Senecio in fiore

Senecio vulgaris

Senecio vulgaris
(inverno)

Le incarnazione della piante del genere Senecio, famiglia delle asteracee  sono innumerevoli.

Le forme più banali, con fiori disposti a capolino, con o senza ligule (cioè linguette esterne allungate), si incontrano nei campi e sui bordi delle strade, come il Senecio vulgaris, che fiorisce praticamente tutto l’anno, e anche in condizione proibitive, oppure neofite invasive come Senecio pterophorus, di lontana origine africana. Altre sono piante più vistose, come il Senecio grandifolius, con ampi fiori a forma di margherita gialla. In tutti quanti i frutti sono acheni (seme quasi nudo), provvisti di pappo (barbetta volatile), e disposti in piccoli soffioni compatti, bianchissimi, somiglianti cioè alla chioma canuta di un vecchio (latino senex, da cui senecio).

Appartengono a questo genere anche specie all’apparenza di piante grasse o succulente, che vengono più correttamente assegnate al genere Kleinia. Una di queste è Senecio rowleyanus (Kleinia rowleyana), originale piantina originaria del Sud Africa, detta anche senecio a collana o pianta del rosario. Ha foglie carnose, tonde come perle , appese a rami sottili, striscianti o pendenti, ben verdi nella bella stagione, giallo pallido d’inverno, collane di foglie, fitte e lussuosamente ricadenti come gioielli nel loro tempo migliore.

Senecio rowleyanus

Senecio rowleyanus

Senecio rowleyanus

Senecio rowleyanus

Quest’anno, nel calore della serra, vicino ad altre succulente che non si stancano mai di regalarmi fioriture, anche il mio senecio a collana ha deciso di fiorire. Le foglie non sono ancora rinverdite del tutto, ma ovunque sono sbocciati piccoli capolini di corolle bianche, la cui forma ricorda (colore a parte), quelli del Senecio galpinii oppure quelli del Senecio crassissimus, un altro suo singolare parente che ancora si sta riprendendo dall’inverno.
I tralci a collana della pianta del rosario (da non confondere con l’albero dei rosari, Melia azedarach) radicano facilmente e dovrebbe essere relativamente semplice moltiplicarla. Tuttavia la crescita è lenta e imprevedibile, anche se mi pare che nella mia serra abbia finalmente trovato un ambiente a lei congeniale.

Il mio giardino planetario

Taraxacum officinale

Taraxacum officinale

Racconta Gilles Clement,  noto architetto paesaggista che sarebbe poi diventato sincero ammiratore delle erbe vagabonde, che da ragazzo subiva la “tirannia del prato”.  Suo padre, che il prato lo aveva seminato, rullato, annaffiato e nutrito, pretendeva che il risultato fosse sempre perfettamente “inglese”.  Così il giovane Gilles, armato di sgorbia, si affannava a sradicare qualsiasi erba intrusa che rovinasse la precisa uniformità dei sottilissimi fili d’erba.  Tuttavia, la natura non pareva dargli alcuna soddisfazione.  Al contrario, alla prima pioggia lasciava che spuntassero “abominevoli specie dalle foglie villose, carnose e ben tappezzanti, che niente avevano a che fare con l’immagine sul pacchetto della semenza”. Tarassachi e verbaschi, loti e potentille, pratoline, romici e grespini, cornette e lunarie ritornavano più forti e spavalde di prima.

Giardino : Lunaria Taraxacum

Lunaria annua
Taraxacum officinale

Ho tentato un paio di volte a seminare un prato all’inglese, senza neppure troppa convinzione. Talvolta l’erba è cresciuta, se la primavera era abbastanza umida. Per disperdersi poi nella calura estiva, o soffocata da infestanti di varia provenienza. Il segreto del successo fu rivelato una volta da un gentiluomo britannico a un amico americano: “Il prato si semina e si annaffia; quando l’erba spunta e cresce,  si taglia e  si annaffia; l’erba cresce e si taglia; si annaffia, si taglia e si annaffia. E poi basta andare avanti così, per trecento anni.”
Si tratta di un tipo di prato abbastanza incompatibile con il clima mediterraneo, e comunque incompatibile con chiunque ami il giardino planetario.
Così nel mio giardino intrusi e imprevisti della primavera sono i benvenuti, anche se la cura dell’orto e un po’ di pulizia mi costringono mio malgrado a ridimensionarli costantemente.  Mi diverto a riconoscerli tutti e la sorpresa più bella è scoprirne qualcuno nuovo e osservarlo mentre cresce e si rinforza, cercando di indovinare di che si tratti. Mi è accaduto con il Geum urbanum, che ha ormai colonizzato il praticello ai piedi di un olivo. O i papaveri, Papaver rhoeas oppure Papaver dubium, che spuntano regolarmente spontanei ai bordi della cisterna.

