Clerodendro cinese, piccolo albero della buona sorte

Clerodendro cinese

Clerodendro cinese  – Clerodendrum bungei

 

Tempo fa mi chiedevo perchè il clerodendro ha questo nome, albero o pianta del destino o della buona sorte. Si tratta, è facile intuirlo, di una pianta sacra, usata in oriente, di dove è originaria, nelle cerimonie religiose. Mi convince assai meno l’interpretazione che farebbe risalire il nome all’azzardo che c’era nell’utilizzare questa pianta, dato che alcune specie sono tossiche ed altre officinali. Questa circostanza peraltro è vera per molti generi di piante, commestibili e nutrienti, o indigeste e tossiche a seconda della dose di certi componenti (vedi per esempio la patata).
Il genere Clerodendrum comprende alberi d’alto fusto, ma anche arbusti più modesti, come questa specie ornamentale,  che è assai esuberante e robusta, anche se sensibile alle gelate. Tutte le specie hanno fiori a forma di piccole stelle, prepotentemente profumati e riuniti in infiorescenze a ombrello rotondeggianti. Fiori che attirano le farfalle e anche, dove ci sono, i colibrì.  Clerodendrum bungei, ovvero clerodendro di Bunge (insigne botanico russo-germanico), ma volgarmente detto clerodendro cinese, non fa eccezione, anche se, a differenza dei fiori, le foglie sprigionano al contatto un odore pungente e sgradevole e la pianta è conosciuta anche come C. foetidus.
Clerodendrum appartiene alla famiglia delle Lamiaceae, ma talvolta viene assegnato alle Verbenaceae, tanto che nel dubbio io le ho indicate entrambe.

Fotografato nell’agosto di qualche anno fa, vicino a San Desiderio, Genova.

Lantana in costiera

Lantana camaraUna vistosa profusione di giallo e arancio investe il viaggiatore non appena supera la punta sopra Sorrento e scende lungo l’assolato crinale della costiera amalfitana, verso un mare di puro cristallo blu. Arduo descrivere con parole un luogo così incantevole. Ma è quanto meno curioso che il fiore dominante, in questo assolato settembre, sia la lantana camara, esotica essenza vagabonda di origine americana. Il termine ‘vagabonda’ è quello che usa  Gilles Clement, il geniale architetto paesaggista autore del manifesto del Terzo paesaggio e teorico del giardino planetario, ed è un modo romantico di chiamare quelle che gli altri paesaggisti classificherebbero come pericolose infestanti. Sono le ‘erbe, arbusti e fiori che hanno conquistato il mondo’,  si adattano ad ambienti nuovi con facilità e crescono esuberanti fuori da ogni controllo. Esistono piante bellissime e preziose che hanno questa proprietà. La lantana camara, famiglia delle Verbenaceae, è originaria dell’America e importata in Europa come ornamentale, è da tempo considerata invasiva negli ambienti tropicali. Neppure Clement le risparmia critiche, per la rigidità del portamento (crespa come gli steli delle eriche…), la rugosità del fogliame al tatto (effettivamente sembra una grattugia…) e quell’aria sicura e al tempo stesso rustica e irregolare, senza alcuna modestia. Una pianta sfacciata insomma, dalla fioritura troppo lunga, monotona, talmente presente da diventare invisibile.
E pensare che io la ammiravo  tanto le prime volte che l’avevo incontrata nei vivai una quindicina di anni fa, e la trovavo graziosa, generosa e potente. Mi aveva impressionato positivamente la sua resistenza agli estremi del clima, non al freddo certo, ma al caldo torrido dell’estate 2003, che niente ebbe da invidiare alle estati tropicali (vedi il post dell’ 8 novembre 2009). Poi la sua persistenza, capace di fiorire e rifiorire fino all’autunno (vedi 26 ottobre 2014).
Tant’è la lantana mi piace, e le perdono la brutta fama di invadente che l’ha da tempo bandita dall’Australia (paese severissimo nella guerra implacabile, anche se non so quanto efficace, contro le vagabonde di tutto il pianeta) e da vari paradisi tropicali. Non dalla costiera amalfitana però, dove tutto sommato fa proprio una bella figura.

