Anemone dell’Appennino

Anemone apennina

Anemone apennina

L’anemone è il fiore del vento (in greco άνεμος, anemòs) perché, secondo Plinio, si credeva che dipendesse dal vento il potere di farlo sbocciare. Oppure semplicemente perché i suoi sottili petali sono impalpabili come la brezza. A questo fiore sono legate diverse leggende. Una è quella di Adone, bellissimo fanciullo di cui la dea Venere era pazzamente innamorata, e che fu ucciso da un cinghiale aizzatogli contro per gelosia da Marte. E mentre Venere piangeva la morte dell’amato, Giove suo padre ne trasformò le lacrime frammiste al sangue del moribondo in un fiore dai teneri colori. Ma il fiore dell’anemone è anche legato alla leggenda di Zefiro e della sua avventura amorosa con la ninfa Anemone, trasformata in vegetale dalla dea Flora, che era la moglie tradita dall’adultero.

Anemone apennina

Anemone apennina

Gli anemoni sono fiori stupendi ed effimeri, non solo perché le loro corolle sono fragili, ma perché la loro stagione dura uno spazio di tempo molto breve. Ne sorprendo una fioritura eccezionale nel meraviglioso parco di Palazzo Farnese a Caprarola (Viterbo).  Oltre i confini del percorso di pietra del parco, gli ampi prati verdissimi sono cosparsi di splendide fioriture. Fra ciclamini, bugole (Ajuga reptans) e consolide (Symphytum tuberosum), sbocciano distese di corolle bianche e azzurre che mi sorprendono per la loro forma. L’anemone dell’Appennino (Anemone apenina) è una specie non presente in Liguria e non l’avevo mai vista. Riconoscerla è quasi emozionante, con le sue frangiate foglie verdissime e le corolle così ricche e raffinate. Come quasi tutti gli esponenti della famiglia delle ranunculaceae, gli anemoni sono piante non commestibili e potenzialmente tossiche, perché contengono sostanze irritanti, seppur in qualche caso con impieghi medicinali. Una bellezza da gustare con gli occhi, quindi,  senza devastarla con nessuno degli altri sensi.

Il Palazzo Farnese di Caprarola è una delle più belle residenze rinascimentali d’Italia. La costruzione iniziale era una fortezza a pianta pentagonale e tale forma fu mantenuta quando l’edificio fu convertito in dimora aristocratico e riccamente affrescata.  Si dice che la forma di questo edificio ha ispirato la costruzione del Pentagono del Dipartimento Americano della Difesa.   Il palazzo e il parco sono ancora in restauro, grazie a un progetto finanziato dal PNRR, e chissà quando li potremo ammirare in tutta la loro magnificenza e bellezza.

vedi anche
Anemone coronaria
Le stagioni del bosco

Ellebori da giardino

Ellebori

Helleborus orientalis
dal giardino di Flavia

La stagione degli ellebori è arrivata nel mio giardino, con una fioritura stupefacente e molte promesse. Il più grande, Helleborus orientalis, ha otto fiori candidi, doppi, con una timida punteggiatura. Tutti i fiori sono reclinati verso il basso e negano allo sguardo la magnificenza delle loro corolle, così che devo fotografarli di sotto in su, oppure costringerli con la violenza ad alzare il capo. Questa pianta è frutto di uno scambio con un’amica che di ellebori è attiva coltivatrice. Cresce rigogliosa all’ombra del calicanto  ormai da due anni, ma è la prima volta che fiorisce. Una seconda pianta, appena più piccola, Helleborus guttatus a base bianca, proviene dal magico Giardino degli Ellebori delle sorelle Barbaglia a Pietra Ligure ed è arrivato già fiorito l’anno scorso.  Le sorelle Anna e Carla Barbaglia curano dal 1970 una National Collection di ellebori che è una delle più ricche del mondo. Le ragazze si erano appassionate a questi fiori seguendo la tradizione della madre, californiana, che sempre per Natale confezionava corone celtiche con abete, vischio e rose di Natale, ovvero Helleborus niger.

