Salvia farinacea

Salvia farinacea

Salvia farinacea
Giardino del castello Grimaldi di Roccagrimalda (AL)

Il genere Salvia è uno dei più popolati della famiglia della lamiaceae, che comprende piante odorose e officinali come l’origano, la maggiorana, il timo, la santoreggia, il basilico e molte altre. Delle oltre 900 specie del genere Salvia, non ci sono soltanto piante aromatiche e medicamentose, ma anche pianti attraenti dalla prolungata fioritura.  Fra queste un posto speciale certamente merita Salvia farinacea, un’erbacea perenne nativa dello stato messicano Nuevo León, ma presente anche negli Stati Uniti, in Texas e Oklaoma. In inglese si chiama “mealy sage”, che significa proprio salvia farinosa. A differenza di altre salvie, che hanno foglie sono opache e ruvide, le foglie della S.farinacea sono lucide e lanceolate. I fiori sono di un blu accecante, anche se leggo dell’esistenza di varietà bianche. E blu elettrico l’ho incontrata una prima volta all’Abbazia della Cervara, in un incantevole giardino affacciato sul mare, sulla strada che unisce Santa Margherita ligure a Portofino. E una seconda volta, all’inizio di giugno in un altro, forse meno scenografico, ma altrettanto raffinato ed esclusivo giardino, presso il castello di Roccagrimalda, in provincia di Alessandria. La pianta fiorisce dalla fine della primavera fino ad autunno inoltrato ed è anche gradita alle api.

Per altre qualche altra salvia:

Salvia elegans
Salvia glutinosa
Salvia pratensis
Salvia sclarea
Salvia guaranitica e Salvia miniata
Salvia greggii
Salvia verbenaca

Erba lepre

Erba lepre

Nepeta mussinii o N. racemosa

Erba lepre … inseguo il vero nome di questa pianta da quando l’ho comprata a una mostra mercato qualche anno fa. L’unica certezza è che si tratti di Nepeta, erba di cui parlavo qualche giorno fa a proposito di ellera terrestre. Si tratta di erbe più o meno aromatiche, spesso amate dai gatti, da cui il soprannome di erba gatta o gattaia, più o meno simili alla mentuccia o nepetella che dir si voglia, che esistono però in varie fogge e aromi così da confondere un po’ le idee. La famiglia, ovvio, è quella della lamiaceae e il colore dei fiori, a corolla concresciuta a forma di labbra, spazia dal rosa al violetto, con dominanti blu lavanda, a parte qualche rarità bianca. Erba lepre dovrebbe, ma il condizionale è d’obbligo, essere Nepeta mussinii, una pianta ornamentale da bordura, utilizzabile anche in cucina per insaporire piatti, sia cruda che cotta.
Questa Nepeta non interessa molto ai gatti e questo lo posso confermare perchè i miei la ignorano. Ha formato un cespuglio molto ampio e un po’ scarmigliato, odoroso e colorato, ma poco fotogenico per alternanza disordinata di luci ombre e piani focali diversi.
Scopro poi che Nepeta mussinii non è altro che un sinonimo di  Nepeta racemosa, presente in Italia come alloctona casuale in Lombardia e Veneto. Penso che sarebbe più semplice chiamare sempre le piante con il loro nome, e non credo che sarebbe più difficile. Impossibile però, dato che ogni luogo ha il suo linguaggio, ogni strada la sua voce e i nomi delle piante seguono gli umori degli uomini.

Ellera terrestre

Ellera terrestre
Glechoma hederacea

Accanto alla bugola di ieri, e i colori e le forme sono simili perchè la famiglia è la stessa (Lamiaceae), ecco l’ellera terrestre, di colore lilla più chiaro, corolle macchiettate e portamento strisciante. Conosciuta anche come Nepeta hederacea, fa parte quindi di quelle nepete che Plinio presentava come antidoto specifico contro le punture di scorpioni (“nepa” in latino). Plinio racconta tante cose interessanti, e anche sensate e credibili; ma talvolta viene il dubbio che potrebbe anche essersele inventatate di sana pianta, per divertirsi a creare leggende. Secondo altre voci, il nome Nepeta deriva dalla città di etrusca di Nepet (l’attuale Nepi) dove cresceva e cresce tuttora in abbondanza la specie principale del gruppo, la Nepeta cataria, o erba gatta.
L’ellera terrestre oggi ha cambiato nome, sempre nepeta rimane come aspetto, ma si chiama Glechoma, che significa menta. Perchè tutte mente e mentucce sono in fondo, nepete, nepetelle, puleggio, queste erbette da radura erbosa, dalle foglie commestibili e salutari. L’ellera, che in molti dialetti liguri si chiama erba della tosse, può essere utilizzata per la cura del catarro, anche se controndicata nella tosse secca.  Nel 1500 era considerata un importante rimedio per le malattie mentali e a tale scopo panni imbevuti del suo succo venivano applicati sulla fronte dei pazienti che dovevano contemporaneamente respirare i soffumigi delle foglie. Il rimedio era più efficace se si aggiungevano alle foglie di ellera,  quelle del cinquefoglie (visibili nella fotografia proprio alla base dell’ellera, vedi anche 27 marzo 2009), le radici di betonica (4 agosto 2008) e gli steli dell’equiseto (6 settembre 2008), insomma tutta la magia dei campi.

