Le stagioni del bosco

Prima di diventare l’oscuro scrigno di misteri e magie delle notti d’estate, il bosco ancora spoglio è un caleidoscopio di vitalità ed esperimenti.

Crocus vernus nel bosco

Crocus vernus

Quando ero bambina, figlia della città, conoscevo la campagna solo d’estate e pensavo al bosco come una luminosa penombra, coperto da un tappeto di tiepide foglie e muschi, con pallidi ciuffi di erba giallina.  Con mia grande sorpresa lo scoprii un giorno a fine inverno pieno di luce e coperto di crochi rosa. Il croco è una delle avanguardie più spavalde della fine del gelo, timido ed invadente, piccolo, ma coraggioso. Dove nevica, riesce a bucare la neve. Ha graziose corolle, dal bianco al violetto, petali vellutati e resistenti, stami giallo rossi e uno stimma arancione e piumoso. Appartiene alla famiglia delle iridacee, con giaggioli e gladioli. Uno dei più comuni è Crocus vernus, cioè croco invernale, o meglio primaverile, che si distingue per esempio da Crocus biflorus, altra specie diffusa, ma non comune in Liguria, perché la fauce, cioè l’incavo più profondo del fiore è viola pallido o bianco, mentre quello di C. biflorus è giallo.

Crocus ligusticus

Crocus ligusticus
(autunnale)

Il croco più celebre è lo zafferano, Crocus sativus, specie ormai soltanto coltivata, che fiorisce in autunno. E autunnale è anche il Crocus ligusticum, detto zafferano ligure, che però dello zafferano vero è solo uno scadente surrogato. Crocus sativum ha tre stimmi rosso fuoco chiaramente distinti, che contengono la preziosa spezia, mentre gli altri crochi ne hanno uno solo, laciniato e piumoso. Tutti i crochi hanno poi tre stami gialli ed è questo particolare che li distingue dal colchico (famiglia liliacee), che é una pianta velenosa, detta volgarmente ‘zafferano bastardo’.

Erythronium dens-canis nel bosco

Erythronium dens-canis

Ma torniamo al bosco. Quando la fioritura dei crochi primaverili volge al termine, il sottobosco dei castagneti e faggeti, ancora molto luminoso, si ricopre di fiori variopinti. Per esempio lo puoi trovare cosparso di piccoli gigli dalle foglie maculate. E’ l’eritronio o dente di cane (pare che questo singolare nome sia dovuto alla forma del bulbo), piuttosto comune nel Nord Italia, assente invece nel Centro-Sud. Con l’ingenuità del neofito, osservando i lunghi petali ripiegati all’indietro verso l’alto, per anni ho pensato che si trattasse di una sorta di ‘ciclamino selvatico’.  Le somiglianze superficiali spesso traggono in inganno, perché eritronio e ciclamino non sono per nulla imparentati, neanche alla lontana. Il ciclamino appartiene alla famiglia delle primulaceae, dicotiledoni, e la sua radice è un tubero. L’eritronio è una liliacea, monocotiledone, con radice a bulbo. Affascinata dalla grazia delle sue forme, una volta, confesso, l’ho sradicato e portato a casa. Sopravvisse, ma non durò a lungo terminata la fioritura. Ho imparato da questi goffi esperimenti che i fiori selvatici stanno bene dove sono e per finestre e balconi meglio scegliere i ciclamini dei vivai.

Hepatica nobilis nel bosco

Hepatica nobilis

Nei pressi di casa mia, i dente di cane sono radi, mentre in marzo il bosco è letteralmete cosparso delle corolle blu delle epatiche, una ranunculacea. La sua stagione è breve, anche se le ombre dell’estate sono ancora lontane. L’aria si è fatta tiepida e ormai il bosco dona senza bisogno di chiedere. Le anemoni trifogliate (Anemonoides trifolia, famiglia ranuncolacee) spuntano fra le foglie secche come piccole stelle luminose. Anche questa piantina è presente in Nord e Centro Italia, ma non al Sud.

Anemonoides trifolia nel bosco

Anemonoides trifolia

Piuttosto simile alla trifogliata è l’anemone bianca, Anemonoides nemorosa. Entrambe crescono nei boschi di latifoglie, quercete e faggete, e fioriscono più o meno nello stesso periodo. La differenza fra le due specie sta soprattutto nella forma delle foglie e nel colore delle antere, bianche quelle della trifogliata e gialle quelle della nemorosa.

Anemonoides nemorosa

Anemonoides nemorosa

Sugli alberi ormai compaiono le prime gemme. Alcuni si ornano di fiori, come i piccoli e robusti cornioli, i magici olmi, o di amenti, sospesi come preziosi pendagli. Il verde acerbo delle prime foglie non smorza la luce del sole.

Sarà quando i castagni, signori del bosco, si coprono d’oro che sapremo che i fiori sono andati a dormire e il bosco è veramente pronto alla sua stagione migliore.

