Gaura o fior d’orchidea

Gaura

Gaura
Oenothera lindheimeri

E’ arrivata nel giardino in sordina, quasi per caso, da una talea che mi ha regalato Andrea un mio giovane vicino, esperto e appassionato di piante. Gaura è il nome con cui è conosciuta, e apprezzata, in tutti i giardini e vivai, ma recentemente viene attribuita al genere Oenothera, famiglia Onagraceae. E’ poco esigente e molto elegante, tanto da meritarsi il soprannome di fior d’orchidea.
La denominazione della famiglia deriva da onagra, come era chiamata un tempo l’Oenothera, nomi dall’origine controversa, ma che potrebbero derivare da ὄνος, onos, che significa asino in greco, un po’ per quelle foglie lanceolate che tutte hanno e che assomigliano alle orecchie del dolce ciuchino, un po’ perché queste piante sono commestibili e probabilmente gradite agli erbivori come l’asino.
Piante americane, vengono da Texas e Louisiana, ma si adattano senza traumi al nostro clima, non temono né freddo, né siccità. Messa a dimora nell’aiuola più soleggiata da poco più di una settimana, mi regala già una affascinante fioritura, e molti fiori sta ancora preparando. Questa gaura ha fiori bianchi, ma si incontrano spesso varietà a fiori rosa o pallidamente violetti, tutti con la loro inconfondibile forma, tenue, aggraziata, perfetta.

Erba Luisa

E’ fiorita di nuovo l’erba Luisa, anche se con questa pianta non è necessario aspettare i fiori per godere del suo profumo.

Erba Luisa Aloysia citrodora

Aloysia citrodora

Sono infatti le sue foglie, ruvide e lanceolate, vagamente somiglianti a quelle del pesco, che emanano l’intensissimo e gradevole odore di limone che le ha valso l’epiteto specifico di citrodora e diversi soprannomi, come limonina o citronella. Il profumo è avvolgente, non occorre neppure strofinare le foglie, neppure sfiorarle, per sentirlo.
Questa pianta, della famiglia della Verbenacee, è originaria dell’America centro meridionale, ed è emigrata, o meglio è stata deportata,  come molte altre in Europa ai tempi delle grandi esplorazioni e colonizzazioni. Il suo  nome vero Aloysia, così come quello comune, è un omaggio a Maria Luisa di Borbone-Parma, che fu per vent’anni, dal 1788 al 1818, regina consorte di Spagna, raffigurata in numerosi quadri di Francisco Goya.  L’erba si è acclimatata così bene in Liguria, ed è così comune in giardini e orti domestici, che avevo sempre pensato fosse una pianta autoctona. Il liquore di erba Luisa non mancava mai nelle case di campagna.

Ho ripreso questo post da quello del 14 settembre 2008, sono quattordici anni che il mio piccolo albero di Aloysia citrodora fiorisce nel mio giardino.

 

Il posto dei papaveri

Papavero

Papaver somniferum

Il papavero è tornato. Anzi, sono tornati in tre, vicino alla legnaia, nell’angolo dell’aiuola di fronte al forno a legna. Era già capitato qualche anno fa, una fioritura scarlatta e inaspettata. Si trattava allora come oggi di Papaver somniferum nella var. laciniatum, cioè con petali finemente frangiati. Il papavero da oppio è una delle droghe e dei farmaci più conosciuti dalla notte dei tempi e le sue gesta si intrecciano con quelle della civiltà umana. Nonostante la sua losca fama, si tratta di una bellissima pianta ornamentale i cui semi, che contengono dosi insignificante di alcaloidi dopanti rispetto al lattice, sono commestibili e utilizzati come spezia in molte ricette mediorientali.

Papavero

Papaver somniferum

Come sia arrivato nel mio giardino non lo so e neppure so se questa varietà sia classificabile da oppio, dato che esistono varietà ornamentali del Papaver somniferum assolutamente inadatte alla produzione di droga. Il papavero è una pianta infestante che si riproduce con estrema facilità, mi aspetto persino che si moltiplichi ancora, di vedermelo comparire in un gruppo affollato fra qualche anno.

papavero

Papaver somniferum

Però non raccoglierò i semi, e non soltanto perché la legge, ovviamente, vieta la coltivazione non autorizzata di questa specie. Non raccoglierò i semi perché mi piace pensare al papavero come a un incorreggibile vagabondo, che se avrà voglia di tornare nel mio giardino lo farà di sua spontanea volontà.

