settembre 2008 ), senza fiori nè frutti, ma rigoglioso e tenace.

Naturalmente io non sono una professionista, errori e strafalcioni sono sempre in agguato, ma ho incontrato piante sorprendenti e anche se sbaglio nell’attribuzione, sarei comunque contenta di aver attirato su di loro un briciolo di attenzione.
Per altre piante da cantiere si può vedere anche questo post.

Rosette sul cemento alla fiera

La primavera è ancora lontana. Si affaccia, insistente, se ne sente l’odore in questo sole tiepido, ora che il vento si è calmato all’improvviso. Dobbiamo crederci o è meglio non fidarsi? Troppe volte le piante si fanno ingannare dai calori di marzo, per poi doversene amaramente pentire. Nelle crepe della città la stagione offre soprattutto foglie, rosette di foglie nella polvere.

Nel vasto terrapieno strappato al mare su cui sorge la fiera di Genova domina il colore nerastro dell’asfalto e quello grigio pallido del cemento.  Disgregato e vagamente fatiscente, l’ambizioso progetto fieristico degli anni ’60 e ’70 appare ormai la fotografia dell’abbandono. Fallita la società di gestione nel 2016, partito il piccolo drappello universitario del biennio di ingegneria, ricollocati, anche se non so dove, i rifugiati extracomunitari che vi abitavano, rimane un deserto piatto, dove ancora tuttavia si svolgono varie iniziative espositive; e così capita ancora di attraversarlo, in tutte le stagioni. Colpisce l’assenza totale di vita vegetale, non un albero, ma neppure un tronco, una frasca in questo complesso artificiale che pur tante volte ha ospitato Euroflora, esposizione dei fiori più belli del mondo.

Rosette di Cirsium vulgare

Cirsium vulgare
Fiera di Genova

Proprio nulla no. Qualche temerario arriva anche qui, nelle crepe del cemento. Dove meno te lo aspetti, si spalanca una robusta rosetta di foglie, cosparsa di aculei minacciosi. E’ il cardo asinino, Cirsium vulgare, pianta altezzosa e indomita, che a primavera si adorna, quando può, di capolini rossicci, spessi e profumati. Gradito agli asini, come dice il nome, è proprio quel cardo di cui parla il poeta Giosuè Carducci in una delle sue poesie più note, almeno a noi non più giovanissimi.

Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo
Rosso e turchino, non si scomodò:
Tutto quel chiasso ei non degnò d’un guardo
E a brucar serio e lento seguitò.(1)

Temo che questa rosetta non arriverà mai a produrre fiori, ma voglio sperare che se mai ci volesse provare, potrà farlo indisturbata e che non subisca strappi e mutilazioni dai preposti alla pulizia dell’ambiente urbano, per i quali un vegetale, qualsiasi vegetale, è sporcizia e incuria.

Cyperus alternifolius Rosette

Cyperus alternifolius

Poco più in là si è sistemato un ciuffo di falso papiro (Cyperus alternifolius, vedi nel blog fiori e foglie 25 agosto 2009), neofita invasiva, ormai naturalizzata ovunque in Liguria. Ecco la parente povera del più illustre papiro, con le foglie sfrangiate e sfuggenti, che abbandona al sole i resti delle sue infiorescenze. La sua sorte non mi preoccupa. Se qualcuno vorrà prendersi la briga di estirparlo, spunterà di nuovo, poco o tanto più in là, così come ricompare, spontaneamente, nel mio giardino, dove ogni anno credo che l’inverno lo abbia stroncato per sempre.

(1)Giosuè Carducci – Davanti San Guido – Rime nuove LXXII

Viburno a ponte Carrega

Viburnum tinus

Viburnum tinus
nei pressi del ponte Carrega

Mai un ponte fu più bistrattato e amato nello stesso tempo. Questo ponte settecentesco (di cui ho già parlato, per lodare la sua resistenza alle piene del Bisagno) sarebbe molto bello a vedersi, e piacevole da percorrere, se non fosse che si trova nel bel mezzo di un punto nevralgico e congestionato della città, e per giunta proprio sotto l’immane viadotto dell’autostrada A12, a cui auguriamo lunga vita.  Negli ultimi anni il ponte Carrega ne ha veramente passate di tutti i colori, dovendo resistere non soltanto alle inondazioni periodiche del suo irrequieto corso d’acqua, ma anche alle assurde proposte di abbatterlo perchè “non compatibile con le vigenti norme idrauliche” e “ostacolo alla messa in sicurezza del torrente”. Come altri ponti antichi, ha già dovuto subire un ridimensionamento da sedici a sei arcate, in ragione dell’inevitabile quanto dissennata espansione della città. Dissennata perchè, come non è il cervo che attraversa la strada, ma la strada che attraversa il bosco, dovremmo dire che non è il fiume che rompe gli argini, ma gli argini che si sono messi al posto del fiume. Tant’è il ponte Carrega resiste e ci piace guardarlo, anche in mezzo al traffico, fra asfalto, cemento, polvere e spazzatura.

Viburnum tinus

Viburnum tinus

Come il ponte, il viburno non è arbusto che si faccia intimidire. Su questa riva negletta, d’inverno crescerebbe solo sterpaglia, se non fosse per lui, precoce nella fioritura, tenace e nobile nell’aspetto. Le foglie sono persistenti e coriacee, tipiche da essenza della macchia mediterranea, dove si accoppia al ligustro e fa compagnia all’altra splendida coppia di lentisco e terebinto. I fiori bianco rosati (vedi 6 marzo 2009) sono aggraziati e precisi; diventeranno bacche scure (18 settembre 2008), tossiche, anche se impiegate dall’antica medicina.

La sofora, abitante della città

Sofora Styphnolobium japonicumL’ho incontrata molto tempo fa, molto prima di conoscere il suo nome, quando accompagnava le mie scivolate sul lucido selciato del marciapiede di corso Firenze, verso la mia scuola elementare, intitolata a Maria Mazzini. L’ho vista fiorita in un’estate di molti anni dopo, mentre percorrevo di nuovo quel bel viale di collina, con la pancia pesante, sperando che l’attività fisica mi aiutasse ad arrivare alla fine della gravidanza. L’ho vista fiorita, d’estate, come ho mostrato in questo post, e ho capito che non era una robinia (che fiorisce in primavera). La sofora, che oggi i botanici chiamano Styphnolobium japonicum, è una grande protagonista delle strade della città, in ogni quartiere, in ogni angolo. In ottobre è carica di baccelli giallo verdi (vedi anche 3 novembre 2008), come qui davanti al Dipartimento di Scienza della Formazione, in corso Andrea Podestà, sopra  il ponte monumentale che sovrasta via XX Settembre. Sentinella delle finestre, ma anche accompagnatrice di fresche parole di strada, che si snodano come una litania dietro ai  tronchi.

“Vorrei trovare il coraggio per dirti che sei la cosa più bella che io abbia mai visto”

Sofora - Styphnolobium japonicum

I tronchi di sofora di corso Andrea Podestà

Provate a pensare una città senza alberi, anche le parole di strada perderebbero la loro musica.