La primavera immancabilmente …

primavera

Prunus spinosa

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Solo et pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
dove vestigio human l’arena stampi.
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Talvolta le giornate umane sembrano susseguirsi una uguale all’altra, con insormontabile monotonia. Gli oggetti, le cose e i volti che ci circondano non sembrano capaci di alleviare il tedio e l’uniformità della nostra prigione. Soprattutto in questo periodo, quando le distrazioni e gli svaghi sembrano preclusi e qualsiasi cambiamento appare crudelmente impossibile e proibito.
Credo che sia per questo che la natura ci ha regalato la primavera. Mentre le altre stagioni si fanno sempre annunciare ed arrivano, desiderate o temute, a volte liberatorie, a volte soffocanti, ma sempre prevedibili, la primavera è sempre inaspettata. E non c’è bisogno di preoccuparsi, di affrettarsi e correre per arrivare in tempo, non c’è bisogno di appuntarselo sull’agenda, di regolare la sveglia, di fare telefonate, di compilare domanda, chiedere informazioni, cercare consigli, pretendere raccomandazioni, inviare solleciti, di inoltrare reclami, di aggiornare il sistema operativo, caricare l’app, confermare i dati, premere il pulsante …
Non c’è nulla da fare. La primavera arriva.

primavera 2020

Prunus – 8 marzo 2020

primavera 2021

Prunus – 9 marzo 2021

Anche questa mattina, esattamente come un anno fa, mi sono arrampicata un po’ per le colline alla ricerca di nuove fioriture. Lontano quanto possibile dagli assembramenti umani che continuano ad essere poco raccomandabili. Mi viene incontro l’esplosione dei pruni, coriandoli candidi nel bosco spoglio, e qualche cespo di viburno, dall’aspetto solido e rassicurante.

Quest’anno le fioriture sono un po’ più indietro rispetto all’anno scorso. Ci sarà pure il riscaldamento globale, non metto in dubbio che le temperature medie siano aumentate, ma la natura ha tempi imperscrutabili, e, complice forse la luna (il primo plenilunio di marzo sarà il 28) non è sempre attenta a scadenze fisse.

Non mancano all’appello le splendide epatiche (Hepatica nobilis) e gli anemoni stellati (Anemone hortensis), è la loro stagione e non bisogna proprio lasciarseli sfuggire. Questi anemoni, detti anche anemone dei fioristi perchè frequentemente coltivati, sono spontanei fino alla Liguria e all’Emilia Romagna, ma assenti nel Nord. Si incontrano a frotte, nel bel mezzo dell’erba ancora marroncina. Il fiore è unico, profumato, con petali appuntiti, rosei, violetti o quasi bianchi, stami azzurro viola e antere nere, mentre le foglie basali sono lobate e laciniate, quelle cauline (cioè le foglie che crescono sullo stelo) formano un verticillo di tre o più foglie allungate, a una certa distanza al di sotto del fiore.

Viburnum tinus

Anemone hortensis

Anemone hortensis

Potentilla erecta

Potentilla erecta

Potentilla erecta

Pianticella dai molti nomi e dalle molte forme, ha portamento slanciato (eretto) per quanto possibile per un’erbetta minuta, con foglie palmate, frastagliate, tre segmenti e due stipole, foglie sfuggenti, che scappano quando sbocciano i fiori, sgargianti corolle gialle in cui  neppure il numero dei petali è definito (possono essere da 3 a 6).  Varie specie del genere Potentilla si chiamano volgarmente cinquefoglie e neppure questa fa eccezione, con il curioso aggettivo di tormentilla, che era il nome originariamente attribuitale da Linneo nel 1753.  Questo singolare nome di tormentilla deriverebbe da torméntum, per la capacità della pianta di alleviare il dolore,  mentre il nome attuale deriva semplicemente da potens, potente e si riferisce ancora una volta all’efficacia delle sue qualità curative.

Simile alla Potentilla reptans (cinquefoglie comune, vedi 27  marzo 2009), che ha un portamento strisciante e foglie palmate, composte di cinque foglioline seghettate, anche questa è una pianta ricca di importanti principi attivi, soprattutto tannini, utili per il trattamento della diarrea e le infiammazioni della cavità orale.