Molto celebre e onnipresente è il tarassaco (gruppo del Taraxacum officinale), che ha molti nomi, da piscialetto per le sue supposte proprietà diuretiche, a girasole, essendo indiscutibilmente un cerchio di petali gialli.  Contrariamente a quanto molti pensano però non tutte le margherite di quella forma sono tarassachi, anzi, ne esistono  decine di generi e specie assai diverse, ovunque nei prati, ma anche sui cigli delle strade.  La buona notizia è che sono tutte quante mediamente commestibili, ovvero è piuttosto difficile avvelenarsi assaggiando foglie e fiori a forma di tarassaco (cerchiamo però di non confonderlo con il ranunculo).

Meno note come piante, ma certamente riconoscibili quando vanno in seme, sono le cosidette monete del papa (o medaglioni del vescovo). Ma prima di diventare monete, i fiori della Lunaria annua sono di un bel rosa acceso, a quattro petali come tutte le crucifere. E’ una pianta annuale che si rinsemina voracemente, diffusissima in questa stagione in ogni angolo verde (ne ho visto addirittura un cespo ai bordi della sopraelevata strada Aldo Moro).

Giardino : Viola odorata

Viola odorata
(con Taraxacum officinale)

Veronica persica

Veronica persica

La piccola veronica Occhi della Madonna (Veronica persica) si fa contemplare a lungo prima che mi rassegni a estriparla. Sicura comunque che tornerà. Come ritorneranno, più dense e rigogliose di prima le famose violette, messaggere della primavera (Viola odorata), pianticelle incredibilmente invasive e tenaci, che ovviamente si fanno perdonare quando riempiono di colore gli angoli più oscuri dell’inverno che se ne va.

Il centonchio comune, che si chiamava Anagallis arvensis, oggi Lysimachia arvensis (famiglia Primulaceae),  è un’erbetta infestante che fiorisce costante dalla primavera fino all’autunno, con microscopiche corolle di un fiammante rosso mattone. Visti da vicino, da molto vicino, i fiori sono appariscenti e figurerebbero senza dubbio fra specie ricercate come ornamento, se non fosse per le ridotte dimensioni (il diametro dei fiori arriva a malapena a un centimetro).

Anagallis arvensis

Anagallis arvensis (Lysimachia arvensis)

Anche la piantina è ridotta, con fusti striscianti e morbidi, che si strappano e sradicano con estrema facilità, ma con altrettanta facilità germogliano di nuovo. Una sua parente, il centonchio azzurro, Lysimachia foemina, gode di miglior fama, forse perchè è un po’ più rara ed ha petali azzurro turchini. Invece il centonchio comune, che cresce dappertutto, non merita molta considerazione. Si mimetizza con disinvoltura in mezzo alle insalate fra le quali è nata e cresciuta; ma è tossica e si dice possa causare intossicazioni alimentari. Io la trovo spessissimo in mezzo a qualsiasi cosa raccolga nell’orto. Non posso escludere di averla assaggiata per errore; sarà stata la modica quantità, non ricordo di aver avuto disturbi significativi. Sospetto che chi si è intossicato, piuttosto che dimenticarsi di toglierla dall’insalata, l’abbia scambiata per l’insalata.

Euphorbia peplus

Euphorbia peplus

Certamente velenose, o comunque moleste, sono le euforbie, una ricchissima famiglia di erbe molto particolari, che annovera al suo interno la celeberrima stella di Natale o poinsettia, oltre a gigantesche piante spinose, frequentemente confuse con le cactaceae.

Euphorbia helioscopia

Euphorbia helioscopia
(con Taraxacum officinale)

Nel mio giardino planetario cresce molta, anzi troppa, euforbia minore (Euphorbia peplus), sbrindellata e poco attraente. Ma a primavera sbocciano le infiorescenze verde giallo dell’euforbia calenzuola (Euphorbia helioscopia), assai più vivace e simpatica. Le euforbie contengono lattice irritante, ma anche sostanze medicamentose. Mai fidarsi delle euforbie, mai sottovalutarne le potenzialità.

Tante ancora potrei ricordarne,  sfacciate e graziose erbette da compagnia, discrete e tenaci, timide ed impudenti, mutanti con  le stagioni di cui scandiscono il tempo.  Ogni anno muoiono e rinascono, sempre uguali e sempre diverse,  perchè nel prato la permanenza non esiste,  ma soltanto il continuo divenire.