Ecco che cosa dicevo di lei il 15 aprile 2009:
“Viviamo accanto a centinaia di piante di cui ignoriamo l’esistenza e la gloriosa storia. Edera o ellera terrestre che dir si voglia, questa piccola labiata ha preso in prestito il nome di edera per l’invadenza e la tenacia con cui si espande. Infatti come l’edera allunga i suoi fusti sul terreno e fra le rocce ed emette radici ad intervalli. Da quando ci siamo conosciute, ho scoperto che non è poi così difficile incontrarla, ai margini dei prati e negli angoli dei muri. Le foglie sono cuoriformi, o reniformi (insomma, sempre a un organo interno assomigliano), opposte, con lungo picciolo. Se sfregate, lasciano un profumo tenero e discreto. I fiori sono viola chiarissimo, bilabiati, con il labbro inferiore macchiettato. Piccola meravigliosa erbetta strisciante, era pianta officinale assai apprezzata, considerata un rimedio efficace contro quasi tutti i mali, dalla tosse fino alla pazzia. Prima che quasi tutti, me compresa, ci dimenticassimo di lei.”

Bugola

Bugola

Bugola
Ajuga reptans

 

 

E’ tornata la bugola, sui prati di aprile e la sorprendo proprio accanto a casa, dato che molto più lontano non mi spingo, in questa primavera ingabbiata. I suoi steli si ergono slanciati, con i fiori disposti in verticilli, di colore azzurro cupo brillante. E’ una pianta stolonifera, cioè emette lunghe radici sotterranee che ne consentono una rapida propagazione anche su terreni dirupati; così nei prati si diffonde facilmente creando un manto di fiori, la cui bellezza non è sfuggita ai giardinieri.
La bugola, già mostrata il 18 aprile 2009, è una delle specie più vistose del genere Ajuga, il cui nome secondo Plinio deriverebbe dal latino “abigo” scaccio. Queste piante erano già famose al tempo dei greci e romani come rimedio contro l’artrite e la gotta, ma più specificamente prescritte per espellere dall’organismo le sostanze dannose, quindi scaccia veleno, ed anche emmenagoghe, che cioè favoriscono il flusso mestruale, una proprietà molto ricercata dalla medicina popolare.

Camepizio

Camepizio

Camepizio
Ajuga chamaepitys

 

Il camepizio è una pianta molto comune, si trova ai bordi delle strade e negli incolti in tutte le regioni italiane,  e fiorisce,  minuta e gialla, da aprile fino a novembre.   E’ una stretta parente delle bugola, Ajuga reptans (18 aprile 2009), entrambe lamiacee robuste e floride, senza essere invadenti.

Il  suo nome specifico, e anche quello volgare (ma talvolta si trova anche canapicchio), deriva dal greco χαμαι, basso, nano e pitus, pino, come dire pino nano, a causa della forma quasi aghiforme delle sue foglie.

 

Salvia ananas

Salvia elegans

Salvia elegans

Ripropongo questo post del 31 agosto 2008.

Ecco un’altra pianta che ha preso in prestito un odore non suo (e un pochino anche il sapore). Originaria del Messico, ha foglie ovali e steli rossicci, e un odore che ricorda quello dell’ananas. E’ una bella pianta da giardino, che poco ha da invidiare alla più conosciuta salvia splendens dagli abbondanti fiori rosso arancio. Si chiama in inglese ‘scarlet pineapple’ e da noi è più nota come ‘salvia ananas’. Inutile dire che con l’ananas non ha niente da spartire, è una labiata come tutte le salvie, mentre l’ananas è un’esotica bromeliacea. Il suo profumo suggerisce di usarla per guarnire le macedonie, ma è apprezzata anche per aggiugnere un tocco insolito a pesce e carni bianche. Il suo fiorellino rosso scarlatto, delicato, ordinato, intenso, è stato una sorpresa in questi giorni perchè non credevo fiorisse più.  Ma lo fa, da giugno a settembre, talvolta (cito il vivaista) anche in inverno. Staremo a vedere.