Helleborus guttatus

Helleborus guttatus a base bianca
dal giardino delle sorelle Barbaglia

Gli ellebori sono piante perenni del sottobosco e almeno due specie spontanee si trovano assai facilmente nei boschi della Liguria, come ho già scritto in questo post. La loro fioritura invernale, quando la maggior parte dei fiori più appariscenti e soavi sono ancora lontani, li rende particolarmente ricercati. Sono piante che prediligono il fresco e la mezz’ombra e il luogo dove si trova il giardino delle sorelle Barbaglia non è esattamente un optimum per la loro crescita, perché si tratta di “un cottage garden (giardino orto frutteto) non troppo lontano dal mare, dal terreno sabbioso e dal clima caldo”. Eppure, scrivono, “con opportuni accorgimenti, gli ellebori vi prosperano magnificamente, dimostrando che in fondo si tratta di piante piuttosto adattabili”. A loro dire, l’unica specie che si è mostrata sempre recalcitrante alla fioritura è H.thibetanus, ma “bisogna capirlo, il suo habitat originale è a 4000metri di altezza”.
A casa mia si sono trovati bene e l’elleboro arrivato dal favoloso giardino mi allieta anche quest’anno con un fiore magnifico, e un secondo è già in preparazione.

Helleborus

Helleborus sp  – piantina di un anno

Gli ellebori producono molti semi, che germogliano in media dopo dieci mesi e molti nuovi getti spuntano facilmente nelle vicinanze. Alla fine della visita al Giardino degli Ellebori mi hanno regalato una manciata di minuscole piantine che ho curato facendo del mio meglio. Adesso, vicino alle due piante grandi, stanno crescendo altri cinque ellebori bambini. Le prime foglie sono quasi cuoriformi, molto differenti dalle grandi foglie dell’esemplare più adulto, che sono palmate e profondamente suddivise in segmenti sottili a margine dentato.
Secondo le indicazioni delle esperte sorelle, ci vorranno tre o quattro anni per vedere i primi fiori e sarà certamente una sorpresa.
L’elleboro mette a dura prova la pazienza del coltivatore, e la sua lunga latenza nella germinazione e fioritura la rende una pianta costosa. Sto cominciando ad imparare che la bellezza spesso si paga, ma se i soldi sono pochi, si deve avere tempo, molto tempo.

Le stagioni del bosco

Prima di diventare l’oscuro scrigno di misteri e magie delle notti d’estate, il bosco ancora spoglio è un caleidoscopio di vitalità ed esperimenti.

Crocus vernus nel bosco

Crocus vernus

Quando ero bambina, figlia della città, conoscevo la campagna solo d’estate e pensavo al bosco come una luminosa penombra, coperto da un tappeto di tiepide foglie e muschi, con pallidi ciuffi di erba giallina.  Con mia grande sorpresa lo scoprii un giorno a fine inverno pieno di luce e coperto di crochi rosa. Il croco è una delle avanguardie più spavalde della fine del gelo, timido ed invadente, piccolo, ma coraggioso. Dove nevica, riesce a bucare la neve. Ha graziose corolle, dal bianco al violetto, petali vellutati e resistenti, stami giallo rossi e uno stimma arancione e piumoso. Appartiene alla famiglia delle iridacee, con giaggioli e gladioli. Uno dei più comuni è Crocus vernus, cioè croco invernale, o meglio primaverile, che si distingue per esempio da Crocus biflorus, altra specie diffusa, ma non comune in Liguria, perché la fauce, cioè l’incavo più profondo del fiore è viola pallido o bianco, mentre quello di C. biflorus è giallo.

Crocus ligusticus

Crocus ligusticus
(autunnale)

Il croco più celebre è lo zafferano, Crocus sativus, specie ormai soltanto coltivata, che fiorisce in autunno. E autunnale è anche il Crocus ligusticum, detto zafferano ligure, che però dello zafferano vero è solo uno scadente surrogato. Crocus sativum ha tre stimmi rosso fuoco chiaramente distinti, che contengono la preziosa spezia, mentre gli altri crochi ne hanno uno solo, laciniato e piumoso. Tutti i crochi hanno poi tre stami gialli ed è questo particolare che li distingue dal colchico (famiglia liliacee), che é una pianta velenosa, detta volgarmente ‘zafferano bastardo’.