Stellaria media
Sonchus asper
Malva sylvestris
Potentilla reptans

Indomito sparviere

Sparviere Hieracium amplexicaule

Hieracium amplexicaule

Anche se la neve è caduta copiosa sui monti, qui verso il mare la temperatura non è mai stata troppo rigida e la pioggia, pioggia intensa, tenace, insistente, l’ha fatta da padrona per molti e molti giorni. Continua.  Appena il tempo di una breve passeggiata lungo la strada fra frazioni e santuari, poi la pioggia riprende, inesorabile. Fra le piante resilienti, quelle che non dovrebbero essere fiorite, ma lo sono, e con il nome preso in prestito da una parola greca che significa falco, o appunto sparviere, questi sbrindellati fiori giallini, che infestano prati e forre, si conquistano un certo rispetto. La storia è antica, la si fa risalire addirittura al naturalista romano Gaio Plinio Secondo (23 – 79), più noto per essere stato testimone oculare e vittima della distruzione di Pompei.

Sparviere Hieracium amplexicaule

Hieracium amplexicaule

Secondo questo studioso, i falchi sparvieri si cibano di questi fiori per rafforzare la vista. Di questa leggenda è rimasto assai poco, solo il nome di un fiore. Inutile cercare lo sparviere nei trattati di fitoterapia, o nei libriccini che descrivono le vere o presunte proprietà salutari delle piante. Non c’è genere più ignorato di questo, tanto frequente ai bordi delle strade e dei viottoli, tanto assente dalle citazioni botaniche, se non quando proprio non se ne può fare a meno. Un fiore negletto e ordinario, quasi disprezzabile, fiori visti, ma mai guardati. Io mi fermo e lo guardo, perchè non dovrebbe essere fiorito, a gennaio, sotto il diluvio.

Hieracium è un genere sterminato, distinto nel mondo in 5 sottogeneri, e in cui nel sottogenere Hieracium euro-asiatico e nordamericano, si contano almeno 6000 specie, e quindi molto difficile da classificare. Più volte l’ho ricordato in questo blog, nuovo o vecchio, citandolo, non saprei dire se sempre in modo appropriato, nei giorni  29 ottobre 200929 marzo 2011, 11 giugno 2011

Cicoria rosa

Cicoria

Fiori bicolori di cicoria – Cichorium intybus

Pensavo di sapere tutto della cicoria, una delle erbe più utilizzate nell’alimentazione in queste zone del pianeta. Mi sorprende tuttavia questa grande pianta spontanea, più che selvatica credo sfuggita alla coltivazione, alta e slanciata sul ciglio della strada, abbondantemente fiorita. Le inconfondibili corolle sfrangiate e spettinate dall’aria si stagliano di azzurro intenso. E rosa.
Subito ho pensato che fosse l’effetto del decadimento che faceva sbiadire l’azzurro dei petali. Invece no, i fiori di cicoria hanno petali raramente bianchi o rosa. Il contrasto mi è piaciuto, come incontrare due gemelli diversi.

Con la cicoria si fa veramente di tutto. Soprattutto è un’erba gustosa, anche se decisamente amara. Si consuma sia cruda che cotta, condita e lessata, nel ripieno di torte salate e nelle zuppe tradizionali. Si possono tostare le radici per ricavarne un succedaneo del caffè, molto celebre ai tempi in cui era difficile approvigionarsi di Coffea arabica o robusta. Toccasano della medicina popolare (“se la vecchiaia vuoi tener lontana, non scordar cicoria e bardana”), ha numerose proprietà officinali.  Il decotto delle sue foglie, preferibilmente in associazione con altre piante come ortica, tarassaco e parietaria, è considerato un ‘depurativo del sangue’. Efficace contro le intossicazioni che provocano eruzioni cutanee, gli omogenati di foglie e radici venivano usati esternamente per risolvere foruncoli e eritemi. In fitoterapia, la cicoria è un tradizionale coaudiuvante per la cure del diabete, per contenere l’iperglicemia, combattere la sonnolenza postprandiale e l’ipersecrezione gastrica. Le sue radici sono ricche di inulina, polisaccaride che non viene digerito dai succhi gastrici ed è utile come prebiotico, sostitutivo di grassi e zuccheri dal punto di vista del gusto.

Cicoria

Cichorium intybus

Avevo già parlato della cicoria nei primi anni del mio vecchio blog, ammirando i suoi fiori azzurri scoperti in un  campo ancora freschi nell’autunno (23 ottobre 2008).