Purtroppo questa bella pianta non è sopravvissuta al rigido inverno del 2009.

Agastache

Agastache mexicana

Agastache mexicana – luglio 2015

L’agastache è una pianta aromatica, commestibile, officinale.  Il suo nome significa qualche cosa come ‘dalle molte spighe’ dal greco ἄγᾰν molto, e στάχυϛ spiga.  Tutte le specie sono originarie del Nord America,  tranne A.rugosa che viene dall’estremo oriente asiatico(1), e quindi non si incontrano nei nostri prati.

Ho conosciuto  Agastache mexicana qualche anno fa ad una fiera di piante ed è stato amore a prima vista.  Ha il portamento snello e dimesso del nostro issopo (vedi 15 giugno 2009), con il quale nei luoghi di origine viene talvolta confusa, e piccoli fiori rosati.  Foglie e petali emanano un profumo squisito, dalla delicata fragranza citrina, e lo conservano, intatto, anche diseccati.  Purtroppo la pianta che avevo messo a dimora quattro anni fa mi pareva scomparsa e ne ho cercato a lungo e inutilmente un altro esemplare. Persino la coltivatrice che me l’aveva venduta non ne aveva più a disposizione.  Mi rimanevano le dolcissimo foglie secche, in un cartoccio, e un po’ di malinconia.

Agastache rugosa

Agastache rugosa

A settembre dell’anno scorso, alla fiera di Murabilia, presso lo stand dell’Associazione Adipa, trovo finalmente dei semi di Agastache rugosa, una specie simile, che mi riaccende la speranza.  Tutte e due le agastache sono piante perenni, piacevoli nell’aspetto e generose. Sono sempre stata abbastanza fortunata con i semi forniti da questa associazione e infatti Agastache rugosa è germogliata e cresciuta senza sforzo e ora ne ho un bel fazzoletto fiorito in un’aiuola. Viene chiamata menta, o issopo coreano (infatti è dall’Oriente che proviene) e il suo profumo è intenso, leggermente aspro,  ma non ha la squisitezza della A. mexicana.
Mi piace pensare che la vicinanza della cugina abbia risvegliato da un letargo durato anni la pianta di Agastache mexicana che credevo perduta.  Docile e snella è sbucata di nuovo, piccole foglie e microscopici fiori, pronta a formare un nuovo cespuglietto.

Agastache mexicana

Agastache mexicana
il nuovo germoglio – agosto 2019

Le qualità officinali di Agastache mexicana  sono ben note nell’etnomedicina del suo paese.  Con le parti aeree della pianta o l’infiorescenza isolata vengono preparati infusi e decotti o macerati alcoolici per trattare gli stati di ansia, insonnia e ipertensione, ma anche reumatismi e dolori causati da affezioni gastrointestinali. Uno degli utilizzi più diffusi è per alleviare i dolori addominali, e sembra proprio che una sottospecie, A. mexicana ssp. xolocotziana, chiamata “toronjil blanco” o issopo bianco, contenga un efficace principio spamolitico.(2)  Leggo che questa sottospecie si riconosce anche dal caratteristico aroma di limone.  Devo approfondire, ma forse è proprio la mia.

(1)Fuentes-Granados R.G. et al. (1998) An overview of Agastache research – J.Herbs Spices Med. Plants, 6:69-97
(2)Ventura-Martínez R et al. (2017) Spasmogenic and spasmolytic activities of Agastache mexicana ssp. mexicana and A. mexicana ssp. xolocotziana methanolic extracts on the guinea pig ileum. J Ethnopharmacol. 196:58-65 doi: 10.1016/j.jep.2016.12.023.

Salvia glutinosa

Salvia glutinosa

Salvia glutinosa

Ripropongo questo post del 28 luglio 2009

Appiccicaticcia. Questa secondo me è la traduzione più fedele di glutinosa, anche se in generale il nome comune di questa pianta è ‘salvia vischiosa’. Se la toccate si può capire perchè “dalla pianta è possibile ricavare gomma”. I fiori hanno ampie labbra, sporgenti e arcuate, gialle, punteggiate di marrone. Anche se manuali e trattati non lo spiegano proprio bene, ho imparato che i fiori di questa forma particolare sono del genere salvia. Che mentre le altre piante della famiglia (labiate appunto) sono più discrete, mimetiche, con le labbra atteggiate a piccola bocca composta, quando le labbra sono grandi, spalancate, sguaiate, potete stare sicuri che è una salvia. Con grande gioia, almeno così fantastico, degli insetti, che possono usarle quasi come un dondolo, un’altalena. La pianta è alta, le foglie ampie e verdi, appiccicaticce, e difficilmente passa inosservata. Ha anche virtù officinali, rinfrescanti e disinfettanti. Prospera al margine dei nostri boschi di castagno dove, anche in odore di agosto e di solleone (ormai ci siamo), i fiori non mancano mai.