Castanea sativa

Castanea sativa
fiori

Roverella

Roverella

Roverella
Quercus pubescens

(Riprendo un post del vecchio blog 2 gennaio 2009)

Ci sono gli alberi che si spogliano, ornielli, tigli, bagolari, meli e ciliegi sono scheletri nudi contro il cielo. Ci sono gli alberi che conservano le foglie, lecci, olivi, corbezzoli, e sembra che il freddo neppure li sfiori. E poi ci sono le roverelle.
Nella leggenda, un contadino ebbe un giorno necessità di chiedere un favore nientemeno che al diavolo. Si sa che la creatura maligna è molto potente e raramente nega il suo aiuto, perché smisurato è il vantaggio che chiede in cambio. Ma il contadino era scaltro e promise sì di servire il diavolo, ma domandò pazienza. “Certamente, disse, sarò il tuo schiavo quando la roverella perderà tutte le foglie.” Il diavolo gongolava. Le foglie delle querce invecchiano nella brutta stagione e bastava aspettare che il vento si facesse più deciso e tutte sarebbero state portate via. Ma i mesi passavano e la roverella le foglie non le perdeva. Color della terra e avvizzite, le foglie secche rimanevano tenacemente attaccate al ramo e non c’era bufera che riuscisse a strapparle tutte. Cadevano dall’albero soltanto per lasciar posto alle nuove gemme, nuove tenere foglie che inverdivano i rami. Quando si rese conto della beffa, il diavolo andò su tutte le furie e non potendo prendersela con il contadino che lo aveva imbrogliato, si scagliò contro l’albero e affondò i suoi artigli aguzzi sul lembo delle foglie, lacerandole ad una ad una. Perciò le foglie della roverella hanno da sempre i lembi profondamente incisi, come solcati da unghie taglienti.

Roverella

Quercus pubescens

La roverella (Quercus pubescens, cioè quercia pelosa) è la quercia più comune nei nostri boschi, semplicemente la quercia. Non è così imponente come altri alberi del suo genere, spesso è poco più di un arbusto, anche se può raggiungere i 20 metri di altezza. Ho scattato questa fotografia proprio oggi, sul margine della strada, via alla Chiesa di San Giorgio di Bavari. Le chiome giallo brune delle roverelle splendono al sole e contrastano fortemente con il verde cupo delle chiome dei lecci (10 novembre 2008) e quello lucido dei corbezzoli, ancora carichi di fiori e frutti.

vedi anche “Gli ospiti della roverella“, 16 febbraio 2019.

Cinipedi, gli ospiti della roverella

 Andricus quercustozae - Cinipide della roverella

Andricus quercustozae
su Quercus pubescens

Andricus caput medusae - Cinipide della roverella

Andricus caput medusae

Sui rami spogli della roverella  (Quercus pubescens)  si stagliano, quasi fiori d’inverno, le galle,  escrescenze vegetali dovute a insetti, detti galligeni o cinipedi.  Si tratta di imenotteri, piccole vespe, dalla complessa vita riproduttiva. Le galle sono specie  di foruncoli o verruche vegetali, ovvero tumori come sono talvolta, forse più correttamente, definiti. La pianta li produce come reazione a sostanze emesse dalle larve durante  sviluppo, una reazione quasi esagerata,  gigantesca, in proporzione alle piccole dimensioni degli ospiti.  Per questo gli imenotteri  responsabili si sono guadagnati un nome che ha direttamente a che fare con l’albero che forma le galle, e con la forma di quest’ultime.   Se l’escrescenza è  sferica, con processi anulari in rilievo, a guisa di corona,  il cinipede è Andricus quercus-tozae, che potremmo tradurre ‘cinipede della quercia’. Invece quando la galla ha la curiosa forma  di testa scarmigliata, un ammasso di sottili e lunghi filamenti, il cinipede è Andricus caput medusae perchè l’escrescenza ricorda la testa della mitica medusa, i cui capelli erano trasformati in serpenti.

Quercus pubescens - Roverella

Quercus pubescens

Ho incontrato questa accogliente roverella sul margine del bosco, in una splendida radura assolata nei pressi di un ovile di collina.  I suoi rami sono ingioiellati di galle di entrambe i tipi, ma non sono del tutto spogli.  Come vuole la leggenda (vedi 2 gennaio 2009), la quercia, e soprattutto la roverella,  non perde mai tutte tutte le foglie prima di mettere quelle nuove. Siccome abbiamo avuto molti giorni di vento teso, quest’anno questa pianta ha fatto fatica a tenersene strette una manciata.  Invece le galle l’invadono, tenaci, resistenti anche alle tempeste.

Un albero monumentale: il rovere di Tiglieto

Rovere monumentale

Il rovere monumentale  di Tiglieto

Incontro questo rovere (Quercus petraea) centenario oltre lo splendido ponte di pietra sul torrente Orba nel paese di Tiglieto, sull’Appennino genovese. Ma che cosa si intende per albero monumentale? Anche se leggende ed anedotti giocano spesso un ruolo importante nel costruire la fama di un albero, quello che conta in realtà sono le dimensioni. La misura principale riguarda la circonferenza del tronco ‘a petto d’uomo’ cioè più o meno a 130 cm di altezza. Le dimensioni del tronco sono una misura dell’età di un albero, naturalmente in modo dipendente dalla specie. Un larice di 5.50 m può avere mille anni, mentre un castagno della stessa dimensione soltanto due secoli(1).