Scrivevo allora: “Non è certo la stagione adatta per raccogliere le foglie di cicoria selvatica, o radicchio (Cichorium intybus, famiglia composite), ora che i fusti sono alti e duri, spogli. A primavera, le tenere foglie basali, disposte a rosa sul piede del fusto in gestazione, sono le migliori da consumare in insalata. Poi crescono gli steli eretti, alti e rossicci, con foglie più sottili e slanciate, ma meno appetibili, e i bei fiori azzurri, dai petali troncati e frastagliati.
Questo fiore, dimenticato e disperso fra l’erba morente, si drizzava ancora celeste, fra boccioli tardivi e calici vuoti. Lo devo ammettere, la foto non è perfettamente a fuoco. Eppure mi piace quasi più così, nella sua imperfezione, un po’ fuori stagione e un po’ fuori tempo. ”

E ancora ne ho mostrato i fiori sbocciati nell’orto il 10 settembre 2009, a confronto con una lattuga selvatica a fiorellini gialli. Le due erbe si consumano alternativamente in insalata, ma sono piante assai diverse. Anche quest’anno ho lasciato andare a fiore due piante di cicoria che mi hanno regalato tante foglie durante l’inverno. Se lo sono meritato. I fiori me li aspetto blu e forse raccoglierò anche qualche seme.

Galinsoga

Galinsoga

Galinsoga parviflora

Persino in una giornata d’autunno, livida e plumbea, persino nel cuore della città cianotica,  basta poco per tornare a stupirsi e inciampare in un fiore dimenticato.
Piccole margherite sbocciano in un’umida aiuola nel parco di Villa Imperiale, Genova quartiere San Fruttuoso. La galinsoga, il cui nome deriva da quello di un botanico spagnolo del diciottesimo secolo, Martinez de Galinsoga, è pianta esotica, di origine sudamericana. Portata in Europa nel 1800, e in Italia nei giardini botanici di Firenze e Padova, si è velocemente diffusa come avventizia in praticamente tutta la penisola, diventando un’infestante molto comune.  In realtà ne esistono due specie, Galinsoga parviflora e Galinsoga ciliata o quadriradiata, ma le differenze sono così sottili che non mi addentro nel problema della loro determinazione. Dico solo che mi pare probabile che la specie fotografata sia G. parviflora perchè è scarsamente pelosa, quasi glabra, a differenza di G. quadriradiata. Inoltre G. parviflora ha fioritura più tardiva e prolungata ed è più comune in Liguria. Pronta a smentirmi, naturalmente.  Felice comunque di aver fatto la conoscenza di una nuova piccola stella autunnale, minuta, robusta, invadente, spavalda.

foto dicembre 2008, originariamente pubblicata il 3 dicembre 2009

Onopordio, il cardo scozzese

Cardo scozzese

Cardo scozzese
Onopordum acanthium

Una grande pianta, flessuosa ed imponente, mi si para davanti nel mezzo al prato, abbacinato dal sole e scavato dai profondi solchi lasciati dai cinghiali, oltre una breve radura dove ho saccheggiato (previa autorizzazione) il frutteto abbandonato del mio vicino di casa.  Un cardo immenso, dai fusti così spinosi che pungono al solo guardarli. I fiori, ovvero quelli che erroneamente si chiamano fiori, ma sono in realtà dense infiorescenze a capolino, sono di un intenso rosso violaceo brillante. Tutto è irto e acuminato, praticamente intoccabile.  Eppure è un fiore buono da mangiare, e piace agli asini che lo brucano con voracità, provocandosi un disagio intestinale tipico dell’erba fresca, da cui proprio deriva il nome di questa pianta. Onopordum acanthium, composto da ὄνος (onos), asino e πορδή (pordè), peto, e per la specie da ἄκανθα (acanta), spina.

Cardo scozzese

Cardo scozzese
Onopordum acanthium

Si tratta quindi di uno dei tanti cardi asinini, di cui il più comune è Cirsium vulgare, tutti più o meno irti, carnosi e rossi.  Questo cardo si distingue dal fusto decisamente minaccioso, “alato-spinoso percorso per tutta la sua lunghezza da più espansioni alari dentato-spinose irregolari”, secondo la precisa descrizione di Mirna Medri nella scheda di Actaplantarum,  dall’apparenza di coda di drago.
E’ una pianta biennale, cioè non fiorisce nel primo anno di vita, ma steli e germogli, così come i boccioli del secondo anno possono essere consumati un po’ come i carciofi. Impiegato da molte medicine tradizionali come antinfiammatorio, antitumorale e cardiotonico,  le sue interessanti proprietà sono state verificate anche dalla moderna farmacologia.    Inoltre, le infiorescenze contengono un complesso di enzimi proteolitici, onopordosina, che provoca il coagulo del latte e quindi viene usato come caglio vegetale.