Papavero capsula

Papaver somniferum

Il merletto di tutte le corolle sarà presto disperso dal vento e le capsule, tondeggianti e spavalde, se ne staranno erette per qualche giorno sugli steli. Non so quanto dureranno e non ne disturberò la maturazione provando ad inciderle per vederne sgorgare  il magico lattice.
I microscopici semi bruni potranno disperdersi a loro piacimento, rimanere qui o lasciarsi trasportare lontano, per visitare altre case e altre vite, germogliando inaspettati in qualche giardino come hanno fatto nel mio, non so quanto riconosciuti e accolti. Per parte mia, spero di incontrarlo ancora in futuro.

Centonchio dei campi

Lysimachia arvensis

Il centonchio comune è una piccola pianta  che appartiene alla famiglia delle primulaceae. Scrivevo di lui il 29 maggio del 2009, nel vecchio blog,  ‘… un’erbetta infestante che fiorisce costante dalla primavera fino all’autunno, con microscopiche corolle di un fiammante rosso mattone. Visti da vicino, da molto vicino, i fiori sono appariscenti e figurerebbero senza dubbio fra specie ricercate come ornamento, se non fosse per le ridotte dimensioni (il diametro dei fiori arriva a malapena a un centimetro). Anche la piantina è ridotta, con fusti striscianti e morbidi, che si strappano e sradicano con estrema facilità, ma con altrettanta facilità germogliano di nuovo.’ Allora il centonchio si chiamava Anagallis arvensis, ma oggi il suo nome è cambiato ed è Lysimachia arvensis, anche se i fiorellini sono sempre loro, microscopici e fiammeggianti. Nei prati, ma anche negli incolti e negli orti, se ne incontrano a frotte, fuggevoli, ma tenaci, che si assomigliano tutti quanti, ma in realtà sono molto diversi.   Una sua parente, il centonchio azzurro, o bellichina azzurra, Anagallis …, pardon Lysimachia foemina, gode di miglior fama, forse a causa della sua rarità e dell’azzurro turchino delle sue corolle. Invece la bellichina comune, che cresce dappertutto, non merita molta considerazione. Richiede però una certa dose di attenzione perchè si mimetizza con disinvoltura in mezzo alle insalate fra le quali è nata e cresciuta; ma è velenosa e può causare intossicazioni alimentari. Io la trovo spessissimo in mezzo a qualsiasi cosa raccolga nell’orto. Non posso escludere di averla assaggiata per errore; sarà stata la modica quantità, non ricordo di aver avuto disturbi significativi. Sospetto che chi si è intossicato, piuttosto che dimenticarsi di toglierla dall’insalata, l’abbia scambiata per l’insalata.

 

Astragalo rosato

L’astragalo è un osso del piede, un osso fatto a cubetto che articola il tallone con tibia e perone, uno di quegli ossi invisibili e sconosciuti, eppure così essenziali. Ne seppe qualche cosa Anne, protagonista dell’omonimo romanzo, intenso e ribelle, di Albertine Sarrazin, la cui storia comincia proprio con una caduta che le costò una dolorosa frattura.

Astragalo

Astragalus monspessulanus

Si perde nella notte dei tempi dell’antica Grecia ellenistica perché lo stesso nome sia stato attribuito anche a una pianta della famiglia della Fabaceae, con fiori vagamente simile a certi trifogli e foglie composte con numerose paia di foglioline, quasi foglie di veccia, in miniatura. Sarà la forma spigolosa dei semi o quella della radice, oppure qualche diversa ragione che ha casualmente fatto incontrare il nome di un fiore con quello di un osso.

Al genere Astragalus appartengono quasi 1500 specie, di cui solo 37 presenti in Italia. Secondo al maggior parte dei testi, l’astragalo non ha  proprietà officinali, benché accreditata specie foraggera. Tuttavia con questo astragalo rosato, che cresce nei radi boschi calcarei e fra le pietre, insieme al suo omonimo A. glycyphyllos conosciuto come ‘falsa liquirizia’, si può preparare una gradevole tisana dal sapore che richiama quello della vera liquirizia.