Il ponte del rovere

Ponte seicentesco sull’Orba a Tiglieto (500 m slm)

Il rovere di Tiglieto cresce sul dirupo del torrente e io non riesco a cingere con la corda il suo vasto tronco. Mi abbraccio all’umida corteccia muschiosa e mi accontento di una stima del diametro, metri 1.4,  da cui ricavo una circonferenza  oltre i 4 metri.  In questa pagina, trovo che il rovere di Tiglieto ha una circonferenza di 460 cm e la sua età è stimata in 300 anni. Su quest’albero esistono variee leggende. Lo si narra piantato dalle truppe napoleoniche che da queste parti scorrazzarono assai negli ultimi anni del 18° secolo e si racconta di  una N in metallo conficcata nel legno, che tuttavia nessuno in tempi recenti ha mai visto.
L’albero è imponente, ma la chioma, alquanto rovinata, è stata sottoposta a una potatura nel 2015 che ne ha eliminato le parti disseccate, lasciandolo un po’ spellacchiato.
Il ponte invece resiste, assai più di quelli moderni, dall’anno ‘partu virginis’ 1667.

(1)Tiziano Fratus “Manuale del perfetto cercatore d’alberi” UEFeltrinelli 2017 pg. 66

I faggi di Praglia

Faggio - Fagus sylvatica

Faggio a Prou Renè di Praglia

 

Alto e imponente in mezzo alla radura, sul colle di Prou Renè di Praglia, dove comincia del Sentiero Naturalistico CAI del Laghi del Gorzente, il primo faggio che ci viene incontro è spoglio. Non c’è da stupirsi, la stagione è un po’ indietro, come piace dire, ovvero gli alberi aspettano i tempi della loro natura. Sono belli e maestosi questi alberi spogli, non vergognosi di mostrare i muscoli della loro energica struttura, nudi, interi, liberi, perchè nessuna mano regolatrice arriverà quassù a umiliarli con una potatura. Poi avanzando per il sentiero verso il territorio compreso nella ‘tavola di Polcevera‘, ecco apparire un grande faggio che in una radura assolata è già tutto verde di foglie e carico di fiori. Il suo verde tenero sembra un’apparizione fuori tempo, ma non c’è nessuna debolezza nei teneri germogli. Quest’albero ha fretta di esistere o forse è baciato dalla fortuna.

Fiori di faggio - Fagus sylvaticaCosì, forse per la prima volta forse in vita mia, accanto alle foglie di un verde trasparente, scopro i fiori del faggio, pendagli celurei appena accarezzati dal vento (cliccare sulla foto sulla destra per vederla più grande).
Faggio - Fagus sylvatica Faggio - Fagus sylvatica

Cliccare sulle immagine per vederle in dimensione reale in un’altra pagina

Quercia rossa

Quercus coccinea - Quercia rossa

Quercus coccinea

 

Le grandi quercie americane, dette rosse per via del colore autunnale delle loro foglie, sono in realtà di tre specie, Quercus palustris, Quercus rubra e Quercus coccinea. Dovrei approfondire le differenze per identificare con esattezza quale delle tre specie è questa, fotografata  nello splendore della sua tinta novembrina, non troppo lontano da casa, presso la scuola elementare di Sant’Eusebio . Da alcune caratteristiche (foglie profondamente incise, rami un po’ verdi e un po’ rossi), propenderei per Quercus coccinea, anche detta quercia scarlatta (confronta anche questo sito).  Nel parco di questo complesso scolastico sono presenti alberi interessanti e rigogliosi, come l’acero giapponese (9 dicembre 2008) e il biancospino.

Farnia

quercus robur
Mi pare proprio una farnia, questo elegante e possente albero fotografato al centro di Szczecin (Stettino, Polonia), per le foglie quasi prive di picciolo, che terminano con due piccole orecchiette, e i frutti viceversa lungamente peduncolati, da cui il secondo nome, sinonimo, di quercus peduncolata. Della farnia ho già detto il 25 aprile 2009, mostrandone il bel portamento, i fiori e le prime tenere foglie. Qui eccola già fruttifera, sempre lucida e scintillante alla fine dell’estate. Pianta diffusa in tutt’Europa e in gran parte dell’Italia, è rinomata per il legno, robusto, duro, ma leggero.

Notte d’inverno

fagus sylvatica

 

 

O gnomi che avete sussurrato gridato danzato da foglia a foglia, da fiore a fiore della reggia azzurra d’estate … ,
i rami degli alberi sono nudi, la foresta trema invasa dalla rigida luna,
dove vi celate ora? Mizuho Ota
(Giappone, 1876 – 1955)

 

La faggeta spezzata dal gelo al passo del Fregarolo, valico fra val d’Aveto e val Trebbia (prov. di Genova) – gennaio 2004