Spirea

Spirea spp
Invidio i miei vicini, per questa bella pianta che cresce nei loro giardini. Ce l’hanno tutti, pianta generosa e riccamente fiorita per tutta la primavera. Ne vorrei un cespuglio anch’io e prima o poi proverò a strapparne una radichetta o a farne una talea. Sono certa non sia complicato, perchè la pianta è semplice e sincera e non si fa troppo desiderare. Non sono certa della specie, perchè di spiree ne esistono diverse. La spirea selvatica delle nostre parti, il cui nome vero sarebbe Filipendula ulmaria, è pianta officinale di importanza storica. Dalle sue sommità fiorite venne isolato, alla fine del 1800, quell’acido acetilsalicilico dalle notevoli proprietà antipiretiche, antinfiammatorie e analgesiche, che dalla spirea prese il nome di aspirina. La spirea ulmaria (che confesso di non conoscere affatto) è molto meglio dell’aspirina, perché contiene anche sostanze protettive per la mucosa gastrica che eliminano i noiosi effetti collaterali dell’aspirina ai danni dello stomaco.
La specia di questa fotografia non è l’olmaria, ma soltanto una pianta ornamentale, forse S. japonica, più esotica ed attraente, ma molto molto meno magica.

Fiori di ippocastano

Fiori di ippocastano - Aesculus hippocastanum

 

Strano temperamento, l’ippocastano. Portamento altero, foglie generose, fiori spettacolari e dolcissimi, frutti lucidi e decorativi, ma velenosi. E’ un albero mediterraneo, ma in Italia, dove fu introdotto nel 1557 ‘non mostra tendenza a naturalizzarsi’. Rimane specie ornamentale, da giardini e palazzi, da parchi, corti e città. Non da boscaglia. Ma quando la primavera lo adorna di piramidi bianche (viste da vicino i petali sono macchiati di rosso e giallo, i lunghi stami si slanciano oltre i petali arquati e sporgenti), non sembra più lo stesso gigante, ma una ragazzina tutta decorata con trine e merletti.
Qui ero ancora a villa Lante di Bagnaia, gli ippocastani più giovani sbucavano fra lecci e platani secolari, senza passare inosservati. Il mio obbiettivo tele ha fatto una discreta prova. Così la foto si è meritata un posto nel blog anche se l’ippocastano l’avevo già fatto vedere l’anno scorso (vecchio blog 19 aprile 2009, e nei colori autunnali 10 dicembre 2008).

I rododendri di Bagnaia

Rododendri - Rhododendron
La villa mi è rimasta nel cuore. Era molto tempo che volevo vederla e il suo vestito primaverile, seppure in una giornata di cielo bigio e aria umida, mi ha sedotto. Come tutti i monumenti di una certa età, lascia intravedere, ma appena appena, qualche segno di degrado, di evitabile incuria; ma sfoggia, come gioielli ineguagliabili, le rughe del tempo. Avevo letto molto su di lei, di come doveva essere all’origine, il primo e più innovativo esempio di giardino aperto rinascimentale, di come sia cambiata nei secoli, con i platani secolari e le geometrie delle siepi di tasso e di bosso. Per qualche strana ragione, si usa pensare che le siepi squadrate, o topiate come dicono gli americani, siano il simbolo più tipico del cosidetto giardino all’italiana. Ma non è vero, sono invece un’invenzione francese che risale al XIX secolo. Il giardino all’italiana del Rinascimento era invece caratterizzato da aiuole fiorite, geometriche sì, ma ricche di vegetazione diversa.
Rododendro
Anche i maestosi platani che ora lo adornano non erano certo previsti nell’assetto architettonico originale. Troppo invadenti, tanto da mascherare le prospettive e soprattutto nascondere il panorama al di fuori del giardino, quel Monte Cimino che ne doveva essere la cornice.
E certamente nel giardino originale non comparivano le azalee, o meglio i rododendri, genere presente in Europa soprattutto sulle Alpi con specie endemiche, ma le cui versioni da giardino sono di origine più esotica. Il genere è rhododendron, rosa arborea o albero delle rose, mentre azalea è quasi un sinonimo, nome nato dall’equivoco che si trattasse di generi diversi. Quando le azalee arboree sono fiorite, sono una meraviglia. Qui, nella magica cornice di villa Lante a Bagnaia, ce n’erano di tutti i colori. Rosse, naturalmente, e rosa, bianche e screziate.
I rododendri appartengono alla famiglia delle ericaceae. Queste specie da giardino crescono bene su terreni acidi, il terriccio d’erica o di brughiera, leggero, ricco di radici indecomposte, assolutamente privo di calcio. Invece i rododendri alpini, quelli spontanei (forse un giorno li fotograferò dal vero …) non disdegnano la roccia calcarea. Le piante si adattano e mutano e le loro abitudini e preferenze sono imprevedibili.