Visite per la lantana

lantana sellowiana

Lantana sellowiana

L’autunno è ormai alle porte, come ci racconta l’aria frizzante, i colori cangianti della foglie, e la penombra del precoce tramonto. Nel nostro tempo ormai quasi solo tecnologico, l’inizio dell’autunno è segnalato dall’ordine superiore di spostare di un’ora indietro le lancette dell’orologio in una notte di ottobre.
Soltanto una settimana fa, questa sfinge colibrì si affacendava senza sosta sugli abbondanti fiori della lantana in fondo al giardino. Questa falena, il cui nome vero credo sia Macroglossum stellatarum non si posa mai, ma le sue ali si agitano senza sosta, portandola di fiore in fiore a infilare la sua spirotromba in fondo alle corolle per succhiare il nettare. Proprio fatti per lei i fiori della lantana, con petali concresciuti a tubo, esili, ma profondi.
Ho imparato a diffidare dei lepidotteri, fra cui si annoverano individui pericolosissimi, capaci di generare miliardi di bruchi famelici. Credo (spero) che le sfingi colibrì siano innocue da questo punto di vista. Le avevamo già viste all’opera nelle sere d’estate sulle belle di notte (Mirabilis jalapa, 18 settembre 2009). Ma questi fiori sono stati spazzati via velocemente delle tempeste di inizio ottobre. Invece resiste la lantana, pianta originaria del Sud America e dalla generosa fioritura che può durare fino ad autunno inoltrato. Anche se il vento le ha spezzati alcuni rametti, la pianta ha gradito la pioggia abbondante e ha ripreso la fioritura che si era quasi arrestata a fine settembre. La lantana è un’esotica della famiglia della verbenaceae, da non confondere con Viburnum lantana, caprifoliacea, che si può incontrare al limitare dei nostri boschi.

vedi anche 8 novembre 2009

Verbena del Brasile

Verbena litoralis

Verbena litoralis


Nel disordinato e asciutto greto del torrente Bisagno, non molto lontano dal ciglio della strada, incontro questa verbena che è diversa da quelle conosciute. Si chiama verbena del Brasile perchè è nativa dell’America centro meridionale, anche se si è velocemente e felicemente diffusa un po’ dappertutto, dall’Australia al Sud Afriaca, dalle Hawai al Mediterraneo occidentale. In inglese si chiama anche verbena delle spiagge (seashore vervain), nome che rieccheggia quello scientifico. Cresce sottile e robusta, come tutte le verbene selvatiche, sui lunghi steli i suoi fiorellini minuscoli si perdono nella polvere dell’estate.

Duranta erecta

Duranta erectaLa duranta è un arbusto americano, molto ornamentale, che unisce alla bellezza del fiorellini di un pallido lilla, quella delle bacche, arancio brillante, ormai dominanti in questa stagione.

Un altro ricordo dell’indimenticabile visita a villa Hanbury dell’agosto 2010 e ritrovata nel novembre 2015 presso il giardino botanico di Palermo

Questa pianta, che era abbastanza sconosciuta fino a qualche anno fa, tanto da non essere molto menzionata nei libri di botanica e giardinaggio,  sta diventando piuttosto comune e ricercata, anche perchè sta guadagnando la fama di essere abbastanza tollerante ai rigori del clima. Tuttavia non mi fiderei troppo, tropicale è e tropicale rimane, e da il suo meglio in regioni decisamente miti, come la Sicilia.

 

Duranta erecta

Duranta erecta
giardino botanico di Palermo

Verbena

Verbena ibrida
Non è la piccola, ma solo apparentemente insignificante, verbena officinalis (11 agosto 2009), la pianta sacra di molte mitologie mediterranee. Non è neppure l’esotica e sfuggente verbena bonariensis.
Più probabilmente si tratta di un ibrido particolarmente appariscente per il colore acceso dei fiori. Questi ibridi, di orgine americana, sono vendute come perenni, ma raramente, almeno per me, sopravvivono alla prima fioritura. Quindi me la godo così com’è, senza farmi trope illusioni. Ma una giorno mi procurerò una verbena vera, quella magica.