Erythronium dens-canis nel bosco

Erythronium dens-canis

Ma torniamo al bosco. Quando la fioritura dei crochi primaverili volge al termine, il sottobosco dei castagneti e faggeti, ancora molto luminoso, si ricopre di fiori variopinti. Per esempio lo puoi trovare cosparso di piccoli gigli dalle foglie maculate. E’ l’eritronio o dente di cane (pare che questo singolare nome sia dovuto alla forma del bulbo), piuttosto comune nel Nord Italia, assente invece nel Centro-Sud. Con l’ingenuità del neofito, osservando i lunghi petali ripiegati all’indietro verso l’alto, per anni ho pensato che si trattasse di una sorta di ‘ciclamino selvatico’.  Le somiglianze superficiali spesso traggono in inganno, perché eritronio e ciclamino non sono per nulla imparentati, neanche alla lontana. Il ciclamino appartiene alla famiglia delle primulaceae, dicotiledoni, e la sua radice è un tubero. L’eritronio è una liliacea, monocotiledone, con radice a bulbo. Affascinata dalla grazia delle sue forme, una volta, confesso, l’ho sradicato e portato a casa. Sopravvisse, ma non durò a lungo terminata la fioritura. Ho imparato da questi goffi esperimenti che i fiori selvatici stanno bene dove sono e per finestre e balconi meglio scegliere i ciclamini dei vivai.

Hepatica nobilis nel bosco

Hepatica nobilis

Nei pressi di casa mia, i dente di cane sono radi, mentre in marzo il bosco è letteralmete cosparso delle corolle blu delle epatiche, una ranunculacea. La sua stagione è breve, anche se le ombre dell’estate sono ancora lontane. L’aria si è fatta tiepida e ormai il bosco dona senza bisogno di chiedere. Le anemoni trifogliate (Anemonoides trifolia, famiglia ranuncolacee) spuntano fra le foglie secche come piccole stelle luminose. Anche questa piantina è presente in Nord e Centro Italia, ma non al Sud.

Anemonoides trifolia nel bosco

Anemonoides trifolia

Piuttosto simile alla trifogliata è l’anemone bianca, Anemonoides nemorosa. Entrambe crescono nei boschi di latifoglie, quercete e faggete, e fioriscono più o meno nello stesso periodo. La differenza fra le due specie sta soprattutto nella forma delle foglie e nel colore delle antere, bianche quelle della trifogliata e gialle quelle della nemorosa.

Anemonoides nemorosa

Anemonoides nemorosa

Sugli alberi ormai compaiono le prime gemme. Alcuni si ornano di fiori, come i piccoli e robusti cornioli, i magici olmi, o di amenti, sospesi come preziosi pendagli. Il verde acerbo delle prime foglie non smorza la luce del sole.

Sarà quando i castagni, signori del bosco, si coprono d’oro che sapremo che i fiori sono andati a dormire e il bosco è veramente pronto alla sua stagione migliore.

Castanea sativa

Castanea sativa
fiori

La primavera immancabilmente …

primavera

Prunus spinosa

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Solo et pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
dove vestigio human l’arena stampi.
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Talvolta le giornate umane sembrano susseguirsi una uguale all’altra, con insormontabile monotonia. Gli oggetti, le cose e i volti che ci circondano non sembrano capaci di alleviare il tedio e l’uniformità della nostra prigione. Soprattutto in questo periodo, quando le distrazioni e gli svaghi sembrano preclusi e qualsiasi cambiamento appare crudelmente impossibile e proibito.
Credo che sia per questo che la natura ci ha regalato la primavera. Mentre le altre stagioni si fanno sempre annunciare ed arrivano, desiderate o temute, a volte liberatorie, a volte soffocanti, ma sempre prevedibili, la primavera è sempre inaspettata. E non c’è bisogno di preoccuparsi, di affrettarsi e correre per arrivare in tempo, non c’è bisogno di appuntarselo sull’agenda, di regolare la sveglia, di fare telefonate, di compilare domanda, chiedere informazioni, cercare consigli, pretendere raccomandazioni, inviare solleciti, di inoltrare reclami, di aggiornare il sistema operativo, caricare l’app, confermare i dati, premere il pulsante …
Non c’è nulla da fare. La primavera arriva.

primavera 2020

Prunus – 8 marzo 2020

primavera 2021

Prunus – 9 marzo 2021

Anche questa mattina, esattamente come un anno fa, mi sono arrampicata un po’ per le colline alla ricerca di nuove fioriture. Lontano quanto possibile dagli assembramenti umani che continuano ad essere poco raccomandabili. Mi viene incontro l’esplosione dei pruni, coriandoli candidi nel bosco spoglio, e qualche cespo di viburno, dall’aspetto solido e rassicurante.