Clerodendro cinese, piccolo albero della buona sorte

Clerodendro cinese

Clerodendro cinese  – Clerodendrum bungei

 

Tempo fa mi chiedevo perchè il clerodendro ha questo nome, albero o pianta del destino o della buona sorte. Si tratta, è facile intuirlo, di una pianta sacra, usata in oriente, di dove è originaria, nelle cerimonie religiose. Mi convince assai meno l’interpretazione che farebbe risalire il nome all’azzardo che c’era nell’utilizzare questa pianta, dato che alcune specie sono tossiche ed altre officinali. Questa circostanza peraltro è vera per molti generi di piante, commestibili e nutrienti, o indigeste e tossiche a seconda della dose di certi componenti (vedi per esempio la patata).
Il genere Clerodendrum comprende alberi d’alto fusto, ma anche arbusti più modesti, come questa specie ornamentale,  che è assai esuberante e robusta, anche se sensibile alle gelate. Tutte le specie hanno fiori a forma di piccole stelle, prepotentemente profumati e riuniti in infiorescenze a ombrello rotondeggianti. Fiori che attirano le farfalle e anche, dove ci sono, i colibrì.  Clerodendrum bungei, ovvero clerodendro di Bunge (insigne botanico russo-germanico), ma volgarmente detto clerodendro cinese, non fa eccezione, anche se, a differenza dei fiori, le foglie sprigionano al contatto un odore pungente e sgradevole e la pianta è conosciuta anche come C. foetidus.
Clerodendrum appartiene alla famiglia delle Lamiaceae, ma talvolta viene assegnato alle Verbenaceae, tanto che nel dubbio io le ho indicate entrambe.

Fotografato nell’agosto di qualche anno fa, vicino a San Desiderio, Genova.

Falsa ortica maggiore

Lamium orvala - Falsa ortica maggiore

Lamium orvala – Falsa ortica maggiore

 

Falsa ortica maggiore o ortica morta (‘dead nettle’ in inglese), cioè priva dell’aggressività cutanea dell’ortica, ecco un’altra versione della pianta che da il nome alla famiglia delle lamiacee, già labiate. Ho già mostrato in precedenza la falsa ortica purpurea, e di quella maculata (14 marzo 2009).

Salvia glutinosa

Salvia glutinosa

 

Questa specia, Lamium orvala, mi è meno familiare. Ma lungo l’alto corso del fiume Trebbia, in una delle valli più selvagge e attraenti del nostro Appennino, la scopro ancora fiorita, con le boccucce dei fiori spalancate e screziate come orchidee. E ancora, sulla strada per Rondanina (siamo sempre nell’alta Val Trebbia), le fioriture sono ancora abbondanti in questo inizio di luglio, ricche, ma più monotone dell’esplosione della primavera. E mentre la falsa ortica maggiore i fiori li ha quasi tutti finiti, la salvia gialla, Salvia glutinosa (già descritta il 28 luglio 2009) è ancora in boccio.

Il lamio è un genere di piante officinali e commestibili (una volta si mangiavano molte erbe che oggi troveremmo troppo rustiche e coriacee per i nostri palati), utilizzato dalla medicina popolare come emostatico, antinfiammatorio, antispasmodico, immunoprotettivo, e persino nel trattamento dei traumi. Queste proprietà sono dovute all’immancabile presenza di flavonoidi, saponine, acidi fenolici, terpeni, mucillaggini, polisaccaridi e tannini. A causa dell’uso tradizionale per la cura delle irritazioni della pelle e degli occhi, è stata recentemente proposto l’impiego di piante della famiglia delle lamiaceae, e in particolare del Lamium album, per ridurre la pressione introculare.
A differenza della sorelle però, la falsa ortica maggiore è utilizzata prevalentemente come ornamentale, per il portamento, le foglie di colore verde brillante e la graziosa fantasia dei fiori. Anche se si fa un po’ di fatica a crederlo, vedendola così, al margine del bosco, quasi sfiorita, semi coperta dalla polvere della strada, all’ombra di fronde sempre più imponenti.