Clerodendro

Clerodendro
Le foglie ormai gialle, rinsecchite e accartocciate, il clerodendro o albero del destino, o meglio, se preferite, della buona sorte, si è ricoperto dei suoi piccoli frutti a stella, con bacca violacea al centro. Come il kaki (15 novembre 2009, vedi anche 28 novembre 2008) , o l’evonimo (31 dicembre 2009, vedi anche 12 agosto 2008 e 30 giugno 2010), o altri alberi a bacche colorate, si veste per la stagione da albero di Natale.

Pianta di origine orientale, viene coltivata nei giardini e per quest’uso è piuttosto comune. L’ho scoperto occhieggiando giù per il pendio della mia strada di casa, sporgendomi pericolosamente dal finestrino del mio cavallo di latta, (meglio se alle guida c’era un’altra persona) in un giardino di Bavari (Genova). Non lo avevo mai visto. Sono stata costretta dalla curiosità a ripassare per quella stessa strada, a piedi e, seppure in ritardo l’ho incontrato, dicembre 2009, ancora carico di frutti. Mi rimane il dubbio del perchè si chiami albero del destino. In precedenza assegnato alla famiglia delle Verbenaceae, secondo la moderna classificazione è viceversa incluso nelle Lamiaceae.

Caryopteris

caryopteris clandonensis
E’ un piccolo arbusto senza problemi, aromatico, solido e rustico. Ha il fogliame grigio argentato e i fiori blu lavanda. Perde le foglie e non teme il freddo. I suoi rami si allungano, lunghi e sottili, con piccoli fiori sparsi; per cui occorre potarlo in primavera, fino a due o tre gemme dalla base, senza mai asportare il ‘legno vecchio’.

Agnocasto

vitex agnus-castus
Ha dei fiori molto belli quest’alberello, piuttosto un arbusto, della famiglia delle verbenaceae*, e, insieme alla verbena (11 agosto 2009), è uno dei pochi esponenti mediterranei di questa famiglia. Ma la stagione dei fiori è ormai conclusa, e anche all’agnocasto restano solo i piccoli frutti, qui ancora immaturi, carnosi, simili a bacche, nero-rossicci a maturazione; venivano impiegati come succedaneo del pepe.
Alberello dai mille segreti, indicato per risolvere molteplici problemi di salute, dalla colite al raffreddore, come lassativo o per stimolare il latte delle puerpere. Ma soprattutto è famoso per calmare i bollenti spiriti, a causa delle supposte proprietà “anti-afrodisiache”, utili per monaci e sacerdoti. Da cui il nomignolo ‘pepe dei monaci’ che si porta dietro, insieme a un nome specifico che suggerisce castità e purezza.
Strano incontro, nell’orto botanico di Genova. In Liguria non cresce spontaneo e io non l’avevo mai visto.

*Cito però da actaplantarum : La sottofamiglia Viticoideae a cui appartiene Vitex agnus-castus, prima considerata appartenente a Verbenaceae, secondo la moderna classificazione è stata inclusa nelle Lamiaceae.

Verbena bonariensis

verbena bonariensis
Incontrata nell’orto botanico di Lucca, questa delicata verbena, cara ai cultori di giardini di rustica raffinatezza.

L’origine è tropicale, anche se il nome significa verbena di Buenos Aires, città che non è proprio sul tropico. Forse vuol dire semplicemente che viene da lontano, o meglio che è stata conosciuta e commercializzata in Argentina prima che in Europa. Personalmente preferisco la verbena selvatica (verbena officinalis, 11 agosto 2009) che si incontra sui bordi delle strade qui da noi. Non perchè sia più bella, anzi per nulla, ma semplicemente la sento più vicina e intrigante. Di questa verbena avrei un po’ di soggezione a coltivarla, sempre timorosa che non si trovi a suo agio. Preferisco, per ora, contemplarla nei giardini degli altri.