Alaterno

Rhamnus alaternus Alaterno

Rhamnus alaternus

L’alaterno fiorito mi viene incontro sul ciglio della strada di casa, una strada costeggiata da arbusti di macchia, e qualche roverella spoglia, una strada ripida e contorta, ma sempre solcata da un ininterrotto flusso di motori, auto, moto e furgoni, nella loro esasperante corsa verso urgenti e irrinunciabili destinazioni. Le piante sul margine della strada se ne stanno quiete a godersi l’avanzare delle stagioni. Hanno le foglie impolverate, stropicciate, ricamate con brandelli di ragnatele e qualche macchietta nera, parassita o catrame, alla base dei piccioli.  Ora la primavera regala mazzi di fiori chiari alle ascelle e subito anche le foglie sembrano molto più verdi e molto più belle.

Rhamnus alaternus Alaterno

Rhamnus alaternus

Della famiglia della Rhamnaceae, l’alaterno è uno dei protagonisti della macchia mediterranea e, insieme a un gruppetto di altre irriducibili, uno dei residui più autentici dell’antica macchia sempreverde subtropicale, quella che un tempo era dominata dai lecci. L’aspetto e il portamento è simile a quello di vari altri arbusti con cui condivide l’habitat, come l’ilatro comune (Philirrea latifolia), con cui potrebbe essere facilmente confuso. Ma non sono neppure parenti stretti, perché Philirrea è un olivastro della famiglia dell Oleacee e si distinguono immediatamente osservando la disposizione delle foglie, opposte sul ramo quelle dell’ilatro e alterne quelle dell’alaterno. Ed è persino facile ricordarlo per l’assonanza del nome della pianta con “alternus” ossia alternato, assonanza di cui, di dice, approfittò appunto Linneo per battezzare la specie.

L’alaterno è una pianta robusta, solida e schietta, non particolarmente attraente, ma neanche priva di fascino antico. Utile come siepe e frangivento, uno dei suoi nomi volgari, legno puzzo, ricorda come il suo legno, duro e bruno, emani al taglio un cattivo odore. Però ugualmente quel legno venne utilizzato per secoli per lavori di ebanisteria. Le bacche, che non sono certo appetibili e contengono anzi principi tossici, erano comunque un’antica medicina e tutte le parti della pianta vennero a lungo impiegate come coloranti.

 

 

Narciso

Narciso tazzetta

Narcissus tazetta

Racconta Ovidio nel suo poema ‘Metamorfosi’ che Narciso era un giovane di così bell’aspetto da suscitare passione in chiunque lo guardasse, ma così innamorato di se stesso da rifiutare le attenzioni di tutti i suoi spasimanti. Fra gli altri quelle della ninfa Eco che di lui si invaghì e, rifiutata, si ridusse solo ad una voce.  Narciso fu condannato a trascorrere il tempo contemplando il suo volto riflesso nell’acqua senza poter mai raggiungerlo. Sfinito e struggente si lasciò morire e venne in ultimo trasformato in un magico fiore bianco, il narciso. Questa doveva essere la sua punizione e maledizione; infatti per gli antichi i fiori erano simbolo di castità e lontananza dalle brame carnali perché erroneamente si riteneva che fossero privi di sesso. Al contrario sono proprio i fiori la sede dell’incontro amoroso nelle piante, e i narcisi, con le loro corolle vistose ed eleganti, hanno una vita sessuale vivacissima, come osserva Jonathan Silvertown nel suo libro La vita segreta dei semi (1).

Narciso trombone

Narcissus pseudonarcissus

Ancor prima che il Narcissus poëticus  ricopra di luce e oro le prateria Appenniniche, i suoi precoci parenti di varie specie e forme compaiono nelle aiuole dei giardini e sul bordo dei tratturi di campagna.  Lungo il sentiero dell’acquedotto storico di Genova, le raffinate corolle del narciso tazzetta (Narcissus tazetta) si nascondono all’ombra di qualche arbusto. Questo narciso deve il suo nome alla lucida paracorolla a forma di tazzina gialla.