Trifoglio persiano

Trifoglio persiano - Trifolium resupinatum

 

Come per i geranei di campo, piccoli fiorellini generosi, così uguali e così diversi (vedi per esempio 3 maggio 2010), anche di trifogli (genere trifolium) esistono numerossime specie differenti, oltre ai soliti e più diffusi t. pratensis e t.repens (vecchio blog 28 aprile 2009). Ho fatto da poco la conoscenza con questo trifoglio, il cui nome comune sarebbe ‘resupinato’ in ragione delle sue corolle contorte; ma mi piace di più chiamarlo ‘persiano’, perchè mi ricorda una gloriosa storia di foraggio, dal Medio Oriente fino all’Italia antica. Si distingue dal trifoglio comune perchè ha le infiorescenze (capolini) più piccoli e di forma emisferica, che assumono una forma globosa quando maturano i frutti. I frutti dei trifogli sono legumi indeiscenti, cioè minuscoli bacelli che non si aprono liberando i semi come nelle altre leguminose, ma radicano rimanendo compatti, come le nocciole.

Il termine resupinato riferito a fiori e corolle significa che esse sono rovesciate di 180° rispetto alla posizione primitiva o normale. L’aggettivo si trova soprattutto riferito a certi fiori di orchidee selvatiche, che quando sbocciano ruotano su se stessi e si pongono in posizione invertita rispetto ai boccioli. Credo quindi che accada qualcosa di simile anche ai fiori di questo trifoglio, anche se con esattezza dove sia la rotazione non saprei.

Silene fior di cuculo

Silene fior di cuculo - Silene flos-cuculi
A Villa Lante (Bagnaia, Viterbo), quasi un prototipo e certi uno dei più celebri esempi di giardino all’italiana, l’acqua è l’elemento cardine della composizione. Dentro, il giardino propriamente detto è tutto un susseguirsi di fontane tra loro collegate come nel ciclo vitale della natura nubi-pioggia-falde-fiumi. Fuori, nel parco, fra imponenti alberi secolari, l’acqua continua a dominare la scena, in pozze e fontane meno allegoriche, ma non per questo meno appariscenti. In questo ambiente acquatico ben deve trovarsi la silene fior di cuculo, una pianta che predilige prati umidi e paludosi. Come questo prato, dominato da tre antichi castagni e circondato da fitti ed imponenti lecci, che era quasi interamente coperto di questi fiori disposti in corimbi irregolari, le corolle rosa, i petali graziosamente sfrangiati. Come tutti i fiori di campo, le sileni sono anime senza grandi pretese, prosperano e fioriscono a lungo, con corolle regolari, aggraziate, ma fragili, e più robusti calici, spesso appicicosi, rigonfi, solidi. Perchè la corolla è solo un vezzo, è il calice quello che dovrà, a breve, sorreggere tutto il peso della capsula, cioè il frutto, cioè il futuro.

Crotonella o licnide, la silene fior di cuculo oggi viene chiamata Lychnis flos-cuculi nei trattati di botanica. E non è il cuculo, il famoso uccello senza nido, che ha dato a questo fiore il suo curioso nomignolo. Si chiama, chissà perchè, saliva di cuculo, quella schiumetta bianca spesso presente sugli steli, e comune su questa silene, che è una secrezione dell’insetto “sputacchina”, larva dell’emittero Philaenus spumarius. 