Rhaphiolepis

Rhaphiolepis indica

Rhaphiolepis indica

Rhaphiolepis indica

Rhaphiolepis indica

Conosco questo grazioso cespuglio della famiglia delle Rosaceae, Raphiolepis, solo da qualche settimana e già l’ho incontrato più volte, con fiori rosa o bianchi carnosetti,  le foglie spesse e graziosamente ovali.  Inconfondibile, eppure simile a tanti altri fiori primaverili da giardino, forma siepi compatte e attraenti, come il viburno e la fotinia. Questa è indubbiamente la sua stagione,  proprio in questi giorni dà il meglio di sè, come molti altri del suo genere, peraltro.

Ho fotografato questi esemplari alla Landriana, nobile giardino a sud di Roma nato dall’amore della nobildonna Lavinia Taverna e dall’arte del ‘gardener’  inglese Russel Page. Un ‘gardener’, apprendo durante la visita guidata, non è un giardiniere, nè un architetto del paesaggio, ma è entrambe le cose e molto di più.  Soprattutto un artista che armonizza colori e forme, come un pittore. Dovremmo forse interpellare qualche linguista per scoprire come e se è possibile trovare una parola italiana per ‘gardener’.  Contemplo estatica e ammirata questa meravigliosa opera vegetale.  Anche se devo confessare che la mia anima è più affine al giardino planetario di Gilles Clement, dove c’è posto un po’ per tutto e anche asilo per i vagabondi.

Tornando al Rhaphiolepis, si tratta di un arbusto originario delle zone temperate calde e subtropicali dell’estremo oriente. Quindi la sua coltivazione richiede un’esposizione soleggiata, e un clima caldo e mite, anche se alcune specie (ma non R.indica) tollerano temperature fino a -15° C. Il suo nome comune in inglese è ‘Indian hawthorn’, dovremmo tradurre come biancospino indiano, anche se non vedo grandi somiglianze con il biancospino (Crataegus monogyna), a parte la comune appartenenza alle rosacee. Fra l’altro non mi risulta che Rhaphiolepis sia spinoso, quindi certamente non lo chiamerò biancospino.

Pado, il ciliegio a grappoli

Prunus padus Pado

Prunus padus
Pado

Il suo nome, Prunus padus, non lascia dubbi sulle sue origini, la grande pianura del Po, Padus in latino. I fiori sono le scintillanti corolle candide dei ciliegi, ma disposte in pannocchie o grappoli vistosi. Nel nobile giardino della Landriana, il pado sfoggia il suo splendore primaverile, senza sfigurare fra i pruni esotici del Giappone, i Sakura rosa, che lo circondano.

Qui sfruttato per la sua bellezza, il pado è un albero dal glorioso passato. Originario della zona temperata boreale euroasiatica, è resistente anche nei climi più freddi e può essere impiegato come portainnesto.  Fin dal medioevo erano note le sue proprietà officinali e salutari, anche se i suoi frutti sono molto più duri e amari delle ciliegie.  Come altri pruni, noccioli e corteccia sono ricchi di amigdalina che è una sostanza tossica.

I suoi utilizzi erano veramente molteplici. I fiori, i frutti e le foglie venvano impiegati per calmare la tosse e rinvigorire la milza. La corteccia era utilizzata come pesticida naturale distribuendola sui campi di patate e nei meleti perchè glicosidi e fenoli cianogenici proteggevano le coltivazioni dagli attacchi degli insetti e dei roditori. I frutti, la corteccia, le foglie polverizzate e i fiori  sono ancora usati come anestetici e disinfettanti in Russia e  Scandinavia.  Inoltre i frutti sono utili per problemi intestinali e digestivi, un po’ come i mirtilli.  Nel Nord Est Europa, si usano i frutti secchi e ridotti in polvere mischiati alla farina, oppure per preparare liquori e succhi(1).

(1)Uusitalo, M. European Bird Cherry (Prunus padus L.)—A Biodiverse Wild Plant for Horticulture; Agrifood Research Reports, No. 61; MTT Agrifood Research Finland: Mikkeli, Finland, 2004

Rosa banksiae

Rosa banksie

Rosa banksiae lutea

Finalmente è fiorita anche la mia piccola spalliera di Rosa banksiae lutea, arrampicata verso il cielo davanti al vetro anteriore della serra.