Narciso provenzale

Narcissus pseudonarcissus L. subsp. provincialis
bosco della Neviera Grande, Taggia (IM)

E sul bordo del prato, sotto il peccio (Picea abies) e in mezzo al manto dei suoi aghi, spunta e sboccia ogni febbraio il trombone (Narcissus pseudonarcissus), che si chiama anche giunchiglia. Il nome comune deriva ancora una volta dalla forma della paracorolla, un tubo lungo il doppio del suo diametro, mentre il nome scientifico dovrebbe far pensare a un narciso non proprio autentico, probabilmente per confronto con il narciso per antonomasia, cioè N.poëticus. Il narciso trombone ha varie sembianze e ciò presuppone esistano diverse sottospecie. Una di queste, Narcissus pseudonarcissus subsp. provincialis, ovvero narciso provenzale, inizialmente descritta sulle prealpi francesi di Grasse, interamente giallo e di dimensioni minute, compare anche nei boschi di Taggia (IM) nei dintorni della Neviera Grande.

Narciso papiraceao

Narcissus papyraceus

Nei giardini Hanbury di Ventimiglia, uno dei più ricchi giardini botanici d’Italia, ho incontrato nel mese di gennaio la smagliante fioritura del narciso papiraceo (Narcissus papyraceus), a volte descritto come sottospecie di N.tazetta. La paracorolla in questo caso è bianca e la denominazione specifica suggerirebbe che più degli altri questa pianta presenta elementi di consistenza cartacea.

Tutti i narcisi, seppure di dimensioni contenute, hanno colori molto accesi, bianco e giallo, che mettono a dura prova l’esposizione fotografica e mi lasciano sempre un po’ delusa per la riuscita e messa a fuoco delle immagini. Bisognerebbe dedicare ai fiori più tempo e precisione, e comunque conservare le loro forme, nitide e brillanti, negli occhi della mente.

(1) Jonathan Silvertown, La vita segreta dei semi, Bollati Boringhieri, Torino 2014, pag 33

Farfaraccio

Farfaraccio vaniglione

Petasites pyrenaicus

Come tutti gli anni, nello stesso posto, sul ciglio della strada, fiorisce, precoce e umile, il farfaraccio. Fra qualche cartaccia dimenticata, in mezzo alle foglie a forma di cuore, spuntano stelline bianco rosate e gemme delicate. Lo avevo già incontrato (8 marzo 2010) ai margini di questo boschetto in discesa, come sempre ingombro di rifiuti. Forse quest’anno è in anticipo, come molte altre fioriture; forse negli anni scorsi non l’avevo osservato così presto.  Questa pianta veniva chiamata Petasites fragrans, volgarmente ‘vaniglione’, probabilmente per distinguerlo da altri dall’odore meno gradevole; ma oggi gli viene attribuito con certezza l’epiteto specifico di pyrenaicus dalla sua regione di origine. Dalla Spagna ha colonizzato facilmente l’intero Mediterraneo, anche se in Liguria è ancora considerata alloctona naturalizzata.

Farfaraccio vaniglione

Petasites pyrenaicus

Oggi nel bosco le foglie del farfaraccio vaniglione sono piccoli cuoricini verdi e ordinati. Ma non è sempre così, perché talvolta le foglie di questa pianta possono assumere dimensioni ragguardevoli. Il suo nome deriva dalla parola ‘petasos’ che in greco significava un cappello a larghe tese. Infatti le ampie foglie, spesse e molto impermeabili, si prestano a diventare copricapi di fortuna per offrire riparo dalla pioggia.  Questo è vero soprattutto per quel farfaraccio comune, Petasites hybridus, le cui foglie possono raggiungere gli 80 cm di larghezza.

Petasites albus

La pianta, molto diffusa nelle sue varie specie, cresce in gruppi e forma colonie. Le foglie compaiono dopo i fiori e crescono addossate le une alle altre tappezzando completamente il terreno, come in questo giardino polacco. Non sembra quasi che quei delicati fiorellini, che si aprono sulla sommità di un robusto gambo, ornato di un’altra sorta di foglioline (brattee) rossastre, appartengano alla  stessa pianta delle larghe foglie. L’ho incontrato  anche nella versione  bianca Petasites albus, più in alto sui monti dell’Appennino (vedi 14 aprile 2009), con capolini disposti in dense spighe ovali. Si dice che alcune specie di Petasites siano commestibili, ma tutte, anche le meno appetibili, contengono principi officinali ed erano utilizzate come rimedio per vari disturbi, dalla tosse all’insonnia. Come spesso accade però in tutte le piante medicinali, sono presenti anche componenti tossici, e in particolare alcaloidi dannosi per il fegato.