 

Corniolo sanguinella

Corniolo sanguinella Cornus sanguineaQuando il corniolo sanguinella è fiorito, è tutto coperto di nuvole bianche, ma il suo colore più caratteristico è il rosso. Rossi i rametti e poi rosse le foglie in autunno, come nell’immagine postata il 19 settembre 2008, caratteristiche anche per le nervature marcate longitudinali ad arco, come in quel suo parente più robusto, Cornus mas, o corniolo maschio, di cui la sanguinella sarebbe la sorella minore. Celebre è poi la durezza del legno dei cornioli, adatto a fabbricare attrezzi molto robusti. La specie è anche coltivata a scopo ornamentale e non è certo che sia spontanea in Liguria, anche se si trova praticamente dappertutto. Ma non facciamo confusione, anche se sono ormai tornata a casa da giorni, e risucchiata dall’ignobile tran tran quotidiano, oltre che ammuffita nelle piogge torrenziali degli ultimi giorni, quest’immagine viene ancora dalla Sabina, uliveto vicino a Palombara (Roma).

Veronica acquatica

Veronica acquatica Veronica anagallis-aquatica

Le veroniche sono cittadine del mondo. La veronica acquatica, che cresce di preferenza su suoli sabbiosi, in prossimità di corsi d’acqua intermittenti, è elencata anche fra i fiori presenti nel deserto di Sonora in Arizona. I fiori delle veroniche (famiglia scrophulariaceae, vedi 26 e 28 febbraio e 29 aprile 2009 nel mio vecchio blog)  sono di semplice raffinatezza, con i loro lucidissimi petali diseguali, blu, bianchi azzurri o violetti, solcati da striature in colore contrastante.

Fotografata sul bordo della Fontana dei Lumini a Villa Lante di Bagnaia (Viterbo), maggio 2010

Ombrellini pugliesi

Tordylium apulum

Tordylium apulum

Quasi vezzosa con i suoi larghi petali esterni, morbide frange che bordano l’ombrella, questa pianticella dal fresco aroma che ricorda il prezzemolo cresceva copiosa sul prato di un oliveto, come il cotogno di ieri a Palombara Sabina (Roma). L’anziano agricoltore che stava mostrando al mio amico come potare gli olivi me la indica come pianta commestibile, gustosa in insalata, e perfino da mettere in bocca così, con noncuranza, per masticare uno stelo dolce e saporito mentre si lavora. Però sui libri si legge che questa ombrellifera è nel novero delle piante pericolose, poichè contiene sostanze tossiche per gli animali a sangue caldo. Non c’è molto da stupirsi, non tutto quello che si consuma è privo di tossicità, e probabilmente l’importante è non eccedere nella dose. Comune in tutta la penisola, viene chiamata ombrellini pugliesi perchè in Puglia venne descritta inizialmente da Linneo.

Cotogno

cydonia vulgaris

 

Il cotogno è uno strano albero da frutto. E’ una specie di specie di incrocio fra un melo e un pero, ma non assomiglia a nessuno dei due. Anzi, fra i due assomiglierebbe più a un pero (cui spesso fa da portainnesto), però i suoi frutti si chiamano comunemente  ‘mele cotogne’. I fiori sono assai decorativi, con cinque larghi petali, rosa e bianchi. Non li ho visti quest’anno, e mi devo accontentare dei piccoli frutti in gestazione. I frutti maturi, profumatissimi, non sono veramente commestibili da crudi, ma sono la materia prima di una delle più buone marmellate che la cucina abbia inventato.

Fotografato a Palombara Sabina (Roma) –

Da oggi il blog inizia la migrazione verso questa nuova postazione. Per ora è ancora in costruzione, ma spero di arricchirlo ogni giorno. Grazie mille a quanti mi seguiranno anche in questa nuova avventura.