Astragalo

Astragalus glycyphyllos

Veccia comune

Vicia sativa

 

Erba limona

Melittis

Melittis mellissophyllum

Erba limona - Melittis mellissophyllum

Melittis mellissophyllum

La trovo nel bosco, fiorisce in questa stagione  e se ne sta fra il sole e l’ombra, ma sempre abbastanza al caldo. Le sue foglie ovali e appuntite odorano di limone, proprio come quelle della Melissa, da cui prende il nome specifico. I suoi ampi fiori, i più grandi della famiglia delle labiate, sono bottinati avidamente non solo dalle api, ma soprattutto dai bombi, le farfalle notturne, dai coleotteri e dalle mosche. Tutti questi insetti vengono attirati da una grande quantità di nettare che arriva a riempire quasi per intero il lungo tubo della corolla.  Il nome ‘labiate’ deriva proprio dal fatto che i fiori hanno forma di imbuto o tromba, terminante con un’apertura a labbro che funziona da invito per gli insetti. Queste piante oggi si chiamano lamiaceae, la denominazione è cambiata per seguire le regole internazionali della nomenclatura scientifica secondo cui il nome delle famiglie viene scelto in base ad uno dei generi di maggiore importanza, in questo caso Lamium. E mentre per l’erba limona la forma labiata dei fiori è così caratteristica, per altri membri della famiglia, ben più rinomati di lei, come il basilico, l’origano, il timo e la menta, potrebbe essere talvolta difficile, per noi che insetti non siamo, distinguere la forma a bocca aperta e imbronciata dei piccoli fiori.

L’erba limona ha molti nomi, come bocca di lupo, menta servaja, erba sana e, in forma dialettale, erba setrunaea. La pianta è ricca di cumarina, una sostanza odorosa che, se a alte dosi risulta tossica, a dosi contenute possiede proprietà terapeutiche. Indicata come blando calmante, è indicata anche come diuretico. A parte gli usi terapeutici, la pianta è molto ornamentale, sia nei boschi, che negli angoli ombrosi del giardino.

Questo post è ripreso dal vecchio blog del 10 maggio 2010

Un asparago in giardino

E’ cresciuto un asparago sotto l’olivo, una pianticella già alta accanto a un allampanato turione.

Asparago selvatico

Asparagus acutifolius

Ce ne vorrebbe un cespo per cucinare un’appetitosa frittatina e ormai la stagione è già troppo avanzata. Mi vengono in mente certe scorribande sui pendii della riviera alla ricerca dei preziosi germogli, sempre molto più saporiti dei loro cugini da fruttivendolo. Quando si vedono i mazzi di asparagi sui banchi del mercato, verde scuro quelli più sottili, o rosso nerastri i più tozzi, legati stretti come fascine, è difficile pensare all’esile pianta dalle minuscole foglie appuntite che cresce nel sottobosco mediterraneo. Eppure Asparagus acutifolius e il coltivato Asparagus officinalis sono davvero molto somiglianti. Ancora più curiosa è la sua parentela con piante apparentemente molto diverse come agli e gigli, che per molto tempo hanno convissuto nella stessa famiglia delle Liliaceae.  La classificazione di queste monocotiledoni pare abbia messo a dura prova i tassonomisti che le hanno fatto transitare negli ultimi decenni da una famiglia all’altra, creandone e disfacendone alcune. Ma in anni più recenti, la classificazone si avvale degli studi sul DNA e molte incertezze sembrano definitivamente chiarite. Gli asparagi risultano imparentati più direttamente con agavi e yucche, e ancora di più con Ruscus, il pungitopo, che come gli asparagi presenta giovani germogli squamosi, detti appunto turioni.

Asparago selvatico

Asparagus acutifolius

Le minuscoli foglie, pungenti e impalpabili, sono in realtà rametti trasformati (cladodi) che svolgono tutta la funzione fotosintetica. Il loro aspetto conferisce alla pianta adulta l’apparenza di nuvola verdeggiante e per questo viene impiegata dai fiorai come ornamento verde nelle composizioni floreali. L’effetto decorativo è maggiore nelle specie a bacche rosse, come Asparagus densiflorus, mentre l’asparago selvatico ha bacche verdi e poi nere.  Gli asparagi hanno proprietà diuretiche e depurative, vengono usati anche come protettivi del fegato e nella cura dell’obesità e il loro brodo di cottura è considerato antidiabetico. Tuttavia sono controindicati nel caso di affezioni renali. Nelle antiche abitudini contadine, le fogliette acuminate dell’asparago venivano utilizzate in vari modi, per esempio per lavare le botti per il vino o per allontanare le mosche.

Carice di primavera

La carice è una monocotiledone e appartiene alla famiglia delle Cyperaceae.