Viburno

Viburno-tino

Viburnum tinus

Il viburno tino o lentaggine (Viburnum tinus) è una pianta spontanea dell’area mediterranea, sempreverde, variamente utilizzata anche per siepi e bordure. Cresce corimbi di fiorellini bianchi per tutto l’inverno, e bacche persistenti, velenose. Il suo nome, come anche il comune lentaggine, pare derivi dalla flessibilità dei rami, adatti a intrecci e legacci. La pianta ha comunque la durezza compatta degli arbusti mediterranei, rami legnosetti, foglie verde scuro, coriacee.

Viburno-tino

Viburnum tinus – bacche

Lo incontro durante una passeggiata domenicale lungo il sentiero dell’acquedotto storico di Genova, poco oltre il ponte di Cavassolo sul rio Canate. L’aria al mattino è frizzante, ma si scalda rapidamente al sole in un gennaio fin troppo mite. Poco più avanti dei fiori, ecco le bacche. Brillano sui rami come perle nero bluastre.

Ci sono altri due celebri viburni che si fanno notare nei boschi e nei giardini, eleganti e delicati, Viburnum opulus, famoso per le sue palle di neve, e Viburnum lantana. Ma d’inverno si spogliano e non regalano più nulla. Viburno tino invece è il campione di gennaio, la linfa che scorre in queste notti lunghe, il colore dove il colore si è spento.

Arisaro

L’arisaro, pianta tipica dell’areale mediterraneo o dell’olivo, fiorisce per tutto l’autunno e l’inverno in Liguria non troppo lontano dal mare, sul monte di Portofino, ma anche nella vallata del torrente Lavagna, la val Fontanabuona.

Arisaro

Arisarum vulgare
gennaio 2023

Come è tipico nella  famiglia delle Araceae, i suoi fiori sono racchiusi in una brattea, detta spata, tubulosa e striata. In questa specie (Arisarum vulgare), la spata è a forma di cappuccio e lo spadice, cioè l’infiorescenza ramosa, sporge dai suoi bordi piegandosi in avanti come una linguetta che penzola. Le foglie sono persistenti, lucide e spesse, ma morbide e a forma di cuore. Nell’insieme l’aspetto è abbastanza sorprendente e fa venire in mente qualche illustrazione delle favole.
L’arisaro è un parente stretto di Arum italicum, una pianta selvatica e infestante (vedi 12 gennaio 2009), ma anche della calla da giardino, Zantedeschia aetiopica, e di piante più esotiche, come Colocasia esculenta, che si fa chiamare orecchio di elefante quando è ornamentale e igname quando è un alimento.

Arum italicum

Arum italicum
aprile 2009

Davvero Arisarum assomiglia parecchio ad Arum, anche lui pianta dell’areale mediterraneo in senso stretto. E allora succede che talvolta siano chiamate con gli stessi nomignoli, gigaro, o erba biscia, o pan di serpe. Non voglio creare confusioni, per me il gigaro resterà sempre e solo Arum.  Anche i fiori del gigaro, come scrivevo in un vecchio post del 2 maggio 2010 che oggi in parte riprendo, non sono privi di un fascino un po’ inquietante. La parte appariscente però non è il fiore, è ancora una volta la spata, una brattea larga e vistosa che avvolge l’infiorescenza a spadice. Come nella maggior parte della Araceae, grazie a questa struttura arisari e gigari mantengono una temperatura interna, in corrispondenza dei fiori, decisamente superiore a quella esterna, utilizzando per questo riscaldamento una notevole quantità di energia metabolica. Il calore attira in modo efficace gli insetti impollinatori ed è per questo che, nonostante il suo costo, è stato favorito dall’evoluzione.

Calla

Zantedeschia aetiopica

Come nel gigaro, le foglie, il fusto e le bacche dell’arisaro sono velenose.  Ma le radici erano un tempo consumate come alimento e sono tuttora ricercate dai cinghiali che ne sono ghiotti. Nonostante l’accertata tossicità, l’arisaro è stato usato a lungo come medicina per la cura di molti malanni.

Anche la calla (foto a sinistra) , quella da giardino, mostra spadice e spata, quest’ultima larga e candida come il colletto di un abito rinascimentale. Come suggerisce il nome scientifico, Zantedeschia aetiopica, la pianta è di origine africana. Per qualche ragione che non sento veramente di condividere e quindi non so spiegare, la calla è ricercata nei giardini, ospite invitata e vezzeggiata, mentre il gigaro che le assomiglia davvero un bel po’ è un ospite inatteso e spesso sgradito. Misteri dell’animo o dei traffici umani.