Quest’anno le fioriture sono un po’ più indietro rispetto all’anno scorso. Ci sarà pure il riscaldamento globale, non metto in dubbio che le temperature medie siano aumentate, ma la natura ha tempi imperscrutabili, e, complice forse la luna (il primo plenilunio di marzo sarà il 28) non è sempre attenta a scadenze fisse.

Non mancano all’appello le splendide epatiche (Hepatica nobilis) e gli anemoni stellati (Anemone hortensis), è la loro stagione e non bisogna proprio lasciarseli sfuggire. Questi anemoni, detti anche anemone dei fioristi perchè frequentemente coltivati, sono spontanei fino alla Liguria e all’Emilia Romagna, ma assenti nel Nord. Si incontrano a frotte, nel bel mezzo dell’erba ancora marroncina. Il fiore è unico, profumato, con petali appuntiti, rosei, violetti o quasi bianchi, stami azzurro viola e antere nere, mentre le foglie basali sono lobate e laciniate, quelle cauline (cioè le foglie che crescono sullo stelo) formano un verticillo di tre o più foglie allungate, a una certa distanza al di sotto del fiore.

Viburnum tinus

Anemone hortensis

Anemone hortensis

If winter comes…

Hepatica nobilis (winter)

Hepatica nobilis

Ho incontrato un’Hepatica nobilis al bordo del bosco. E’ precoce davvero, ma lontana sul pendio e non si fa riprendere volentieri. Però non ho scelta, c’è solo lei. Il nome non le si addice, e neppure mi piace chiamarla erba trinità, vorrei davvero trovare un altro nome per questo primo fiorellino incerto, caparbio testimone che l’inverno prima o poi finisce davvero. Sono giorni di attesa, quasi spasmodica, ma non occorre avere fretta. Troppo velocemente si dipanerà la forza della primavera, quando ne avrà voglia.

Helleborus foetidus (if winter comes)

Helleborus foetidus

Passeggio e contemplo la grazia arcana degli ellebori selvatici, Helleborus foetidus, non puzzolente, ma dal forte odore, fiori verdolini e rossi nel cuore. Tutte e due, elleboro e epatica, sono della famiglia della Ranunculaceae, fiori temerari e appariscenti, spesso velenosi.

Nel giardino, il calicanto d’inverno, Chimonanthus fragrans, lui sì profumatissimo, e la camelia, Camellia japonica, sono fioriti in abbondanza. La stagione offre questo, e non molto di più.

Populus tremula (if winter comes)

Populus tremula

 
 

Gli alberi, come sempre nudi da sembrare morti, trattengono testardamente qualche brandello di giallo, mentre le intemperie hanno falcidiato quelli che per loro natura non si spogliano mai.

L’inverno quest’anno è grigio, senza neve, ma fradicio e intirizzito, un inverno costretto, in cui si avrebbe voglia di esplodere e liberarsi da tutte le catene, volare forse, trascinati da questo vento pazzo, proprio come le foglie che già si sono disperse dai rami. L’inverno quest’anno è lungo, è arrivato e non se n’è più andato. Ma per fortuna c’è il vento.

«Be through my lips to unawaken’d earth
The trumpet of a prophecy! O Wind,
If Winter comes, can Spring be far behind?»
(Percy Bysshe Shelly, Ode to the West Wind)