Diffuso ovunque in Europa,  è il fiore nazionale della Scozia (“Scotch thistle”).  La leggenda narra che difese gli scozzesi da un’invasione norvegese,  perchè i nemici che volevano sorprenderli procedevano a piedi scalzi per non far rumore;  così quando  calpestarono le foglie taglienti dell’onopordio, si ferirono e  furono costretti a desistere.

Cardo asinino

Cardo asinino

Cardo asinino
Cirsium vulgare

Gradito agli asini, come molti fra i cardi, ma anche agli esseri umani, Cirsium vulgare è una delle più comune piante spinose che si incontrano quasi dappertutto. Sempre scovo le rosette irsute agli angoli della strade, anche in città. Le foglie possono essere consumate in insalata e i capolini come carciofi.

Nell’esplosione dei suoi colori, il cardo asinino attira, come deve, molte farfalle, che si lasciano cogliere, docili, dall’obbiettivo.

La fama di erba officinale di questa specie così comune ha stimolato indagini più approfondite dei suoi componenti,  identificando glicosidi (composti complessi di uno zucchero e una parte non zuccherina) e flavonoidi (polifenoli tipici delle piante) con attività antiossidante. La presenza di queste componenti nei vegetali è la regola ed è solo il loro dosaggio, la loro sinergia, unitamente all’assenza di principi tossici che rendono una pianta affine a una medicina. La medicina per eccellenza, direi,  perchè senza regno vegetale la cura dela salute dell’uomo e degli animali semplicemente non esisterebbe.

Una spalliera di catananche

Catananche

Catananche caerulea 

Lungo via San Colombano, nei pressi della storica Osteria del Giallo, transitano molte automobili in queste mattine di giugno. E’ una via periferica, defilata, ripida e tortuosa, che tuttavia viene scelta sempre più spesso come deviazione vantaggiosa al traffico congestionato del fondovalle. Una bella strada avvolta dal bosco, costeggiata di cespugli fioriti e prati di colori cangianti. Ma chi guida deve guardare avanti, ha altro di cui occuparsi che dei fiori, e così temo proprio che perderà l’occasione di ammirare, nella sua breve e intensa stagione, uno dei fiori più belli dei nostri prati.

La Catananche caerulea è un’asteracea rara, perchè endemica di un territorio abbastanza piccolo fra Liguria e Piemonte. E’ strano, per me questa margherita azzurra di colore più acceso, ma in fondo abbastanza simile a quello della cicoria, con le ligule sfrangiate, una macchia scura in centro e l’involucro di brattee scabrose e argentee che la racchiude, è un fiore assai comune, che ha popolato tutte le estati della mia infanzia. Già ne ho parlato diverse volte (26 giugno 2008 e 5 giugno 2011, a cui rimando per altre immagini), ma sono sempre lietamente stupita di ritrovarla, puntuale con la stagione calda, a spalancare le sue corolle nel mattino, lungo la strada di casa.  La fotografo ancora, dovesse mai svanire nel nulla.

Si chiama cupidone azzurro, o madre d’amore,  in inglese Cupid’s dart, freccia di Cupido, ed era un ingrediente fondamentale dei filtri d’amore, da cui appunto il nome, dal greco καταναγκάζω che significa forzare, avvincere.  La sua grazia e il suo colore intenso e screziato ne hanno fatto una ricercata specie da giardino.  Nel giardino libero della pubblica strada, la catananche è per tutti quelli che la sanno guardare e apprezzare.

Ma non cercatela dopo mezzogiorno,  a quell’ora la catananche già riposa.

Margherita delle Canarie

Margherita delle Canarie

Argyranthemum frutescens

La margherita delle Canarie,  Argyranthemum frutescens,  si è ormai naturalizzata in Italia, secondo questo sito in Liguria e tutto il sud , isole comprese, mentre secondo Actaplantarum è alloctona casuale in Toscana, Sardegna e Abruzzo.
E’ una specie ornamentale importante, diffusa un po’  in tutto il mondo, e conosciuta in glese come “Paris daisy”, che vuol dire margherita di Parigi, oppure come Marguerite, forse il nome comune che le viene dato alle Canarie.  La più comune ha i classici fiori bianchi, ma esistono altre varietà a fiori rosa o gialli.

Se si è diffusa in Liguria, allo stato selvatico intendo, lo deve certamente alla coltivazione intensiva nei vivai della riviera di Ponente, dove ne vengono cresciuti decine di milioni di esemplari all’anno per esportazione.