Contrasti d’autunno

Contrasti : acero campestre e clematide vitalba

Acer campestre
Clematis vitalba

L’autunno è una stagione di contrasti e spande i colori più vivaci nell’aria grigia. Il vento ha sparpagliato il bosco e la faggeta ormai quasi spoglia si staglia su un tappeto di oro marroncino. Ma l’acero campestre si tiene stretto le larghe foglie ingiallite che conservano ancora qualche sfumatura verde della bella stagione.

Contrasti : corbezzolo e orniello

Arbutus unedo
Fraxinus ornus

La vitalba, incorreggibile ragazzaccia, si prende la scena anche nei mesi grigi e i rami si tingono inaspettatamente di bianco argentato, come le trine di merletto. Sono i piccoli acheni alati, distribuiti in mazzetti sferici all’estremità del peduncolo fiorale, con la loro lunga appendice piumosa (vedi anche 10 agosto 2008).

Il corbezzolo ha fiori bianchi e frutti rossi, sparsi fra le foglie sempreverdi.  Invece il fogliame dell’orniello si sfuma nel rosa prima di volarsene via.

Solanum dulcamara

Solanum dulcamara

Poi ci sono le bacche, che sbocciano piccole e brillanti, sotto le foglie avvizzite. Sono rosso acceso quelle della piccola dulcamara, timida principessa del sottobosco, parente selvatica di melanzane ed esotici pomodori. Come altre della sua famiglia, è una pianta medicinale e velenosa, e così è il suo sapore, dapprima amaro e poi dolce, ma comunque infido.

I colori dell’autunno hanno una luce intensa, ma breve, e quietamente impallidiscono nelle lunghe ore blu della sera.

 

Giuggiolo

Giuggiolo

Ziziphus jujuba
piazza della Giuggiola

Il giuggiolo è un piccolo albero con fronde abbondanti, rami tortuosi e spesso irti di spine e foglie composte, di un verde lucido e brillante. I frutti sono delle drupe e assomigliano a datteri o a olive marroncine; hanno polpa carnosa e succulenta, maturano fra settembre e ottobre e si possono consumare freschi, ma anche essiccati. Il loro succo, dolce e acidulo, ha dato origine al modo di dire ‘andare in un brodo di giuggiole’ per indicare una condizione di felicità e allegria.

Piazza della Giuggiola

Quartiere del Carmine, Genova

Il brodo di giuggiole si ottiene da una ricetta antica in cui le drupe vengono  cotte in acqua, zucchero e vino ottenendo una gustosa bevanda debolmente alcolica e ricca di vitamina C. Originario del Medio Oriente e diffuso in India e in Cina, quest’alberello appartiene famiglia delle Rhamnaceae, come ranno (1 settembre 2008) e alaterno (5 ottobre 2008) e viene chiamato anche Zizzolo, nomignolo più simile al suo nome vero, scientifico, che è  Ziziphus jujuba.

Giuggiolo

Ziziphus jujuba
frutti vicini alla maturazione

E’ una pianta robusta, molto resistente ai parassiti, e un tempo in Nord Italia era tradizione piantarne un esemplare presso casa. Oggi è diventato un po’ meno popolare, forse perché la sua crescita è molto lenta, benché l’attesa sia ripagata da una bellezza unica a maturità. E’ una pianta longeva, tanto che si dice che la pluricentenaria giuggiola dell’omonima piazzetta, nel quartiere medioevale del Carmine a Genova, sia uno degli alberi più antichi della città.

Giuggiolo via Spallarossa

Ziziphus jujuba
via Spallarossa, Genova

Ziziphus jujuba

Ziziphus jujuba
Castello di Paderna (PC)

Un altro giuggiolo, imponente e magnifico, cresce entro le cinte murarie del castello di Paderna, presso Pontenure (PC), dove ogni anno si svolge una vivace fiera mercato di piante antiche e dimenticate. Questa è il primo giuggiolo che ho riconosciuto, e ricordato nel blog (4 ottobre 2009). Ma c’è una giuggiola anche poco lontano da casa mia, in via Spallarossa, una creuza difficilmente carrozzabile parallela a via San Colombano. Sono certa che è lì da svariati anni e mi chiedo come mai non l’avessi mai notato prima. Ma ora che l’ho scoperto non mancherò di passare spesso a salutarlo.