Clematide fiammella

Clematide fiammella

Clematide fiammella o Fiammola
Clematis flammula

Sorella quasi gemella della più nota Clematis vitalba, faccio un po’ di fatica a riconoscere come clematide fiammella questa bella pianta rampicante di fronte al ‘castello’ del parco di Villa Pallavicini a Pegli (Genova).  Sono tornata nella villa dopo quasi cinque anni dall’ultima volta, che risale al 2 gennaio 2010, in una assolatissima giornata invernale che fu preludio a una abbondante nevicata. Eravamo saliti fino alla sommità della collina dove si erge appunto il castello, a quel tempo inaccessibile e pesantemente vandalizzato. oggi una paziente e accurata opera di restauro sta restituendo a questo gioiello di parco romantico la natura scenografica che lo ha ispirato. Il castello è in parte diroccato, ma solo a causa dell’attacco nemico della finzione scenica.
E in un’estate torrida e avara di fioriture, mi saluta all’ingresso questa pianta coperta di gioiosi e delicati fiori bianchi. Proprio come una vitalba. Ma vitalba non è, e quindi comincia la mia solita caccia agli elementi identificativi che per me non riesce mai ad andare molto oltre una goffa osservazione da dilettante. Tutti gli esperti però concordano, clematide vitalba e clematide flammella sono molto molto somiglianti,  e le principali differenze risiedono in due precisi caratteri morfologici: fiammola ha foglie bipennatosette, mentre vitalba le ha semplicemente pennate, e i sepali pelosi solo nella pagina inferiore, mentre vitalba li ha pelosi su entrambe le pagine. Semplice no? Niente affatto naturalmente, tanto più che la forma delle foglie di questa pianta in particolare mi confondono abbastanza le idee.  Per fortuna mi aiutano le fotografie, ampiamente disponibili in rete, e ne trovo molte con foglie proprio simili alla mia, e che, a dir la verità, di bipennatosette non hanno granchè. Alla fine mi riconcilio con il mondo verde, osservando la grazia modesta e prorompente di una pianta selvaggia, ma non troppo.

La mattanza dell’aconito

L’aconito è una pianta molto velenosa. Ed è anche un fiore incredibilmente bello. Ne ho parlato parecchio in un post dedicato due anni fa (vedi qui), perchè lo avevo incontrato, in modo inaspettato, lungo una stretta carrozzabile di crinale che congiunge la Val Brevenna con Crocefieschi. Una strada magica, da dove il cielo sembra molto vicino. Proprio nell’agosto di due anni fa, percorrendo quella strada senza nome, superato un crinale, lungo una dolce discesa verso il colle vicino, quasi all’improvviso, mi era apparsa un’abbondante fioritura blu che guarniva compatta il bordo dell’asfalto, uno spettacolo imperdibile.
Sono tornata apposta lungo quella strada quest’anno nello stesso periodo per cercare la fioritura di aconito blu. Ho guardato dappertutto, a lungo, ad ogni svolta della strada. Ma non riuscivo a vedere  nessun fiore. Mi pareva impossibile che fosse sparito, impossibile che non riuscissi a ritrovare il luogo. Sono ripassata di lì diverse volte in questi giorni di agosto, e ancora non riuscivo a trovarlo.

bordo strada

La pulizia della strada che collega la val Brevenna a Crocefieschi

Poi ho cominciato a notare il profondo intervento di ripulitura che era stato effettuato lungo tutta la strada, un intervento probabilmente ritenuto indispensabile per garantire la praticabilità, ma che aveva reciso e ridotto a monche stoppie tutte le piante fino a qualche metro dal ciglio. E mentre felci, vitalba e rovo si riprendono subito con vigore, lo stesso non si può dire che accada all’aconito, che sembrava inesorabilmente scomparso.

Aconito Aconitum napellum

Aconito blu
Aconitum variegatum

A forza di osservare con attenzione ogni erba sul ciglio, dove due anni fa lo avevo visto crescere così copioso, ho finalmente ritrovato la foglia, e alla fine ho riscoperto nella sterpaglia un paio di fiori blu, seminascosti da una prorompente crescita di steli di equiseto (vedi 6 settembre 2008).

Forse alla lunga l’aconito si riprenderà il territorio, come lo sta facendo l’equiseto, erba preistorica certamente resistente. Ma questo episodio mi ha fatto riflettere su come l’intervento umano, seppure inevitabile, modifichi nel profondo, dall’inizio della storia, l’ambiente e la natura. La pulizia ad oltranza delle strade di campagna favorisce inesorabilmente la diffusione di poche specie resistenti a tutto, che piano piano prendono il sopravvento su tutte le altre, destinate a diventare sempre più rare.

Nigella, la damigella scapigliata

Nigella damascena

Nigella damascena

 
La nigella è fiorita finalmente nel mio giardino. I colori di oggi sono bianco rosato e azzurro (cliccate sulle immagini per vederle più grandi), ma forse ne mostrerà altri, perchè come tutte le ragazze scapestrate lei è piena di sorprese. Questo fiorellino strordinario nasce da semi scuri (da cui il nome nigella, da nigra), contenuti in capsule che sembra piccole lanterne. Ho raccolto qualche seme in un giardino e li ho piantati nel mio. La pianta è annuale, ma generosa, cioè non occorre riseminarla perchè provvede, in modo molto più efficiente, da sola.