Carice di primavera

Carex caryophyllea

E’ un’erba piuttosto attraente, con eleganti infiorescenze, tanto che diverse specie di carice sono spesso sfruttate come piante ornamentali. Benché prive di proprietà officinali o alimurgiche, le carici hanno sempre avuto svariati utilizzi pratici tradizionali, un po’ come il loro fratello maggiore, il nobile papiro. Non solo come strame per il bestiame, ma come materiale per imbottire cuscini e materassi, per impagliare sedie, confezionare stuoie e canestri per il formaggio.

Quasi nascosta fra i sassi del sentiero nel luminoso sottobosco, questa piccola carice si guadagna il nome volgare di primaverile con le morbide infiorescenze dorate che brillano nel precoce sole di fine marzo.

La stagione è calda e asciutta, da troppi mesi aspettiamo la pioggia, saremmo disponibili perfino ad accettare che durasse a lungo, purché dissetasse a fondo prati e boschi e restituisse un po’ di verde al mondo.

Barlia, orchidea gigante

Barlia robertiana

Barlia robertiana

Ha preso il nome da due botanici, Joseph Hieronymus (Jerome) Jean Baptiste Barla (1817-1896) e Gaspard Nicolas Robert (1776-1857), una delle più grandi orchidee spontanee sui nostri prati e certamente la più precoce. Si erge ritta e imponente, ormai al termine della sua vistosa fioritura, sulle pendici di dolci declivi coperti di ulivi, nell’entroterra imperiese. Siamo vicini a un piccolo paese chiamato Lucinasco, e al suo romantico laghetto circondato da cipressi e salici piangenti, in cui si specchia la piccola chiesa di Santo Stefano, risalente al XV secolo.
Così attraente e solitario, questo fiore d’inverno, attira fin troppi sguardi, tanto da doversi considerare specie protetta in tutt’Italia per difenderla da mani rapaci. Malefica ed enigmatica, anticamente la pianta, consacrata al culto di Demetra sorella di Zeus, era considerata magica e si riteneva che potesse favorire gli amori non corrisposti.

 

Betulla

Betulla

Betula pendula

La betulla non è un albero comune nella mia regione. Però talvolta ne incontro una lungo le creuze di mezza campagna, in qualche piccolo giardino. In questa grigia giornata di caldo inverno, eccola nobile e spoglia, la corteccia bianca solcata da spaccature scure e i primi amenti maschili, rossicci, che compaiono assai prima delle foglie. Gli amenti, infiorescenze unisessuali a vaga forma di spiga, sono un segno distintivo degli alberi della famiglia della Betulaceae, anche se non si trovano solo in questa famiglia. Gioielli pendenti coprono d’oro i rami ancora spogli.
La betulla un albero molto attraente, con foglie delicate, a forma di piccoli rombi acuminati, con margini seghettati. Ne esistono numerose varietà ornamentali come la betulla svedese, “Dalecarlica“, con foglie incise in lobi affusolati e finemente dentati.

Betulla - amenti

Betula pendula

Betulla

Betula pendula
Fontanegli, giugno 2009

La betulla è un albero del Nord, un albero antico e leggero, nobile, etereo e resistentissimo. I tedeschi la chiamano la signorina dei boschi, per il portamento snello, la chioma rada e i colori chiari del tronco e delle foglie.  Nelle città del Nord, le betulle sono eleganti compagne di strada, come avevo mostrato in questo post a Stettino.  Fuori delle città formano foreste rade e luminose, spesso anche molto estese, in quell’ambiente freddo e inospitale che viene detto taiga. Infatti nonostante il loro aspetto etereo, questi alberi sono fra le piante più resistenti al freddo e al congelamento del suolo. Più rare e forse poco felici nel clima mediterraneo che si fa sempre più torrido, vivono meglio sulle montagne, soprattutto sulle Alpi fino a 2000 metri.

Discreta e temeraria, la betulla è una pianta magica, venerata nei riti celtici e consacrata al dio Thor. Simbolo di morte e rinascita, i giorni a lei dedicati erano quelli del solstizio d’inverno, quando le notti sono le più lunghe dell’anno. Ma la betulla è anche un albero luminoso e solare e nell’oroscopo celtico degli alberi il suo segno cade esattamente il 24 giugno, al principio dell’estate. Chi è nato sotto questo segno è una persona vivace, attraente, amichevole, non pretenziosa, modesta, non ama gli eccessi, odia la volgarità, predilige la vita nella natura e la calma, è un po’ ambiziosa e piena di immaginazione.

Che sia questa l’anima vera della betulla?