Forbicina invasiva

Bidens frondosa<br>Forbicina peduncolata

Bidens frondosa

Una volta c’era la forbicina comune, canapa acquatica, vero nome Bidens tripartita, una pianticella che ama l’umidità e il fango, appartiene alla famiglia della Asteraceae e ha capolini di fiori tubulosi circondati da una raggiera di brattee fogliacee pelose. Gli acheni (i minuscoli frutti) sono uncinati e si attaccano al pelo degli animali a scopo di facilitarne la diffusione. Da cui il nome italiano di ‘forbicina’ e quello, meno aggraziato, inglese di beggarticks, una specie di zecca dei mendicanti. Anche il nome scientifico si riferisce agli acheni “bidenti”.  C’era una volta e c’è ancora, a ben cercare. Ma molto molto più facilmente si incontra lei, l’americana, Bidens frondosa, forbicina peduncolata, che si distingue appunto per le foglie fornite di un lungo picciolo. Importata qualche secolo fa in qualche orto botanico, è velocemente sfuggita alla coltivazione e oggi viene additata come alloctona invasiva in almeno dodici regioni italiane, anche se in Liguria per il momento è solo naturalizzata.

Bidens frondosa<br> Forbicina peduncolata

Bidens frondosa

Secondo International Union for Conservation of Nature (IUCN), le alloctone invasive sono “specie aliene al territorio che si stabiliscono in un ecosistema o habitat naturale o seminaturale, diventando un agente di cambiamento e una minaccia per la diversità biologica autoctona”. Bidens frondosa è dunque una pianta pericolosa perché compete con aggressività con la flora indigena, grazie proprio alla formidabile capacità di disseminazione. L’astio profondo dei naturalisti per questa invasiva mi ricorda quello per l’ailanto ed effettivamente la rapacità con cui piante grandi e piccole conquistano il territorio ha qualche cosa di spietato. In realtà la loro colpa è solo di essere spudoratamente vincenti nella lotta per la vita.

Avevo già parlato di questa pianta in un vecchio post (28 ottobre 2009) e allora ero stata molto più gentile nei suoi confronti, tollerante e inclusiva. La vegetazione intorno a noi sta cambiando davvero rapidamente e, nel bene e nel male, è possibile che in poche decine di anni tutta la flora che ci circonda, per lo meno nelle zone più antropizzate, ci si presenti completamente mutata. Credo che se le nuove piante si integrassero in modo armonico nell’ambiente, sarebbe più facile accettarle; tuttavia quello che accade è un’occupazione rovinosa del suolo che finisce per impoverire la natura e rattristarla.

Forbicina sudamericana

Bidens subalternans – foglie

Forbicina sudamericanaBidens subalternans

Bidens subalternans – capolini

Ho incontrato di recente, sul bordo della strada, una nuova forbicina diversa da quelle che conoscevo. Credo che si tratti di Bidens subalternans, sudamericana. Non è ancora classificata come alloctona invasiva in Liguria, ma già naturalizzata e comincio a vederla dappertutto. Il nome specifico le viene dalla foglie, quasi alterne, ma come tutte le sue parenti, autoctone e alloctone, i frutti, denominati cipsele, presentano all’apice un coppia di reste uncinate, che costituiscono dei formidabili appigli per la disseminazione. Insomma, ecco un’altra, nuova forbicina alla riscossa.

Perilla frutescens

Perilla frutescens

Perilla frutescens

Perilla frutescens viene chiamata comunemente basilico cinese e del basilico qualcosa deve avere perché il suo nome antico, quello datole da Linneo (basionimo, cioè sinonimo ormai obsoleto) era Ocimum frutescens, cioè proprio lo stesso genere del basilico nostrano che si chiama Ocimum basilicum e deriva dal nome greco dato a questa pianta odorosa, ὤκῐμον. Da dove venga il suo nuovo nome, piccola pera, mi riesce difficile capire. Come molte asiatiche, la perilla sta conoscendo un periodo di grande successo, scelta come ornamentale per il suo fogliame, che è spesso rossastro e frastagliato, ma anche perché è specie commestibile e ricca di ingredienti salutari.