Nigella damascena

Nigella damascena


Damigella scapigliata e anche fanciullaccia, le dedico questi versi scritti per una giovane ventenne da Eugenio Montale, un poeta che sempre mi capisce.
 
 

Esterina, i vent’anni ti minacciano,
grigiorosea nube
che a poco a poco in sé ti chiude.
Ciò intendi e non paventi.

Hai ben ragione tu! Non turbare
di ubbie il sorridente presente.
La tua gaiezza impegna già il futuro
ed un crollar di spalle

dirocca i fortilizi
del tuo domani oscuro.
T’alzi e t’avanzi sul ponticello
esiguo, sopra il gorgo che stride:
il tuo profìlo s’incide
contro uno sfondo di perla.
Esiti a sornmo del tremulo asse,
poi ridi, e come spiccata da un vento
t’abbatti fra le braccia
del tuo divino amico che t’afferra.

Ti guardiamo noi, della razza
di chi rimane a terra.

Aconito, l’erba veleno

Aconito azzurro

Aconito screziato
Aconitum variegatum

L’aconito sfoggia dense spighe di grandi fiori blu dall’elegante forma di elmo o di cappuccio. Fra i suoi nomi inglesi c’è proprio monkshood, cappuccio di monaco. Ma anche devil’s helmet, elmo del diavolo, perché la fama di questa pianta, piuttosto comune in tutta l’Europa temperata, dai Balcani alla Francia all’Ucraina e pure apprezzata come ornamentale, non è certo legata alla sua bellezza. L’aconito, si legge un po’ ovunque, è la pianta più velenosa presente nella flora europea e la sua lunga storia è costellata di aneddoti funesti. C’è chi lo ha scambiato con il rafano e ha grattugiato la sua radice per accompagnare l’arrosto e chi l’ha sgranocchiata ingenuamente durante una gita sui monti. Pochi hanno riportato testimonianza di che cosa sappia.
Doveva essere noto anche in Grecia, perché greco è il suo nome. L’etimologia è controversa, ma qualsiasi ne sia l’origine è certissimo che il primo significato è “erba velenosa”. I nomignoli gli fanno il verso, veleno di lupo, veleno di leopardo, veleno di topo e persino veleno di donna.

Aconito Aconitum napellus

Aconitum variegatum

Ho già parlato della sinistra fama dell’aconito giallo, suo fratello più rustico e forse meno avvenente, ma altrettanto perfido.

Di questa specie, forse A.variegatus, di una tonalità fra il celestiale e l’angelico, una fioritura sterminata ornava i bordi di una strada collinare della Val Brevenna verso la fine del mese di agosto.

La tossicità dell’aconito deriva dalla presenza di alcaloidi, principalmente aconitina e nepalina, che sono fra i veleni vegetali più potenti che esistono. Essi si legano a proteine essenziali per la conduzione nervosa e il funzionamento del cuore. Questa stessa pianta tuttavia è utilizzata come farmaco nelle medicine tradizionali, prima fra tutte quella cinese, che indica varie metodiche per ridurne la tossicità. Le specie usate dalla medicina cinese sono differenti da quelle europee e sono A.kusnezoffii e A.carmichaeli, ma il loro aspetto è veramente simile alle nostre specie.  L’aconitina viene menzionata già nel più antico libro di fitoterapia cinese, Shennong Bencao Jing ( 神农本草经 ), un trattato la cui origine è leggendaria, ma la cui edizione è storicamente collocata fra 200 avanti Cristo e 200 dopo Cristo. Catalogato fra le medicine ad azione violenta, l’aconito è consigliato in casi critici, malattie croniche e di difficile eradicazione, ed anche in tempi decisamente più moderni ne è riconosciuta l’efficacia come anti-infiammatorio, analgesico e antitumorale. La strategia che permette di recuperare queste virtù salutari da un preparato così tossico è appassionante come una formula magica. Si parla di immergere in acqua e sale per giorni, bollire, cucinare a vapore, e soprattutto combinare con altre sostanze, liquirizia, soia, peonia, zenzero, rabarbaro, cannella, che hanno il potere di neutralizzarne il veleno. Quello che chimicamente avviene mediante questi trattamenti è una reazione di idrolisi, ovvero la decomposizione degli alcaloidi diterpenoidi diestere in alcaloidi monoestere, meno tossici, fino agli alcaloidi diterpenoidi non-esterificati che non presentano più tossicità. L’aconitina diventa aconina e si converte da strega in fata buona. Ma che ne è della sua efficacia? I cinesi sono convinti che ne mantenga abbastanza per fare dell’aconito un rimedio significativo per malattie cardiache, reumatiche e nella terapia del dolore. D’altronde che servirebbe una medicina che uccide il paziente? Si rammaricano tuttavia i cinesi di non essere ancora riusciti a convincere gli occidentali che i loro metodi di detossificazione siano sicuri ed efficaci e che ancora dalle nostre parti si preferisca guardare quest’enigmatica affascinante ranuncolacea da opportuna distanza.