Rosa banksiae

Rosa banksiae lutea

La Rosa banskiae o rosa di Lady Banks è un’antica rosa botanica che cresce sopra i 500 metri di altitudine in vaste aree della Cina.  E’ molto profumata ed è quasi priva di spine, smentando così tutti i modi di dire più o meno poetici che gli occidentali hanno inventato per le rose spinose.  Si fa quasi fatica a chiamarla rosa.

La varietà originaria è bianca, a fioritura abbondante e precoce.  Il nome glielo diede William Kerr, botanico scozzese, discepolo del direttore dei Kew Gardens Joseph Banks, per incarico del quale si trovava appunto in Cina a cacciare piante.  Dedicò così la splendida rosa scoperta alla moglie del suo mentore, mentre al suo nome è legata la Kerria, sorta di rosa giapponese di genere tutto suo.

Oltre a quella bianca, anche la varietà gialla, lutea appunto, è molto ricercata e generosa e attualmente forse la più comune nei nostri giardini. La fioritura però è piuttosto breve, e già a maggio la dovremo salutare, accontentandoci delle piccole foglie verde intenso, persistenti e tenaci per tutto l’anno.

Kerria japonica, rosa giapponese

Kerria japonica

Kerria japonica ‘Pleniflora’
monte di Portofino

La Kerria japonica è una rosa giapponese, anche se rosa propriamente non è, e deve il suo nome a William Kerr, botanico scozzese che per primo la fece arrivare in Occidente.  La ricerca delle piante esotiche fu una nobile impresa dei secoli passati che vide in prima linea i britannici, da sempre grandi appassionati di giardini. Erano i mitici cacciatori di piante che si smarrivano nell’estremo oriente divisi fra la passione per la botanica e quella per l’avventura. Dapprima furono i missionari a inviare in patria semi e tuberi di specie botaniche esotiche sia dall’America che dall’Oriente; poi i commercianti di specie ornamentali, capitanati dagli olandesi a caccia di tulipani, al centro della prima grande bolla speculativa ante litteram della storia; infine anche gli studiosi nel Settecento intrapresero viaggi sistematici alla ricerca di piante interessanti  per medicina e farmacopea, per i loro principi attivi, ma anche nuove piante alimentari, o utili per la nascente industria moderna. Moltissime nuove specie venivano esportate in Europa non più solo come seme o radice, ma comeesemplari vivi, spediti via mare grazie ai nuovi veloci Clipper britannici o sulle prime navi a vapore in vere e proprie serre da trasporto, le Wardian Case.

William Kerr era proprio un cacciatore di piante, spedito in Cina da Joseph Banks, suo maestro e superiore nei  Kew Gardens, i giardini reali britannici. Disperso, forse vittima dell’oppio, in quelle terre esotiche, ha lasciato il suo nome a questo fiore generoso che, come altree rosacee, fiorisce prima di avere sviluppato pienamente il fogliame. La cultivar più diffusa in Europa è detta Pleniflora e ha fiori doppi e globosi come ponpon gialli, con doppia fioritura in primavera e autunno, come si vede da questa fotografia, scattata in aprile, e quella che ho già pubblicato qualche anno fa in settembre.

Kerr regalò all’Occidente anche un’altra bellissima rosa orientale, la rampicante Rosa banksiae, che battezzò in onore del suo maestro e di cui parlerò un’altra volta.

Pero corvino

Amelanchier canadensis

Amelanchier canadensis

Ecco i fiori dell’Amelanchier, detto anche pero corvino, sbocciati sul piccolo arbusto che cresce nel mio giardino. Avevo già mostrato i frutti acerbi nel magico parco di Burcina a Biella. Questa specie è la stessa di allora,  Amelanchier canadensis, mentre la specie che è spontanea nel nostro paese,  Amelanchier ovalis,  è  più tomentosa e con petali più sottili. Tipica rosacea, ha appena cominciato a mettere le foglie.  Messa a dimora due anni fa, forse quest’anno assaggeremo i piccoli frutti.