E’ arrivata nel mio giardino quasi per caso, un mazzo di erbette che la signora Mariana (di cui già ho parlato in questo post) mi ha letteralmente messo in mano, e io l’ho sistemata in un vasetto, senza sapere bene che cosa fosse. Caparbia come tutte le piante cinesi (ormai ho imparato a conoscerle), è diventata un cespuglio e ho dovuto trasferirla in terra, in un angoletto di fortuna, dove per tutta la scorsa estate si è contesa  spazio e luce con altre varie piante da fiore.

Perilla frutescens

Perilla frutescens

Il tagete e l’impatiens le sono letteralmente cresciuti sopra e lei è rimasta in ombra quasi totale, tanto che non avrei scommesso granché sul suo successo. Però l’estate 2022 è stata talmente calda e siccitosa, che quel posticino nell’ombra umida è stato per lei una grande fortuna. L’indomabile perilla è cresciuta, fiorita e ha inseminato l’aiuola per benino. Magari crescesse così il basilico nostrano!

Ho recuperato i microscopici semi, anche se in realtà non era veramente necessario per mantenerla, dato che ci aveva già pensato da sola ed è rispuntata, impudente, dov’era l’anno scorso. Quella nata dai semi raccolti, l’ho sistemata fra l’erba aglina e la rosa banksiae e sole ne ha preso decisamente di più, crescendo un cespuglio folto, ricco di fiori rosa. Insomma è diventata proprio frutescens, che significa dal portamento arbustivo. Le foglie non si sono mai colorate di rosso scuro come nelle varietà più ornamentali, ma sono larghe e verde, con i bordi rossicci. Confesso che per ora non l’ho ancora assaggiata.

Quest’erba è ampiamente utilizzata nella cucina giapponese, dove si chiama egoma, e può certamente arricchire le nostre insalate di quel gusto orientale che stimola l’appetito. Un altro dei suoi nomi asiatici è shiso, che distingue tuttavia la varietà crispa con foglie decisamente rosse. Molte pagine si dilungano sulle sue virtù quasi miracolose, definendola per esempio ‘la pianta che allunga la vita di dieci anni’. Naturalmente tutto questo è divertente, ma forse quest’erbetta non ha bisogno di tutta questa campagna promozionale. Mi pare piuttosto spavalda e certamente baderà anche troppo bene a se stessa e alla sua diffusione.

Zafferanastro giallo

Sternbergia lutea

Sternbergia lutea

Affascinante e ornamentale, Sternbergia lutea, sternbergia gialla, è un’altra di quei fiori che ricorda lo zafferano (il magico Crocus sativus, famiglia Iridaceae), ma che con lo zafferano ha veramente poco in comune. La famiglia è quella delle Amarillydaceae, la stessa della sterminata schiera degli Allium, ha sei stami ed è abbastanza velenosa. I sintomi che provoca in chi malauguratamente ne ingerisca sono simili a quelli causati dalla colchicina, l’alcaloide del colchico, anche se non è proprio parente neppure del colchico, che appartiene ancora ad un’altra famiglia. Per fortuna in questo caso qualsiasi confusione con il vero zafferano è praticamente impossibile, perché la sternbergia è gialla che più gialla non si può.

Sternbergia lutea

Sternbergia lutea

Così il nome volgare di zafferanastro deriva semplicemente da una somiglianza nella forma, nel portamento e nel periodo di fioritura. Il nome scientifico invece è un omaggio al botanico boemo, il conte Kaspar Maria von Sternberg (1761 – 1838), che oltre a scoprire questo genere di piante fu un grandissimo studioso del mondo naturale.  Questa specie, insieme ad  altre del genere, cresce spontaneamente in molte regioni italiane ed è naturalizzata in diverse altre, fra cui la Liguria. Tuttavia incontrarlo in natura non è così facile come imbattersene in qualche giardino, dove in questa stagione i mazzetti delle sue sfavillanti corolle fanno capolino in ogni angoletto. Vorrei catturarne una nuvola oltre l’inesorabile recinto, ma riesco soltanto a mettere a fuoco la rete. Per fortuna quest’anno ne ho qualcuno anch’io, sistemati provvisoriamente in una vaso lungo. Le sternbergie sono piccoli bulbose di poche pretese, e dopo la breve fioritura, crescono cespuglietti di lunghe foglie verdissime. E’ la vita della maggior parte delle bulbose, un fiore sfavillante ed effimero e tanti mesi di attesa. E in questi giorni l’attesa si fa interessante perché stanno proprio per fiorire gli zafferani.