Un’epatica, o meglio due

Epatica Hepatica nobilis

Hepatica nobilis

La primavera bussa sempre più forte e sul bordo della strada, al confine fra la spazzatura e il bosco, ripido e ancora spoglio, fanno capolino cespi di epatiche dagli stupendi fiori blu. La loro fioritura è brevissima, dura appena poco più di una settimana e segna inequivocabilmente l’inizio della nuova stagione. La parola epatica naturalmente ha prima di tutto a che fare con il fegato e già è difficile capire che cosa c’entri il fegato con le piante, se non per le proprietà curative di alcune di esse. La ragione per cui questa bella ranunculacea ha questo nome così poco poetico non è univoca, ma spesso ricondotta alla forma della sue foglie, trilobate, la cui forma, e il colore rosso viola che assumono quando invecchiano, ricorderebbe quella del fegato. Ho già parlato di questo fiore, che preferisco chiamare erba trinità, il 15 marzo 2009 e anche delle sue foglie.

Epatica Conocephalum conicum

Conocephalum conicum

C’è un’altra pianta, o meglio una grande categoria di piante, che ha lo stesso nome, epatica, ma è molto differente in sotto ogni aspetto. Le epatiche sono una divisione di piante non-vascolari, quindi affini ai muschi, sono piante antichissime e dotate di un sistema riproduttivo primitivo. Crescono nei luoghi umidi, spesso sono appiattite e assomigliano ad alghe. Questa pianta l’ho trovata sul bordo di un vecchio lavatoio abbandonato. Provo a darle un nome, Conocephalum conicum, sempre con il grande aiuto degli esperti di actaplantarum, quindi della famiglia della Conocephalaceae, divisione Marchantiophyta, nome scientifico moderno per le epatiche. naturalmente non ne ho la certezza, non ho interpellato luminari e me la tengo come curiosità. Tralascio anche le complesse questioni di classificazione, ma perchè mai queste piante ancestrali si chiamano epatiche? Questo nome pare sia generato da una serie di equivoci e da una millantata utilità di queste piante, e in particolare Marchantia polymorpha come efficaci rimedi nelle malattie del fegato. Questa leggenda sarebbe originata dall’antica dottrina della segnature secondo la quale la forma delle piante era un’indicazione della loro efficacia terapeutica a vantaggio dell’organo a cui assomigliavano. L’esempio più semplice di questa teoria è quello del gheriglio di noce il cui aspetto contorto richiama le convoluzioni cerebrali e quindi dovrebbe essere benefico per il cervello.
L’aspetto della marchantia e delle altre epatiche ricorda il fegato? Allora al fegato fa bene. Peccato che ci sia poco riscontro in queste due osservazioni, la forma del fegato è così approssimata che quasi ogni specie vegetale potrebbe assomigliargli, e la dottrina delle segnature è una scorciatoia un po’ ingenua per la ricerca di piante officinali. Un altro equivoco viene poi generato da un errore vero e proprio denunciato dal grande botanico ed erborista Fuchs (quello della Fuchsia, vedi 7 ottobre 2009) che si indigna contro gli scrittori che hanno attribuito a queste piante il nome di epatiche come curative del fegato, quando gli antichi Plinio e Discoride innanzitutto non hanno mai accennato ad alcun uso interno, ma soltanto all’utilizzo esterno come unguento. Un unguento per curare il fegato? Non direi proprio, ha ragione Fuchs, meglio non fermarsi alle apparenze.